domenica 28 luglio 2013

PLANETES di Vincenzo Cammalleri

Non sono un esperto di fumetti (a parte qualche vecchio ricordo della mia infanzia, e delle mie collezioni di Superman e Mandrake), però ritengo giusto concedere ogni tanto uno spazio anche a questo tipo di espressione artistica, soprattutto quando riguarda il mondo della fantascienza. L'amico Vincenzo Cammalleri, che sicuramente ne capisce molto più di me, ci consiglia una serie di Manga che sembra interessante...per quel poco che ho visto le immagini sono davvero affascinanti...

http://www.animegt.it/files/gallerie/utenti/usr-1/PlanetES2.jpghttp://weeabooswithcontrollers.com/wp-content/uploads/2012/08/planetes-01-620x348.jpghttp://karmaburn.com/files/screenshots/planetes/planetes0302.jpg



Raccontare dell'espansione umana nel sistema solare non è un'impresa facile, soprattutto se l'obiettivo è farlo in modo credibile, senza lasciarsi andare a voli pindarici, ma dipingendo invece un affresco realisticamente possibile dei primi vagiti umani oltre l'atmosfera terrestre.
Se l'esplorazione dello spazio vi affascina, se il vostro sogno è sempre stato quello di poter un giorno emulare Armstrong e lasciare un impronta sulla luna, allora Planetes vi conquisterà.
Si tratta di un Manga, nato dal genio di Makoto Yukimura, ed edito in Italia in 4 volumi dalla Panini Comics.
Narra la storia di un gruppo di raccoglitori di detriti che si occupa di sgomberare l'orbita terrestre da satelliti in disuso e residui di qualunque genere che possano rendere pericolosa la permanenza in orbita per gli esseri umani, oltre che per le migliaia di satelliti necessari al funzionamento della complessa macchina tecnologica che è l'umanità del 21° secolo.
Il protagonista della storia è un ragazzo che sogna di possedere una astronave tutta sua, e che è costretto a fare i conti con la realtà di un lavoro rischioso e mal pagato. Intorno a lui gli altri personaggi sono tratteggiati mirabilmente e ben presto ci si accorge che l'obiettivo del manga è quello di sviscerare i problemi e le tensioni morali e personali a cui sono sottoposti.
La storia avvolge il lettore con il suo realismo e la profondità dei protagonisti, che, pur essendo strumenti della narrazione, possiedono uno spessore notevole. Costretti ad affrontare i problemi tipici della permanenza oltre l'atmosfera terrestre come osteoporosi, cancro, avvelenamento da radiazioni, si troveranno subito obbligati a fare scelte difficili, non ultima quella del protagonista che dovrà affrontare i propri demoni interiori e trovare la forza per perseguire il suo sogno, preso nella difficile scelta tra l'amore,  una vita serena, e lo sforzo epico per il raggiungimento di uno scopo, del suo sogno. Non vi sono scelte facili, nulla si conquista senza il sacrificio, questo il messaggio che si legge tra le righe.
Infine, gli amanti dello spazio non potranno non apprezzare i continui riferimenti alla prima èra spaziale, a Tsiolkovskj, Von Braun, Oberth. Così come a dare ancora più spessore all'opera sono le immagini imponenti, gli affreschi dell'enormità dello spazio e le onnipresenti riflessioni sulla vita umana e il suo posto nell'universo.
Dal Manga è stato tratto anche un Anime, la cui trama viene leggermente rivisitata ma che conserva inalterato il fascino di un'opera grandiosa che non può lasciare indifferenti coloro che sognano l'immensità dello spazio.
In definitiva un'opera per chi ama l'esplorazione verso l'esterno come quella verso l'interno, verso noi stessi. A giudizio di chi scrive un'opera irrinunciabile, che farà sognare, riflettere, appassionare.
Vincenzo Cammalleri

IL PREFETTO di Alastair Reynolds

E questa è una novità davvero importante e un minimo di pubblicità (almeno su un blog di fantascienza) la merita: sto parlando di uno dei migliori romanzi degli ultimi anni, The Prefect di Alastair Reynolds, che  tra l'altro è anche il primo romanzo (cronologicamente) del ciclo della Rivelazione. Alastair Reynolds è il miglior autore di avventura spaziale e hard sf (IMHO) attualmente in circolazione e questo romanzo è uno dei suoi più riusciti: un mix di invenzioni tecnologiche e di grandiose scene d'azione, in uno scenario incredibilmente complesso e affascinante. Un thriller spaziale di eccezionale fattura.
In sostanza: imperdibile.
 Fanucci  lo presenta nella collana dei thriller (d'altronde non ha più una collana dedicata alla sf...), ma più fantascienza di Alastair Reynolds oggi non ne esiste...
mi raccomando, i 12,75 euro li vale tutti!!!





