martedì 30 dicembre 2014

IL CICLO DI VITA DEGLI OGGETTI SOFTWARE di Ted Chiang





I Digienti sono cuccioli digitali sviluppati dalla Blue Gamma con l'idea di offrire ai consumatori degli animaletti virtuali che è possibile allevare e crescere come se fossero veri animali in carne e ossa, ma abbastanza antropomorfizzati da poter essere in grado di parlare e agire come piccoli esseri umani.
Ana è un'amante degli animali che dopo l'esperienza in uno zoo cerca nuove possibilità lavorative. La Blue Gamma le offre di occuparsi dell'addestramento dei digienti, i quali sono infatti bisognosi di una guida per imparare a relazionarsi con l'ecosistema virtuale in cui vivono. Inizialmente l'affare si dimostra vincente, ma ben presto il pubblico si stanca di questi animaletti che richiedono cure eccessive e così la Blue Gamma abbandona il progetto. Viene però permesso allo staff di adottare alcuni dei digienti, così Ana prende Jax, mentre Derek (il grafico del progetto) prende i due gemelli Marco e Polo. Ana e Derek, come decine di altri utenti, sono affezionati e affascinati dai digienti, che si dimostrano capaci di sviluppare personalità complesse e ognuna diversa dall'altra in base alle singole esperienze individuali, come dimostra il caso di Marco e Polo che sono in realtà lo stesso digiente ma sviluppato con esperienze diverse, esattamente come due gemelli omozigoti.
In breve tempo quindi Derek e Ana si ritrovano a dover lottare, insieme ad altri utenti, per garantire i diritti dei propri Digienti, che pur essendo dotati di una qualche sorta di autocoscienza sono del tutto privi di diritti e tutele legali.
Il Ciclo di Vita degli Oggetti software si dimostra un romanzo affascinante, caratterizzato da una narrazione inconsueta che alterna la pura descrizione degli eventi ai dialoghi e alle interazioni tra i protagonisti. Per certi tematiche ricorda il racconto, di Michael Swanwick, La Misura di Tutte le Cose (Urania Millemondi Estate 2005). Il tema di fondo è l'intelligenza artificiale, con tutto quel che ne consegue: interrogativi etici, questioni legali, istinto di sopravvivenza e diritti delle identità non biologiche. Sullo sfondo però si intrecciano anche questioni forse ancora più attuali come la personalità umana e il controllo della mente e delle passioni umane per mezzo delle più recenti innovazioni nel campo della chimica e della neurofisiologia. Si affronta, pur se solo brevemente, anche il concetto stesso di realtà e di percezione della stessa, ponendo a confronto le differenti modalità con cui digienti e esseri umani la sperimentano e la validità delle interpretazioni ottenute dai software e dai cervelli biologici.
L'autore è Ted Chiang, americano di chiare origini cinesi. Laureato in informatica, ha avuto l'onore di vedere pubblicato il racconto What espect of us (disponibile all'indirizzo http://www.nature.com/nature/journal/v436/n7047/full/436150a.html) sulla prestigiosa  rivista Nature, forse la più famosa e importante rivista scientifica del mondo. La sua biografia racconta di un personaggio certamente particolare: basti pensare che nel 2003 ha rifiutato una candidatura al Premio Hugo perché il racconto (Liking What You See: A Documentary ) era a suo parere insoddisfacente e non meritevole rispetto agli standard del premio. Pur avendo rifiutato una candidatura ha comunque fatto incetta di premi tra i quali il Premio Nebula, il Premio Hugo, il Premio Locus. Anche questo Ciclo di Vita degli Oggetti Software (Delos Odissea Fantascienza) è valso a Chiang il Premio Locus e il Premio Hugo, a conferma delle notevoli abilità di questo scrittore, particolarmente versato nelle forme del racconto e del romanzo breve.
In definitiva, leggendo Il Ciclo di Vita degli Oggetti Software, Chiang ricorda Egan per certe tematiche affrontate più volte nei romanzi e nei racconti dell'autore australiano.Pur non entrando nel dettaglio dell'idea scientifica alla base del racconto, il pluripremiato Chiang descrive minuziosamente l'impatto emotivo dell'innovazione tecnologica e affronta con notevole padronanza gli aspetti morali ed etici che il progresso scientifico pone sulla nostra strada.
Si tratta insomma di un autore da approfondire.
Vincenzo Cammalleri

IL MAGICO MONDO DI KATHARINE KERR

Dopo Morgan Llywelyn, Artemisia Birch analizza un'altra scrittrice fantasy d'ispirazione celtica, la statunitense Katharine Kerr.