Riporto la quarta di copertina Fanucci "Tom Dreyfus è un prefetto, uno dei migliori. La sua forza è Panoply, il corpo di polizia per cui lavora, e il suo battito è la vita complessa e pulsante della Fascia splendente, un anello di asteroidi spaziali di diecimila habitat umani che orbitano intorno al pianeta Yellowstone. Quando un attacco mortale distrugge uno di questi habitat, il caso appare subito di non facile soluzione. Ma le indagini di Tom lo porteranno su una pista ancora più pericolosa: dietro l’atroce massacro c’è un complotto per rovesciare il regime demarchico, ordito da una figura oscura, Aurora, convinta che la popolazione della Fascia splendente non possa più essere padrona del proprio destino. Presto Tom e la sua squadra combatteranno contro qualcosa di peggiore della tirannia e scopriranno che per salvare ciò che è prezioso a volte può essere necessario distruggerne una parte.

Un uomo alla ricerca della verità: azione, intrigo, suspense in un thriller futuristico che cattura dalla prima pagina."

SP

NOVITA' DELOS BOOKS



Un breve post per annunciare un paio di novità della Delos per il prossimo autunno.
Silvio Sosio mi ha comunicato che sono in programma  Dopo prima durante la caduta di Nancy Kress (premio Nebula quest'anno), per il mese di settembre,  e Sulla stazione rossa alla deriva di Aliette de Bodard (finalista come novella al premio Nebula sempre quest'anno), ad ottobre. 
Silvio mi ha comunicato in via amichevole altre possibili novità (ce ne sono di molto interessanti), ma, dato che ancora non c'è nulla di ufficiale, mi ha pregato di tenerle per me, almeno per ora....
Mi raccomando, intanto non lasciatevi sfuggire i due pezzi dell'autunno. Sono due ottimi romanzi brevi. Da non perdere.

SP

sabato 27 luglio 2013

La porta dell'infinito: la seconda vita di Frederik Pohl

La seconda parte del mio saggio su Pohl riguardava principalmente La porta dell'infinito, uno dei romanzi cardini della fantascienza degli anni ottanta, ancor oggi considerato uno dei capolavori della fantascienza. Spero ancora che qualcuno abbia il coraggio di ristamparlo, assieme ai suoi ottimi seguiti.