Katharine Kerr, pseudonimo di Nancy Brahtin, nasce a Cleveland, Ohio, nel 1944. Storica, antropologa e appassionata studiosa dei Celti, approfondisce per anni l’aspetto simbolico e magico delle tradizioni celtiche, privilegiando lo studio della mitologia e della religione druidica.  Portando a compimento una passione presente fin da piccola, nel 1979 decide di scrivere la sua prima opera dopo aver ricevuto da un amico “ il regalo fatale”, Dungeons & Dragons, un entusiasmante gioco di ruolo fantasy; comincia così una sfida con sé stessa, che la porterà nel 1986 a pubblicare “La lama dei druidi” (TEA edizioni), il primo capitolo della lunga Saga di Deverry che si conclude nel 2009 con “ The Silver Mage” (non ancora uscito in Italia ).
La predilezione per i giochi di ruolo segnerà la sua vita e il suo stile narrativo, donando alla sua intensa creatività ciò che ne contraddistingue il genere: la strategia e la pianificazione, definiti dall’autrice come parte essenziale del processo creativo.
Lei stessa disegna mappe esagonali di Deverry per dar vita a veri e propri mondi in cui le distanze tra città e i tempi di viaggio tra di esse sono estremamente coerenti; le battaglie vengono minuziosamente segnate su carta in modo da tracciare con precisione dove avvengono e di quali avvenimenti sono testimoni. La visione d’insieme che ne scaturisce è così integra, e la credibilità dei vari punti di vista dei personaggi che vivono in prima persona i conflitti rappresentati, assolutamente soddisfacente.
In quest’ottica il processo di scrittura è un ingranaggio complesso che viene oliato dalla fluidità e dalla piacevolezza dei particolari, vagliati con estrema precisione nel corso della revisione del testo, fondamentale perché il progetto dipanato dalla prima all’ultima pagina riscuota il successo che merita.
Il successo è visto da Katharine Kerr come una gratificazione che riempie d’orgoglio e che è presagito dal concretizzarsi dei mondi creati dalla mente in un’opera finita, perfetta e fisicamente stretta tra le mani del suo autore.
Ciò che rende un libro buono non è solo la storia avvincente che presenta, ma la grammatica, l’ortografia, la costruzione della frase, la scelta oculata delle parole, il ritmo della prosa e la comunicazione sottile che ognuno di questi aspetti opera nella sensibilità del lettore, operando una fascinazione potente.
La storia in sé, anche se ottima, non rende il libro automaticamente di successo. “Scrivere bene è una sfida costante, il miglior gioco del mondo”, è intrigante e nello stesso tempo è uno scontro fino all’ultima goccia d’inchiostro tra la passione della scrittura e il lavoro dello scrittore; è un modo per fare emergere un mondo interiore ben radicato e nascosto nel profondo dell’animo di chi scrive, un mondo in cui il lettore può dilettarsi e riconoscersi.
In questo universo di storie ed eroi, i narratori sono personaggi essi stessi, che con il loro cadenzato eloquio svelano l’intimità del vissuto dell’autore, i cui punti deboli sbocciano con prepotenza come temi evidenti e ricorrenti nel narrato dei protagonisti, come una linea continua che li unisce e li giostra con sapienza nelle varie sequenze della storia.
Lettrice entusiasta fin da ragazzina, la narrazione di Katharine Kerr è imbevuta delle evocazioni oniriche di Proust, della sobria rappresentazione della magia di Henry James, della seduzione fantascientifica di Heinlein, della consapevolezza del potere di Ursula Le Guin.
Tuttavia, spesso lo spunto per creare storie nuove viene dal semplice scorrere di un banale istante della giornata: una passeggiata, l’osservazione pacata della gente in un contesto cittadino apparentemente lontano dal sostrato storico che la impregna, un incontro inatteso o ancora un comune imprevisto.
Così, in un solo battito di ciglia, l’ordinario si fonde nello straordinario e in esso si identifica, divenendo, nella mente poderosa dell’autrice, arte incantevole e magica.
Artemisia Birch
 