Con La porta dell'infinito Pohl dimostra infine di avere raggiunto la piena maturità letteraria:  i pensieri, le azioni, le emozioni dei suoi protagonisti sono riprodotte alla  perfezione. Ora i suoi personaggi sono figure a tutto sfondo, con i loro pregi e i loro difetti: non sono più archetipi, ma «persone».
Ma per arrivare a tanto, Pohl ha dovuto attraversare una fase di transizione che non è stata né facile né priva di dolorose sensazioni. Tale crisi spirituale si è verificata verso la fine degli anni sessanta. Già prima egli aveva diradato la sua produzione, ma le cause erano ovvie, lampanti: la direzione di tre riviste lo impegnava tanto da non permettergli di produrre altro che qualche «novelette» e «short story», e qualche collaborazione con vecchi amici come Jack Williamson. 
Il raggiungimento della fatidica soglia degli anni cinquanta, dell’andropausa, portarono tuttavia un profondo travaglio spirituale.
In una sua autobiografia, così egli racconta: «Quando ho toccato i cinquantanni c’è stato un momento in cui ho pensato di dover morire, e realmente ero contento che fosse così. Tutto andava male. Potevo sopravvivere, e forse ottenere anche gioie e trionfi considerevoli, ma era improbabile che succedesse qualcosa che non era già accaduta in precedenza. Potevo guadagnare molto denaro, o ricevere qualche onore, o pubblicare una storia che vincesse qualche premio. Erano tutte grandi gioie; ma le avevo già provate tutte.
«Non sembrava probabile che accadesse nulla di nuovo, e non mi sembrava valesse la pena di accollarsi tutti i problemi ed i grattacapi necessari per ottenere la ripetizione di una cosa già avvenuta. Così, per due o tre mesi, ho atteso di morire. Ma, a poco a poco, ho cominciato a pensare che vivevo ancora, e che, dato che non avevo niente di meglio da fare, avrei anche potuto lavorare un po’. Così cominciai a fare qualche cauto passo verso la rinascita; ripresi a scrivere, e scoprii che ero realmente in grado di scrivere bene quanto in precedenza, forse ancora meglio. Alcune storie, come The gold at starbow’s end, The merchants of Venus, mi sembravano perfette. Chissà, forse esiste una menopausa maschile? Forse ora esiste un nuovo Pohl, mentre il vecchio ha completato il suo ciclo vitale a cinquant’anni».
Queste parole ci sembrano esemplari per chiarire il rinnovamento di uno scrittore che, giunto sulla soglia della vecchiaia, non ha continuato a ripetersi stancamente (come fecero invece altri): Pohl è riuscito a cambiare maniera di scrivere, stilemi e tecniche narrative, a cercare addirittura con successo nuove vie per la sf.
Basta leggere opere come I mercanti di Venere, o come Uomo più, (il romanzo che ha vinto il premio Nebula nel 1977, una magnifica storia in cui i particolari tecnici si fondono con la vicenda umana di Roger Torraway, il cyborg che dovrà compiere il primo viaggio su Marte e che è ancora alla ricerca della sua nuova umanità), e soprattutto il presente La porta dell’infinito, per rendersi conto di quanto sia diverso questo Pohl da quello degli anni cinquanta.
La porta dell’infinito (Gateway) è considerato dallo stesso Pohl e da molti critici  il miglior romanzo  prodotto nel corso di tutta la sua carriera letteraria. Vincitore dei due maggiori premi fantascientifici (Hugo e Nebula) del 1978, è un’opera senz’altro molto ambiziosa che si propone di rinnovare la «space opera», allo stesso modo in cui Robert Silverberg ha rinnovato il tema della «telepatia» in Dying inside e del «possesso mentale» in The second trip, usando cioè una caratterizzazione di tipo psichiatrico.
Si tratta dì un romanzo di fantascienza classica, «hard» (quale tema è più classico dell’esplorazione dello spazio e dell’avventura dell’uomo su pianeti sconosciuti?) ma Pohl lo narra in maniera moderna: il vocabolario schietto, le scene sessuali, il tema emotivo che rode l’anima del protagonista, il tono amaro con cui è narrata la vicenda potranno forse turbare alcune personalità troppo sensibili, ma sono elementi fondamentali e giustificati nel ritratto dell’anti-eroe su cui è imperniata la storia. Robinette Broadhead (anche il nome, che in italiano sarebbe «Robinette Testalarga», lo denota  come un tipico soggetto delle opere pohliane) è ben lontano dai superuomini vanvogtiani o dei sani, saggi protagonisti heinleiniani. E' un codardo, afflitto da ulcera e senso di colpa, da vestigia di un complesso di Edipo, incapace di godersi la ricchezza ed il successo che si è guadagnato come «cercatore spaziale».
La porta dell’infinito è appunto la storia delle sue gesta. La narrazione si svolge su due piani separati: uno è la vicenda vera e propria, l’altro è costituito da «flashbacks», dai ricordi di Broadhead, «steso sul lettino» durante le sue sessioni con lo psichiatra-computer Sigfrid Von Shrink, dei suoi passati exploit. Oltre a questi interludi di psicanalisi freudiana, Pohl ha inserito dei «sidebars», delle riproduzioni di segni, note, materiale pubblicitario, che servono ad infoltire il «background» ed a comprendere meglio questo suo mondo .futuro.
Per spiegare più chiaramente il motivo di questo nuovo tipo di schema letterario (almeno per la sf), riporto un  poscritto dello stesso Pohl all’edizione su rivista di Gateway:  «Oltre ad essere un romanzo, Gateway è un tentativo di compiere qualcosa che da lungo tempo volevo fare: dire ogni cosa che sapevo sul mondo che avevo creato. Tutti gli scrittori di sf inventano i mondi in cui si muovono i loro personaggi, e, mentre lo facciamo, la maggior parte di noi si figura nella mente molto di più di quanto viene poi descritto sulla carta. Se chiedete a Larry Niven di parlarvi degli Kzinti, egli vi racconterà dettagli dei loro sogni e abitudini riproduttive che non sono mai state pubblicate in nessuna sua opera. E lo stesso farebbe Gordon Dickson con i suoi Dorsai. La ragione per cui non tutto questo “background” viene stampato non è che l’autore vuole tenere per sé dei segreti, ma che spiegare troppe cose rallenterebbe il passo dell’azione. Tuttavia, una delle cose più belle della sf è proprio la costruzione di questi mondi nuovi interessanti e pieni di colore, mondi in cui possiamo lasciar libera di vagare la nostra immaginazione. L’esperimento che volevo tentare era quello di rendere il mio mondo quanto più completo mi fosse possibile. Dire tutto ciò che sapevo al riguardo, e non dare soltanto una spiegazione del modo di comportarsi dei personaggi. Non soltanto i parametri fisici, ma le abitudini, il modo di vestire, i divertimenti, le restrizioni, gli “input” sensoriali. E per ottenere il mio scopo senza che i personaggi stessero in continuazione a descriversi le cose, ho adottato il metodo dei “sidebars”. E' una tecnica giornalistica. Ma non mi pare sia mai stata usata in questo modo in un romanzo. John Dos Passos aveva fatto qualcosa di simile in 1919, molto tempo fa, usando brani di giornale, un’innovazione ripresa e spostata un gradino più avanti da John Brunner nel suo Stand on Zanzibar (Tutti a Zanzibar). Per Gateway sembrava proprio la tecnica adatta.».
La storia in sè concerne la fuga di Robinette Broadhead dalla solita Terra sovrappopolata ed esaurita di risorse del ventunesimo secolo. La vincita ad una lotteria  gli permette di pagarsi il viaggio fino a «Gateway», un asteroide traforato e cavo pieno di astronavi attraccate e lasciate da alieni scomparsi ormai da millenni (gli Heechee) in eredità agli umani. Ma, una volta giunto sulla stazione spaziale, egli ha paura di buttarsi nella cieca avventura e invece di offrirsi volontario per una missione, continua a rimandare e a rimanere sull’asteroide. Gateway, che rimane nella sua essenza un luogo ignoto, in quanto gli esseri umani non sono riusciti a comprendere i principi basilari della tecnologia Heechee, è diventato un luogo di passaggio per i «cercatori», che da lì partono all'inseguimento della fortuna, verso destinazioni ignote, con una minima speranza di tornare vivi e ricchi per la scoperta di manufatti alieni o di conoscenze che possano essere utili all’umanità.
L’originalità del romanzo nasce da questa situazione di base; il fascino deriva dal mistero di questa razza antichissima e avanzatissima le cui poche reliquie tecnologiche risultano indecifrabili. Una situazione affascinante e avvincente, ma la bravura di Pohl sta anche nello studio approfondito  dei personaggi, che sono veri esseri umani, capaci di vivere, di piangere, di amare, e soprattutto di sbagliare, come è nella vera essenza dell’uomo.
SP