lunedì 29 dicembre 2014

ESCE IL NUMERO 5 DEL NOSTRO MAGAZINE




Siamo ormai a pochi giorni dalla fine dell’anno ed è anche pronto il nuovo numero del nostro magazine. Quale migliore occasione per fare un breve bilancio delle nostre attività e delle migliori uscite del 2014?
Impossibile però parlare di tutto quello che è uscito nel campo della fantascienza, quindi cercherò di limitarmi alle opere e agli eventi che mi riguardano più da vicino e che hanno suscitato il mio interesse. Non che il mondo della fantascienza italiana offra poi tanti spunti positivi o che inducano all’ottimismo, ma qualcosa di positivo rispetto agli anni precedenti c’è stato ed è giusto evidenziarlo.
Prima di tutto voglio citare le iniziative dei piccoli editori, nuovi e vecchi, che hanno contribuito assai a tenere alta la bandiera del nostro genere in un paese in cui la crisi economica sta ammazzando l’editoria in toto (e soprattutto quella fantascientifica).
Una lode particolare va a Giorgio Raffaelli e alla sua Zona42, che ha avuto il coraggio di rilanciare la fantascienza di qualità con opere come Desolation Road di Ian MacDonald (il suo primo romanzo, pregno di un’atmosfera che ricorda le cronache marziane di Bradbury e il realismo magico di Garcia Marquez) e Pashazade di Jon Courtenay Grimwood, un interessante thriller ucronico ambientato in una Alessandria d’Egitto alternativa.
Subito dopo voglio ricordare Silvio Sosio e la sua Delos Books/Delos Digital, che, oltre a svolgere un’importante opera di promotion della fantascienza italiana vecchia e nuova, ha voluto concedere al sottoscritto il divertimento di tornare in pista con una collana digitale dedicata alle novelle e short stories (soprattutto inedite) della nuova fantascienza. Dell’iniziativa non dirò altro, se non che il titolo “Biblioteca di un sole lontano” è un chiaro omaggio al nostro blog e che le copertine sono disegnate dall’amico Tiziano Cremonini (che qui si è davvero superato). Autori come Robert Silverberg, Walter Jon Williams, Robert Reed, e soprattutto Kris Rusch, hanno subito conquistato i lettori. Voglio ovviamente ricordare Robot, la rivista che Silvio e la Delos continuano a proporre e che mantiene un elevatissimo livello qualitativo sia nel campo narrativo che critico/informativo.
Elara Libri, sotto la nuova guida di Armando Corridore, ha saputo proporre almeno due titoli di assoluto spessore, vale a dire Roma Eterna, la magnifica ucronia di Robert Silverberg su un Impero Romano mai crollato, e l’antologia Steampunk, una “summa” delle opere brevi dedicate al genere omonimo. Vanno ricordati, ovviamente, anche i numeri di “Fantasy & Science Fiction”, bella rassegna di racconti usciti sulla importante rivista americana.
Una citazione anche per l’amico Luigi Petruzzelli e le sue Edizioni della Vigna, con cui ho avuto il piacere di collaborare per il ripescaggio di due autori ormai abbandonati dall’editoria come Jack Williamson ed Edmond Hamilton (con opere inedite come Xandulu e  Avventura nello spazio).
Due righe anche su Francesco Verso e la sua Future Fiction, che nell’ambito digitale si propone l’arduo compito di scoprire talenti ed opere innovativi nell’estrapolazione del futuro, non disdegnando di guardare anche verso la sconosciuta produzione del mondo non anglosassone.
Multiplayer invece, pur continuando a produrre volumi dedicati a un pubblico soprattutto giovanile e disimpegnato, ci ha regalato il miglior romanzo dell’anno, La ragazza meccanica di Paolo Bacigalupi, un grandioso affresco della Thailandia del vicino futuro, in cui gli sviluppi dell’ingegneria genetica hanno stravolto gli equilibri sociali ed economici.
Una nota di merito anche a Fanucci, che ogni tanto si ripropone nel campo fantascientifico con uscite quanto mai interessanti, come ad es. Ancillary Justice: la vendetta di Breq di Ann Leckie, romanzo vincitore di tutti i premi dell’anno.
Urania infine ha alternato, come spesso accade, novità assai valide a una moltitudine di ristampe. In particolare, va assolutamente ricordato Redemption Ark, il secondo romanzo del ciclo delle Rivelazioni di Alastair Reynolds.
Mi fermo qui. Mi scuso, ma quest’anno ho dedicato poco tempo al fantasy e quindi non posso citare uscite particolari del settore. Naturalmente voglio ricordare l’opera meritoria che Fanucci e Gargoyle compiono sistematicamente nel settore, senza addentrarmi in segnalazioni di opere che non ho letto. E come dimenticare la certosina pazienza di Andrea Vaccaro e della sua Hypnos nell’opera di recupero di importanti autori del fantastico come Robert Aickman e Fitz James O’Brien? O ancora la coraggiosa pubblicazione, in forma solo digitale, dell’originale e gradevole Gli dèi di Mosca di Michael Swanwick da parte di Vaporteppa?

Infine una nota personale. Un ringraziamento a tutti gli amici e collaboratori che mi hanno seguito con enorme disponibilità e dispendio di energie (sottratte ad attività lavorative o familiari assai più importanti) e che hanno permesso al blog di ottenere alla Italcon di Bellaria l’invidiabile premio come miglior pubblicazione amatoriale dell’anno passato. Una citazione particolare per Tiziano Cremonini, Stefano Sacchini, Fabio F.Centamore, Flavio Alunni, Marco Corda, Vincenzo Cammalleri, Arne Saknussem, Roberta C. , Roberto Kriscak, Marc Welder e Umberto Rossi, che mi sono stati sempre vicini durante un anno che mi ha regalato molte soddisfazione (e qualche delusione).
Bè, è ora di finirla e di lasciarvi alla lettura di questo mastodontico quinto numero del magazine, assemblato con santa pazienza dall’amico Tiziano. Vi ricordo che per scaricarlo (sia in alta che in bassa risoluzione) basta andare sul sito di Tiziano tramite il link in alto a destra.
E dunque buona lettura e buon anno a tutti!

Sandro Pergameno
 

sabato 27 dicembre 2014

REPETITA IUVANT: Ricomincio da capo - Source Code - Edge of Tomorrow

Dopo la recensione del romanzo "La moglie dell'uomo che viaggiava nel tempo" di Audrey Niffenegger, Claudio Battaglini torna su Cronache di un Sole Lontano con l'attenta analisi comparata di ben tre pellicole: Ricomincio da capo (1993), Source Code (2011) ed Edge of Tomorrow - Senza domani (2014).