FREDERIK POHL E LA FANTASCIENZA SOCIALE


Mi permetto di fare un omaggio a uno dei grandi "Vecchi" (ha quasi 94 anni..) della fantascienza ancora in attività (la Elara ha pubblicato da poco l'ultimo suo romanzo, Pompei 2079, che non è niente male), riproponendo, in due parti, un mio vecchi saggio





Frederik Pohl è probabilmente, assieme a John W. Campbell jr., la personalità di maggior spicco che la fantascienza abbia avuto nei suoi ottanta e passa anni di vita (calcolando la sua nascita con la pubblicazione del primo numero di Amazing nel lontano Aprile 1926). Figura pionieristica, dal carattere volitivo e brillante, Pohl ha fatto di tutto, nei sessantanni in cui si è interessato professionalmente di sf: è stato scrittore (e varie fasi si possono riscontrare nella sua evoluzione) e direttore di riviste ad appena vent’anni, poi agente letterario, scrittore assieme a Cyril Kornbluth e creatore della sf sociologica, di nuovo curatore di riviste famose come Galaxy, If e Worlds of tomorrow, (ha vinto varie volte il premio Hugo come miglior «editor») e infine, dopo un periodo di crisi spirituale, di nuovo scrittore di opere moderne, attuali e piene di inventiva.
Parlare di lui in tutte le varie fasi della sua carriera significherebbe scrivere un libro, in cui si dovrebbe trattare un po’ la storia di tutta la fantascienza dagli anni trenta in poi. Come si potrebbe infatti evitare di raccontare le avventure della «Futurian society» di cui Pohl era uno degli animatori agli inizi degli anni quaranta assieme a gente come Donald Wollheim e Damon Knight? O come potremmo evitare di tracciare l’evoluzione di un genere fantascientifico tanto di moda negli anni cinquanta come quello della sf sociologica, parlando delle collaborazioni di Fred Pohl con il compianto Cyril Kornbluth, collaborazioni che sono rimaste storiche, che hanno fornito classici come I mercanti dello spazio, come Gladiatore in legge, come Il segno del lupo? O ancora come potremmo esimerci dal descrivere la fantascienza degli anni sessanta, se volessimo parlare dell’attività di Pohl come «editor» di Galaxy, If e Worlds of tomorrow, quando riuscì a risollevare quelle riviste dalla fase stagnante in cui erano scivolate, riportando sulla scena autori importanti (che avevano smesso di scrivere) e sostenendo nomi nuovi che sarebbero divenuti in seguito prestigiosi? No, non sarebbe davvero possibile. Pohl è stato e rimane una figura di spicco nel mondo della sf che tanto ha contribuito a mutare e rivoluzionare favorevolmente.
Né è facile categorizzare le opere prodotte da Pohl nella sua lunga attività letteraria. Le sue storie variano in lunghezza, stile, attitudine, genere e trattamento più di quelle di qualsiasi altro autore di sf. L’unico punto in comune che esse hanno (come dice anche Lester Del Rey in un’introduzione a una raccolta dei migliori racconti di Pohl del suo «periodo sociologico») è l’alto livello di eccellenza. Inoltre, per rendere le cose ancora più difficili a chiunque voglia esaminare anche senza approfondimento l’opus letterario di Pohl e la sua carriera, c’è il fatto che egli ha smesso per ben due volte di scrivere per poi riprendere ogni volta dopo un lungo iato temporale e con caratteristiche e stilemi totalmente differenti da quelli adoperati in precedenza.
Cresciuto, come molti altri scrittori di sf del periodo d’oro, in condizioni di vita svantaggiate (il padre fece molti lavori e si trasferiva spesso; a volte, lasciava addirittura il piccolo Fred a casa di parenti perché non riusciva a trovare una casa o un affittuario che avesse abbastanza fiducia in lui), e, per la maggior parte della sua infanzia, in completa solitudine, Pohl riversò la sua mente sui libri, di qualsiasi genere essi fossero. Quando fu un po’ più cresciuto, e poté andare da solo alla biblioteca del quartiere, cominciò a leggere sf e prese a divorare con insaziabile voracità tutti i numeri arretrati di Amazing, Wonder stories, ed Astounding su cui riusciva a metter mano, nonché le opere di Sidney Fowler Wright, Olaf Stapledon e James Branch Cabell. Nacque così in lui quella passione per la fantascienza che non l’avrebbe più abbandonato per tutto il resto della sua vita.