Questa non vuole essere una semplice recensione cinematografica, né una ricerca compiuta di un filone tematico particolare, ci saranno altre pellicole che trattano l’aspetto peculiare dei film esaminati, ma qui non mi interessa, mi preme invece esaminare alcuni dettagli che trovo curiosi ed interessanti e che accomunano in parte tre storie molto diverse ed insieme molto simili.
Tra il primo film e l’ultimo ci sono quasi 20 anni, il secondo è decisamente più vicino al terzo che è del 2014. “Ricomincio da capo” è un piccolo grande capolavoro di un regista da poco scomparso, apparentemente una commedia normale, in realtà decisamente appartenente al genere fantastico, molto intelligente e che fa riflettere se si sbircia più attentamente sotto la sua patina lieve ed umoristica. “Source Code e “Edge of Tomorrow” si spostano in modo più deciso verso la fantascienza, più impegnato il primo dei due, del regista di Moon, più spettacolare visivamente il secondo, che comunque resta il più debole del terzetto, almeno in certe parti e nel finale.
Cos’hanno di così particolare e di stimolante a livello intellettivo questi tre film? In parole povere ci raccontano la storia di tre uomini, eroi loro malgrado, che per uscire da una situazione di ripetizione continua di un ben preciso periodo della loro vita, devono “crescere” ed imparare in continuazione per riportare la loro esistenza verso la normalità, se non proprio verso la pura e semplice sopravvivenza, e in cui si ritroveranno profondamente cambiati rispetto alla situazione di partenza. Solo loro saranno consci del cambiamento, le figure che li circondano sono dei protagonisti non protagonisti, a volte parzialmente consapevoli di quello che accade, ma più spesso semplice sfondo degli avvenimenti. Con particolare rilievo comunque, per le tre figure femminili di cui parlerò in seguito.
In pratica cosa succede ai nostri “eroi”? Non di loro volontà si ritrovano appunto a rivivere uno stesso periodo temporale all’infinito, da cui potranno uscire solo percorrendo un certo cammino, una strada di crescita morale e spirituale, al cui termine ci sono tre obiettivi diversi e una ricompensa finale. Ricompensa che non è né citata inizialmente né sicura. Il lungo cammino temporale porterà ad un punto con significati molto differenti, ma ugualmente importanti per i tre protagonisti che condividono il bisogno di sopravvivere. Per Bill Murray in “Ricomincio da capo” si tratterà di un qualcosa limitato alla sua persona, che però coinvolgerà profondamente anche coloro che gli sono vicini. Per Jake Gyllenhaal in “Source Code” sarà la lotta per salvare le persone di una città minacciate da un terrorista. Per Tom Cruise in “Edge of Tomorrow” il compito più grande, la salvezza del genere umano da una specie aliena che manipola il tempo. Tutti e tre si ritrovano in queste situazioni in modo del tutto inconsapevole ed involontario, intrappolati in avvenimenti che avrebbero evitato volentieri. In “Ricomincio da capo” Murray si ritrova a rivivere lo stesso giorno, in una sorta di Purgatorio, che nella sua infinita ripetitività sfiora l’Inferno, fino a quando la sua crescita morale, da odioso cialtroncello che disprezza gli esseri umani, tronfio ed arrogante, sarà costretto dal ripetersi di eventi fallimentari a cercare nuove soluzioni, nuovi atteggiamenti e nuovi modi essere e di relazionarsi con gli altri che lo faranno crescere moralmente ed eticamente e ciò lo porterà ad essere una persona completamente diversa. Non sappiamo quale divinità o altro l’abbia messo lì, neppure lui si pone veramente il problema, anzi, ad un certo punto del film rivela alla protagonista femminile di credere di esser un dio. Immortale, si sveglia, vive facendo quello gli pare, può anche morire sapendo che si risveglierà sempre nello stesso giorno. Certo un dio costretto ad un periodo molto ristretto, sole 24 ore. E che si scontrerà con l’inevitabilità della morte quando capirà che nulla può per evitare la morte del vecchio mendicante che tenta disperatamente di salvare.
In “Source Code” Gyllenhaal, militare ormai ridotto ad un corpo distrutto e morente, viene impiegato in un programma sperimentale per scoprire il responsabile dell’esplosione di un treno in modo da evitare un successivo attentato ancora più catastrofico. Non realmente vivo, è un avatar virtuale in un treno di persone in realtà già morte e scopre la spaventosa verità a poco a poco. Il loop della sua esperienza è a termine, limitato ad una durata di soli otto minuti. Neppure il suo aspetto fisico gli appartiene, essendo calato, tranne il pensiero, letteralmente in un’altra persona. Qui siamo più dalle parti dell’Inferno che del Purgatorio, quando realizza di essere ridotto a pochi brandelli di carne e al suo cervello non vede una ricompensa finale, solo sofferenza. Un esperimento per cui non si era offerto volontario e per cui morirà in modi differenti infinite volte, anche lui alla disperata ricerca di apprendere il più possibile attraverso una serie ripetuta di prove ed errori ed evitare la catastrofe. E non solo, ma anche per sfuggire all’esperimento e salvare coloro che già sono morti, in aperta opposizione a quello che gli scienziati gli dicono. La fine del suo percorso sarà la morte tanto agognata, sfuggirà al progetto dei militari, grazie alla compassione di un altro ufficiale, e rinascerà in un mondo virtuale, di cui però non aveva alcuna certezza. E, resettando il tempo, darà una seconda occasione a sé stesso e agli altri.