A diciannove anni era uno dei fan più attivi di tutti gli Stati Uniti; a venti dirigeva già due riviste di sf, Astonishing stories e Super Science, con la provata competenza di un veterano e scriveva racconti da solo o in collaborazione con gli amici dell’epoca (Robert Lowndes, Dyrk Wylie e Cyril Kornbluth, ovviamente), racconti che apparvero tutti sotto pseudonimo. Dobbiamo aspettare gli anni cinquanta per incontrare il nome di Pohl in calce alle sue opere.
Queste prime storie, alcune delle quali sono state raccolte in due antologie, una del solo Pohl, Early Pohl e un’altra, The wonder effect, in cui compaiono quelle scritte in collaborazione con Cyril Kornbluth, mostrano già un notevole bagaglio di idee e di spunti narrativi. Si tratta di opere competenti, ma non c’è nulla che le distingua dalla produzione media di quel periodo che, tutto sommato, era piuttosto goffa e ingenua.
Nonostante sia impossibile intravvederlo dall’esame di queste prime opere giovanili, il carattere di Pohl si era già formato: si era già creata in lui quella vena di cinismo sulla natura dell’uomo che avrebbe caratterizzato tutta la sua produzione successiva.
Don Wollheim, suo amico dal lontano 1940, lo considerava un idealista disilluso che ha perso la sua fede nell’ umanità e nel futuro dell’umanità.
È molto difficile dire fino a che punto sia esatta l'analisi di Wollheim: Pohl non è uno scrittore facile e le sue storie del «secondo periodo» (quello sociologico degli anni ‘50 e ‘60) e del «terzo» (quello odierno) riflettono una personalità singolarmente complessa.
La seconda fase (la più famosa) della sua carriera letteraria inizia undici anni dopo. La guerra nel frattempo aveva posto fine alle sue riviste, e lo aveva visto come pilota  in Europa. Ma, dopo la guerra, la fiamma della passione fantascientifica riportò Pohl a scrivere, e a creare un’agenzia letteraria. Forse non tutti sapranno che, in quegli anni, Pohl rappresentò autori del calibro di Asimov e Sheckley. Fu Pohl a convincere la casa editrice Doubleday a pubblicare il primo libro rilegato di Asimov. Fu Pohl a fare di Robert Sheckley un autore notissimo in soli due anni. Fu Pohl a fondare, assieme al suo carissimo amico e collaboratore Lester Del Rey, l’Hydra Club di New York. Fu Pohl ad aiutare la Ballantine  a creare dal nulla e a sviluppare il suo programma di sf e a offrirle gli scrittori di cui aveva bisogno. Fu Pohl a convincere Kornbluth, che si era messo a scrivere «detective stories», a tornare alla sf.
La seconda fase della carriera letteraria di Pohl è legata molto strettamente a Cyril Kornbluth. Tante sono state le coppie famose nella sf: De Camp e Pratt, Anderson e Dickson, Silverberg e Garrett, sono alcune delle più note. Ma noi crediamo che nessuna delle coppie succitate abbia raggiunto un affiatamento nemmeno lontanamente paragonabile a quello della coppia «regina» Pohl-Kornbluth. E soprattutto, nessuna delle altre coppie ha mai prodotto opere dell’importanza de I mercanti dello spazio, Frugate il cielo Gladiatore in legge. È stato infatti Gravy planet, il romanzo breve apparso nel lontano 1952 su Galaxy e poi ampliato a formare The space merchants, a creare dal nulla un nuovo genere fantascientifico, quello della sf sociologica,  imperniato sulla satira sociale oltre che sull’estrapolazione tecnologica. Nelle loro opere, Pohl e Kornbluth attaccavano con vigore polemico mai visto in precedenza nella sf le vacche sacre dell’«american way of life»: la pubblicità, il consumismo, il marketing, la produzione, la concorrenza commerciale, le sofisticazioni, le assicurazioni e le loro prevaricazioni sociali.
Fiumi di parole sono stati versati sull’opera combinata di Pohl e Kornbluth; spesso e volentieri si sono dette molte cose imprecise sui due autori e sulle parti scritte dall’uno o dall’altro, sull’importanza avuta nella stesura delle opere rispettivamente da Fred Pohl o da Cyril Kornbluth. A volte  si è giunti a sopravvalutare il genere della sf sociologica. Innegabile è tuttavia la sua importanza nella evoluzione della sf, divenuta invero molto più matura e adulta sotto l’influsso di questo tipo di opere, più attenta all’esame degli sviluppi e degli aspetti della società del futuro e più pronta alla critica sociale.