Con Cruise in “Edge of Tomorrow” torniamo al cialtroncello, pavido corrispondente di guerra, imboscato e soldato per caso, solo per stare il più lontano possibile da quel fronte di invasione aliena che si è impossessata di quasi tutta l’Europa. Finché il generale in capo non lo spedisce “volontariamente” in prima linea, mandandolo ad una morte sicura, vista la sua codardia e l’assoluta impreparazione militare. Lo salverà il fortuito incontro con un particolare tipo di alieno, che infettandolo col suo sangue gli darà il potere (anche se non controllabile) di ricominciare sempre da capo quando muore. E non salverà solo sé stesso, poiché alla fine del suo cammino di crescita salverà anche l’intera umanità riportando, come i protagonisti degli altri film, tutto in un tempo in cui nulla è successo. Anche qui una strada costellata di infinite morti ci conduce ripetutamente attraverso la soglia dell’Inferno.
Chi è pratico di videogames avrà senz’altro notato la struttura tipica degli stessi. Vite infinite che, in caso di errore durante il gioco ti permettono di ripartire dall’inizio dopo avere incontrato una morte più o meno violenta. Si impara per tentativi, si cercano nuove strategie per superare gli ostacoli. Quando si fallisce per alcune volte ci si arrabbia e ci si sente frustrati. Anche i nostri tre protagonisti riusciranno a vincere quando cambieranno e riusciranno a ragionare in modo diverso. Ma il percorso è lungo, al limite della follia per quel continuo, eterno ripercorrere gli stessi avvenimenti, gli stessi secondi. Murray quando arriva alla disperazione, si suicida in tutti i modi possibili ed immaginabili. Gyllenhaal muore continuamente su quel treno o nei suoi pressi quando il suo tempo scade. Cruise viene massacrato infinite volte dagli alieni o ucciso dalla sua compagna per dare un restart alla storia. Anche noi quando ci infiliamo in un videogame diventiamo frenetici come i tre protagonisti. Che noia dover ripercorrere fasi di un episodio che abbiamo già fatto decine di volte, per arrivare a quel fatidico momento, quello che, se risolto positivamente, ci sbloccherà e ci permetterà di andare avanti verso la tanto sospirata fine del gioco. Certo, nei film, è inevitabile trovare momenti profondamente ironici, più o meno dichiarati. Per esempio quando i tre protagonisti si trovano ad anticipare o a concludere rapidamente i discorsi degli altri, già sentiti innumerevoli volte in una continua e ormai noiosa ripetizione. Il morire o il farsi uccidere per tornare all’inizio, più volte ci strappa un sorriso, così come i momenti infiniti in cui riaprono gli occhi e devono farsi forza e riiniziare tutto da capo. Un incubo in realtà, di cui sono sempre più perfettamente consci, che tentano a volte di condividere con le persone che li circondano, ma che ad ogni nuovo inizio torna ad essere il loro infernale e personale incubo privato. Morire un milione di volte per riuscire a rinascere una sola, ultima volta.
E’ interessante a questo punto osservare anche le tre figure femminili, che all’inizio di tutti e tre i film sono solo marginalmente o non coinvolte nella vita dei protagonisti. Questi ultimi nel loro percorso diventeranno curiosamente simili a tre cavalieri della Tavola Rotonda, eroici, puri e coraggiosi per arrivare ad incontrare l’amore delle tre donne e per salvare le “principesse” dai pericoli. Eh sì, vita e morte si intrecciano continuamente da queste parti. La Andie MacDowell di “Ricomincio da capo” è quella non a rischio di morte, ma la più difficile da raggiungere e da comprendere per Bill Murray. E’ lei la chiave principale per uscire dal loop.
Michelle Monaghan in “Source Code” inizialmente è marginale, semplice conoscente dell’immagine virtuale di Gyllenhaal. Che in seguito però lotterà anche per lei (se non soprattutto, la ragazza è il simbolo principale della sua rinascita) e con cui tornerà alla vita in una nuova dimensione.
La più partecipe all’azione è senz’altro Emily Blunt in “Edge of Tomorrow”, eroina della guerra, provetta combattente (è pure più brava di Tom Cruise…), lei stessa ha avuto il potere di ricominciare da capo, ma quando noi la incontriamo lo ha già perso. Ma è quella più consapevole di quello che accade, anche se ogni volta deve ricominciare a conoscere il protagonista principale. Entrambi moriranno alla fine. E si ritroveranno insieme, in un nuovo mondo e in attesa di rifare per l’ultima volta conoscenza.
Tre film, diversi, ma singolarmente apparentati, tre belle sfide tra stuzzicanti paradossi temporali, per l’immaginazione e per la sospensione dell’incredulità, tre splendidi viaggi ai confini delle realtà parallele, in una oscura zona del crepuscolo, che porteranno verso future albe insospettate ed insospettabili.
SCHEDE FILM
RICOMINCIO DA CAPO (Groundhog Day) 1993 – Columbia Pictures USA – regia di Harold Ramis, sceneggiatura di Danny Rubin e Harold Ramis. Durata: 97 minuti
SOURCE CODE (Source Code) 2011 – Vendome Pictures USA – regia di Duncan Jones, scritto da Ben Ripley. Durata: 90 min
EDGE OF TOMORROWSENZA DOMANI (Edge of Tomorrow) 2014 – Warner Bros. Pictures USA – regia di Doug Liman, sceneggiatura di Christopher McQuarry e Jez Butterworth & John-Henry Butterworth, basata sul romanzo “All You Need Is Kill” di Hiroshi Sakurazaka. Durata: 113 minuti.

Claudio Battaglini

 

giovedì 25 dicembre 2014

L'ESTATE DELLA PAURA di Dan Simmons


La Old Central School si ergeva ancora imponente, racchiudendo saldamente all'interno i propri silenzi e i propri segreti… Se pure scorreva, il tempo lo faceva con maggiore lentezza dentro la Old Central, dove i passi echeggiavano lungo i corridoi e su per il pozzo delle scale con suoni che parevano soffocati e fuori sincrono rispetto a qualsiasi movimento visibile nell'ombra.
(trad. di Annarita Guarnieri)

Dalla quarta di copertina:
"Elm Haven, Illinois, 1960. Cinque ragazzi di dodici anni stanno cementando un’amicizia che durerà tutta la vita e assaporando i primi, timidi approcci d’amore. Ma tra i giochi nei campi di grano e le spensierate corse in bicicletta, qualcosa è in agguato. Una mostruosa entità senza tempo sta mietendo vittime. Toccherà proprio a Mike, Duane, Dale, Harlen e Kevin indagare sulla natura di quell’incubo tremendo e affrontare il mostro, prima di finire anche loro preda della sua rapace avidità."

Il romanzo di formazione riveste un ruolo importante nella letteratura nordamericana, almeno dai tempi di Jack London. Tantissimi gli autori che si sono cimentati con questo genere: da J.D. Salinger  ("Il giovane Holden") a Joe R. Lansdale ("In fondo alla palude"), passando per Harper Lee ("Il buio oltre la siepe"), giusto per citare alcuni fra i nomi più conosciuti. Nel campo dell'horror vengono in mente "It" (It, 1986) di Stephen King e questo L'ESTATE DELLA PAURA (Summer of Night, 1991) di Dan Simmons, ripubblicato nel 2012, in edizione paperback, dalla Gargoyle dopo la precedente edizione del 2006 (la primissima versione italiana risale al 1994, nella collana Mondadori Interno Giallo).
Molte le somiglianze tra questi due romanzi, e non poteva essere altrimenti.
King e Simmons sono quasi coetanei (rispettivamente classe 1947 e 1948) e nella stesura delle rispettive opere hanno attinto a piene mani ai ricordi della propria infanzia, alle atmosfere dei luoghi dove sono cresciuti, e soprattutto al medesimo bagaglio iconografico e mitologico. Non è un caso, né tantomeno un atto d'imitazione cosciente da parte di Simmons, se in entrambi i romanzi abbiamo un gruppo di dodicenni coraggiosi che, nell'America rurale degli anni a cavallo fra '50 e '60, affronta un mostro tanto antico quanto assetato di sangue. Sangue soprattutto infantile. Gli adulti sono sì presenti ma, in quasi tutte le situazioni, solo come parte dello scenario e ininfluenti, nel migliore dei casi, o posseduti dal Male, nel peggiore.
In Simmons, casomai, sono percepibili ancora più che in King le influenze del maestro H.P. Lovecraft, come si evince dalle descrizioni dell'edificio della Old Central School e del mostruoso paladino del Male che vi dimora. Altro autore al quale entrambi gli scrittori hanno guardato è sicuramente Ray Bradbury, nello specifico alle inquientanti atmosfere del suo "Il popolo dell'autunno" (Something Wicked This Way Comes, 1962).
Ovviamente ci sono anche differenze. Innanzitutto, Simmons sviluppa la propria storia lungo un unico binario temporale, l'estate del 1960. Inoltre, i ragazzini protagonisti in L'ESTATE DELLA PAURA sono nei loro comportamenti più credibili agli occhi del lettore, più "dodicenni" e meno stereotipati rispetto ai personaggi, pure indimenticabili, presenti in "It".
Comunque, a prescindere dall'inevitabile confronto con il capolavoro di King, L'ESTATE DELLA PAURA è un'opera di pregevole fattura nella quale Simmons, scrittore capace di cimentarsi con altrettanta maestria con fantascienza e noir, crea un'atmosfera di suspance che mantiene il lettore in tensione sino alla fine, in una condizione dove ogni pagina può riservare colpi di scena e grondare horror allo stato puro.
Per concludere, due parole sull'edizione della Gargoyle, impreziosita dall'interessante postfazione dello scrittore e saggista Riccardo D'Anna: la casa editrice romana ha fatto un ottimo lavoro, sostenuta in questo anche da una traduzione eccellente. 

Dan SIMMONS, L'ESTATE DELLA PAURA (Summer of Night, 1991), trad. di Annarita Guarnieri, Gargoyle, collana Gargoyle Pocket, 632 pp., 2012, prezzo € 9,90. 