Senza stare a fare un’esegesi della critica letteraria fantascientifica sulle opere congiunte scritte dal binomio in questione, va detto tuttavia che esse furono il risultato di una fusione esemplare e armonica, in cui venivano evidenziati i pregi e nascosti i difetti dei due scrittori. Sbaglia ad esempio Kingsley Amis, critico inglese entusiasta di questo genere di sf (egli mostra un particolare interesse appunto per tutte le «Utopie negative» e concentra la sua attenzione quasi esclusivamente su autori come Pohl e Sheckley, trascurando quasi del tutto le altre correnti) ad assumere che fosse Pohl quello che ragionava e dava le idee, gli spunti, e a ritenere che Kornbluth si limitasse a sviluppare l’azione. Questa assunzione è derivata probabilmente dalla lettura di altre opere scritte singolarmente dai due autori: Pohl continuò infatti a produrre opere sociologiche per Galaxy anche da solo, sia prima che dopo la morte dì Kornbluth nel 1958, molte delle quali sono entrate nell’ambito della leggenda, dei classici, come Il tunnel sotto il mondo, Il morbo di Mida, L’uomo che mangiava il mondo, tanto per citarne solo alcune. La conseguente «deificazione» di Pohl e il declassamento dì Kornbluth hanno portato ai due autori molto imbarazzo. Lo stesso Pohl ha più volte dichiarato pubblicamente che la maggior parte delle volte che Amis o altri critici si sono cimentati nel compito di riconoscere lo stile di Pohl o quello di Kornbluth in vari brani delle loro opere scritte in comune, essi sono caduti spesso e volentieri in errore.
Sbagliano d’altronde anche coloro che rilevano solo l’importanza di Kornbluth nel binomio, e la sua grande capacità narrativa, capacità che mancherebbe al solo Pohl. Kornbluth sarebbe, secondo loro, più «scrittore» di Pohl.
La verità, come spesso accade, sta probabilmente nel mezzo; non si deve trascurare il talento narrativo innato di Kornbluth, e dimostrato in classici come Domani la Luna, o The Syndic, o ancora Not this August, ma non si deve nemmeno trascurare la sagacia intellettuale di Pohl, la sua abilità nel fare una satira pungente, mordace.
Probabilmente, al tempo delle loro collaborazioni, Kornbluth era il più maturo, stilisticamente, dei due; e la sua influenza su Frederik Pohl e sulla sua evoluzione letteraria è stata indubbiamente molto positiva, ed ha contribuito a migliorare le sue doti narrative, il suo stile, le sue capacità di strutturazione e la sua tecnica.
Dal 1952 al 1958 (anno in cui Kornbluth morì per attacco cardiaco mentre rincorreva un treno) i due produssero cinque romanzi di cui almeno tre sono considerati dei classici della sf. Ma in quel periodo Pohl scrisse anche delle opere assieme a Lester Del Rey (come Preferred risk, che s’inquadra anch’essa nell’ambito della sf sociologica) e a Jack Williamson, con cui avrebbe prodotto il ciclo avventuroso delle «scogliere dello spazio» .
Scrisse anche, e soprattutto, una serie di racconti e di romanzi che dimostrarono chiaramente ai suoi detrattori come fosse in grado di produrre anche da solo storie valide, piene di ottime idee, e basate su un solido impianto narrativo, come ad esempio Il passo dell’ubriaco (Cosmo Argento n. 53), La spiaggia dei pitoni (Cosmo Argento n. 68), The Census Takers, My lady greenslaves.
Non tutte ovviamente sono allo stesso livello, né prive di difetti; se le idee dei racconti di Pohl sono ingegnose, se gli sfondi sono delineati con molta cura, se il passo, le movenze, sono rapide e scorrevoli, non si può negare che, quasi sempre, i suoi caratteri siano piuttosto stereotipati e poco convincenti: sono come delle figurine con sopra attaccato il cartoncino con la definizione «soldato di carriera», «tecnico», e così via. Le storie di Pohl sono ricche di «humour», anche di suspense, ma povere nella caratterizzazione dei personaggi e nel contenuto emotivo. L’influenza di Kornbluth fece di Pohl uno scrittore dotato di tecnica e di competenza narrativa, ma lui non era ancora pronto, non era ancora sufficientemente maturo. Del resto, la stessa fantascienza degli anni cinquanta e sessanta non era ancora passata attraverso la fase della «New wave» ed il conseguente ripensamento intellettuale e stilistico, che avrebbe portato i suoi autori a porre maggiormente l’accento sull’aspetto letterario ed umano. Sarà solo molti anni dopo, dopo un lungo periodo di crisi narrativa, che Pohl, tornando sulla scena con La porta dell'infinito, ci avrebbe dimostrato di essere diventato finalmente uno scrittore completo.