Stefano Sacchini
 

mercoledì 24 dicembre 2014

PRIGIONIERO POLITICO di Charles Coleman Finlay






Max Nikomedes è un agente di un importante e potente dipartimento governativo, avvezzo alle regole e ai tradimenti della politica. Rimane invischiato in uno dei soliti giochi di potere e si ritrova in viaggio verso un campo di lavoro forzato.
In soldoni questo è l'inizio di questo romanzo breve finalista al Premio Hugo nel 2009 e al Premio Nebula nel 2008.
Ci troviamo su Jerusalem, un pianeta ai margini della civiltà umana. Colonizzato da fondamentalisti cristiani refrattari alla tecnologia, il pianeta si è rivelato resistente ai tentativi umani di terraformazione ed è ben presto scivolato in una serie di crisi politiche caratterizzate da colpi di stato e guerre per il potere. Dopo l'ultima rivoluzione si sono avuti alcuni anni di relativa tranquillità, ma i tempi sono oramai maturi per un nuovo cambio al comando e proprio in questi giochi di potere si trova invischiato il protagonista Max Nikomedes.
Deportato in un campo di lavoro forzato in cui i detenuti lavorano fino allo stremo cercando di rendere adatto all'uomo il pianeta, Nikomedes sarà costretto a subire dall'altra parte della barricata quello che fino a quel momento era per lui un mondo distante destinato agli sconfitti della vita.
Non è semplice per il lettore immedesimarsi nel protagonista, che pur essendo una vittima nella storia narrata non può allo stesso tempo essere identificato del tutto nel ruolo, avendo delle responsabilità nell'ordine sociale e politico che ha contribuito a tenere in piedi fino al giorno in cui esso l'ha fagocitato.
Nikomedes non è un buono, non è neppure un sadico, è un uomo normale, brillante e intelligente che si muove con astuzia nel complesso realismo delle relazioni umane. Egli prima dei suoi compagni di sventura si adatta nel nuovo ruolo di sottomesso, proprio in virtù della sua esperienza, e riesce ad adattarsi e tirare avanti sperando nel giorno in cui sarà salvato. E la parola “salvato” non è casuale poiché si rifà ai saggi di Primo Levi raccolti nel volume “I Sommersi e i Salvati”, a cui il romanzo porge un evidente omaggio riferendosi ai “Nuotatori e agli Annegati”. Con queste parole si dividono i prigionieri in due categorie: i Sommersi (Annegati) sono coloro che non superano le difficoltà della vita nei campi e sono destinati alla morte, i Salvati (Nuotatori) sono invece coloro i quali riescono a galleggiare nel limbo, attraverso compromessi e patti col diavolo, prolungando la loro vita nell'incessante lotta per la sopravvivenza in un mondo che ha perso ogni caratteristica di “civiltà”.
Prigioniero Politico (Political Prisioner, 2008) è quindi una storia dai forti contenuti che non disdegna di farsi leggere come una avventura, in apnea, senza pause. L'autore è Charles Coleman Finlay, americano, conosciuto in Italia solo grazie a questo splendido romanzo breve tradotto nella collana Odissea Fantascienza di Delos. In poco più di cento paginette Finlay racconta una storia appassionante, avventurosa e allo stesso tempo cruda e violenta. Non ci addentreremo oltre nella trama per non rovinare il piacere della lettura, ma, oltre a quanto già detto, non guasterà ricordare che in Prigioniero Politico non mancano episodi di razzismo nei confronti della misteriosa razza degli Adariani, riferimento probabilmente anch'esso da ricondurre all'omaggio di Finlay nei confronti di Primo Levi. Colori i quali hanno già avuto modo di leggere Primo Levi coglieranno sicuramente i riferimenti a una “zona grigia”, quella in cui si pongono gli individui che pur non essendo malvagi si ritrovano nel ruolo di aguzzini, a volte ricoprendo contemporaneamente anche il ruolo di vittime, a causa delle circostanze.
Ci si potrebbe chiedere cos'ha da aggiungere Finlay rispetto a Se Questo è un Uomo o al già citato I Sommersi e I Salvati. Ma la domanda sarebbe in effetti mal posta. Parliamo di un'opera di narrativa, un romanzo leggero che deve intrattenere, ma che può essere capace di farlo raccontando una storia e ricordando che ciò che è accaduto una volta può accadere di nuovo, in luoghi e tempi differenti.

- Hai mai sentito il detto che quelli che non studiano la storia sono destinati a ripeterla?
L'adariano si fermò. - Si.
- Quelli che studiano la storia sono destinati a vedere l'arrivo della ripetizione

Vincenzo Cammalleri