Sandro Pergameno

giovedì 25 luglio 2013

1985 di Anthony Burgess

Prosegue con questo post la panoramica dedicata da Nico Gallo alle società distopiche create dalla penna del grande Anthony Burgess. Stavolta tocca a 1985, il romanzo che Burgess scrisse come omaggio a George Orwell e a quello che rimane (IMHO) un capolavoro assoluto della letteratura mondiale (fantascientifica e non) e una delle più agghiaccianti tra le distopie mai concepite.




Nel 1978 viene pubblicato 1985, un romanzo complesso e pesantemente segnato dall’interpretazione, talvolta poco coerente, che Burgess effettua del romanzo di Orwell. In questo grottesco futuro i sindacati sono diventati talmente potenti che hanno assunto il controllo della Gran Bretagna. Scioperi continui e futili hanno paralizzato una nazione la cui unica struttura sociale e organizzata capace di sopravvivere è quella islamica. Il protagonista è Bev Jones, ancora un professore di storia, la cui moglie muore bruciata durante uno sciopero dei pompieri. Cacciato dall’insegnamento perché una cultura troppo sofisticata è contraria allo standard dei lavoratori, Bev diventa operaio in una fabbrica alimentare ma, rifiutandosi di partecipare a uno sciopero, viene licenziato. Costretto a vagare attraverso una nuova versione allucinata del Regno Unito, si unisce a un gruppo di emarginati che hanno rifiutato la logica degli scioperi continui. Vivendo di furti, Bev viene arrestato e portato in un centro di correzione dove tentano di rieducarlo. Il trattamento e i ricatti non riescono a piegarlo, così, una volta uscito dal centro, si unisce al gruppo di resistenza dei Liberi Britanni. Mentre la nazione si disgrega, Bev si rende conto che l’organizzazione è in mano a ricchi petrolieri arabi che non nutrono alcun interesse per la Gran Bretagna.
La lettura di 1985 chiarisce anche i limiti dell’approccio di Burgess ai temi politici e della costruzione dei rapporti sociali. Evidentemente Un’arancia a orologeria aveva costituito una tale fulgida intuizione che, in seguito, non è riuscito a liberarsi di un modello narrativo che è andato progressivamente a inaridirsi fino a diventare scontato. Sostanzialmente in queste  distopie il protagonista trascorre la parte centrale del romanzo in carcere o in un centro di correzione. La violenta e pavloviana terapia Ludovico diventa in 1985 una sorta di cineforum minculpop senza speranza, ma, complessivamente, la narrazione sembra arrendersi di fronte a un inconciliabile conflitto tra individuo e società. Il socing, scrive Burgess, è un’ideologia totalitaria che sostiene che “sia i dati dei sensi sia le idee sono soltanto fantasmi soggettivi”, e l’unica visione del mondo ammessa è quella del Grande Fratello e del partito. “L’individuo deve imparare ad accettare senza discutere, senza neppure esitare, la visione del partito”. La vita quotidiana sotto il potere tirannico del socing è totalmente preordinata dal potere, non esiste l’autodeterminazione dei singoli o dei gruppi, non esiste vita privata, non è previsto l’esercizio dei basilari diritti democratici e politici. Solo una ristretta burocrazia detiene il potere assoluto dell’organizzazione dello Stato e può stabilire cosa è giusto e cosa è sbagliato. Se pensiamo ancora a 1984, uno degli elementi più deprimenti del libro è rendersi conto che l’opposizione al Grande Fratello altro non è che una raffinata macchinazione di agenti provocatori. E rendersi conto che l’opposizione non esiste è forse la più crudele delle rivelazioni.  E ancora, “il socing ha bisogno di nemici come uno schiaccianoci ha bisogno di noci”, scrive Burgess sempre nell’introduzione a 1985, richiamando quel paradigma orwelliano secondo il quale “la guerra è pace”. Allenatasi con la Guerra Fredda e la Caccia alle Streghe, la società occidentale ha elaborato un sistema di potere basato sull’uso politico dei media della comunicazione in cui la figura del nemico è indispensabile a mantenere lo status quo e a distrarre le popolazioni dal fallimento della politica. Come l’inesistente Goldstein di 1984, oggi occupano l’immaginario violento e xenofobo solo i nuovi mostri provenienti dai paesi poveri. La metafora del televisore orwelliano, utilizzato sia per trasmettere sia per osservare, è lo strumento più efficiente della psicopolizia, una struttura repressiva che non conosce confini, che ha giurisdizione fin dentro la mente delle persone. Come notano Michael Hardt e Antonio Negri in Impero, la nuova polizia internazionale (che non usa più il termine obsoleto di guerra o di invasione) si estende oltre ogni confine geografico infrangendo qualsiasi regola di sovranità, si pone al di sopra delle leggi (riconoscendo solo a se stessa il diritto di possedere armi di distruzione di massa e di utilizzarle), persegue crimini e criminali sulla base di una potenziale volontà d’infrangere leggi che non sono mai state promulgate. È questa l’evoluzione dello stato di guerra permanente della tradizione orwelliana e riproposto da Anthony Burgess anche al termine de Il seme inquieto.
“Eppure vi sono stati utopisti – H. G. Wells, fra i primi – i quali hanno creduto che fosse possibile costruire una società giusta”. Anthony Burgess, in generale molto critico verso la fantascienza, non ha dubbi nello stabilire l’assoluta inattendibilità di una letteratura votata alla predizione del futuro, denuncia la falsità del progetto sociale basato sulla scienza e la tecnica (che è implicito in ogni raffigurazione utopica del passato) e si concentra su autori come George Orwell, Aldous Huxley ed Eugene Zamyatin.

Domenico Gallo