mercoledì 29 gennaio 2014

LA FORESTA di Joe R. Lansdale

Già altre volte abbiamo parlato del grande Joe Lansdale in questo blog (ricordo un bel profilo di Stefano Sacchini sulla sua produzione fantastica). Non è un mistero che Big Joe sia uno dei miei scrittori prediletti (in questo sono davvero uno dei tanti in Italia): alcuni dei suoi romanzi (In fondo alla palude, Echi perduti e La sottile linea scura, ad es.) meritano di entrare nella storia della letteratura americana. L'intreccio della trama, l'avventura del thriller si mescola sapientemente in queste opere con una forte critica sociale, nel ritratto della borghesia razzista e delle ipocrisie del profondo sud americano dei primi sessanta anni del novecento. Giovanna Turco, appassionata ed esperta delle opere di Lansdale, esordisce sul nostro blog con una recensione precisa, puntuale e non priva della giusta dose di critica, sull'ultimissimo romanzo di Lansdale, La foresta, tradotto come sempre in maniera egregia dall'amico Luca Briasco.



«Hai paura?» chiesi.
«Tu no? Se anche decidi di non rinunciare e di agire, è sempre e comunque la paura, a tenerti vivo. Se non hai paura, è perché sei troppo stupido per capire che cosa c'è in mezzo a quella foresta. Io però lo so. C'è gente che è nata lì e non ha mai messo il naso fuori. Ne ho sentite tante su di loro. Vivono dei frutti della terra ma sanno anche arrampicarsi su un albero e tirare giù un orso. Scopano uno con l'altro: membri di una stessa famiglia, uomini e donne, cani e scoiattoli, e per quanto posso saperne io, magari anche pesci e uccelli. Perciò sì, ho paura, perché ho abbastanza buon senso da averne. Le uniche volte che non ho paura di niente è quando sono ubriaco. Ma in quel caso, siete voi che dovete aver paura di me. Quando sono sobrio, so da che buco entra il cibo, e da quale esce. E so quando è il caso di avere paura».

Stavolta il carissimo Joe c'ha provato. Ha strizzato l'occhio al suo pubblico affezionato e ha rispolverato la rodata coppia Hap e Leonard trasformandola nel "negro" becchino ubriacone e nel nano da circo, ma centellinando la solita ironia tagliente che qui cede subito il passo al disincanto e all'orrore. Ha dato fondo alla sua sterminata fantasia pulp/splatter. Indagando i già frequentati luoghi del disagio sociale (vite distrutte dalla violenza familiare e dall'abbandono, dall'assenza di genitori divorati dall'alcol e dalla droga). Documentandosi sul manuale del perfetto torturatore per deliziarci (stavolta è andato giù pesante) con taglierini, tizzoni ardenti, stupri a ripetizione, lamette, impiccagioni, per concludere, in un climax incalzante, con lo sbranamento da parte dell'orso del più tonto della comitiva! Mostrandoci tutto l'arsenale dell'America del secondo emendamento. Rimestando nei topoi della Frontiera americana, non facendosi mancare nulla: duelli all'ultimo sangue, rapina alla banca con cavalli, agguato alla diligenza, cacciatori di taglie, sceriffi corrotti, il vaiolo, la prostituta che si pente e vuole essere salvata abbindolando il puritano di turno. Ai margini emergono timidamente i valori dell'amicizia, del rispetto per gli animali, l'amore per il Texas con la sua natura crudele che genera sentimenti contrastanti, la ricerca dell'amore vero (materno, filiale, coniugale), la società crudele che emargina il diverso, il razzismo, la follia (i protagonisti negativi sono dei figli di questa società sbagliata ma soprattutto dei folli). Insomma ci sta proprio tutta, questa violenza cieca, nel periodo di crisi che stiamo attraversando, in cui, in America soprattutto, si moltiplicano le violenze, i gesti generati dalla follia della povertà, della disoccupazione, del rifiuto da parte della società che prima ha dato tanto e adesso rivuole indietro tutto con gli interessi.
La trama è, come sempre in Joe, un viaggio, un'avventura che porterà i protagonisti a compiere un lungo cammino dentro l'America del primo Novecento: lo sappiamo da un paio di indizi posizionati a dovere lungo il racconto. Stessa epoca e stessa ambientazione: il Far West dei suoi ultimi romanzi, ma privato della sua morale. Stavolta non si tratta di un viaggio di formazione (non mi sembrano sufficienti a riguardo le prove – a base di sesso, armi e violenza - cui verrà sottoposto il giovane protagonista) né alla ricerca di sé (troppo giovane il protagonista per avere già una crisi d'identità). Il motore unico è la vendetta, tema caro al cinema americano, non ultimo in Tarantino, vendetta cieca e incondizionata, non indirizzata ad un oggetto preciso. Ho dovuto raccogliere le forze per leggere le ultime quaranta pagine. Per una donna che viaggia spesso sola e usa i mezzi pubblici nelle città di oggi, prendere atto di certe scelte della mente umana e fissare negli occhi immagini di violenza gratuita soprattutto nei confronti delle donne, può fare la differenza tra un attacco di panico e cinque minuti di serenità. Nelle ultime dieci pagine sono rimasta incollata alla storia (e non in senso metaforico), sporcandomi di melassa e ovvietà. Come in realtà è d'uso in Lansdale, il finale dei suoi romanzi deve rimettere a posto tutto quello che lui ha rimescolato nel corso della storia. Ricorda un po' le tragedie greche, dove nel corso della narrazione le divinità intervengono a cambiare le carte in tavola e poi alla fine è assegnato ad ognuno dei protagonisti un destino sempre ben spiegato. Una volta, quando ero piccola, e la Rai programmava quei bei film in bianco e nero il sabato pomeriggio, vidi un giallo in cui alla fine tutti gli attori comparivano davanti alla telecamera e ad uno ad uno si toglievano la maschera mostrando il loro vero volto. Beh! Joe ha fatto lo stesso facendo sfilare i suoi protagonisti e assegnando ad ognuno di loro un finale degno del peggior romanzo rosa: i vari protagonisti oltre a sposarsi tra di loro e a convivere in amore e serenità fino alla fine dei loro giorni, troveranno casa, terreni fertili da coltivare, e finanche il petrolio! Come spesso avviene nei romanzi di Lansdale il buono e il cattivo non rimangono tali fino alla fine della storia. Spesso le parti si scambiano anche più volte: quelli che all'inizio sono cattivi diventano buoni, i buoni nel corso della storia diventano cattivi per un po', prendendosi la loro piccola e ingenua dose di vendetta, e i cattivissimi rimangono tali ma hanno la fine che si meritano. Questa è la visione americana della vita!
Il punto di forza del libro è la scrittura apparentemente semplice, rapida, trasparente, restituita da una traduzione senza sbavature. Quel bastardo di Joe ci spiazza e si fa ammirare per le vivide metafore (perché non le ho pensate prima io!) che ti fanno sentire nella pancia quello che non puoi vedere perché è scritto: ma poi te lo fa vedere, annusare, toccare, sentire dentro. Joe si conferma anche stavolta maestro dei dialoghi, disegnatore raffinato dell'animo umano, dei caratteri che diventano macchietta. In questo libro ogni cosa è spinta al limite, ma la scrittura perfetta mette insieme tutto e rende plausibile questo baraccone di uomini persi e sperduti che in fondo rappresentano la faccia buona dell'America.
In sostanza, non ho gradito la trama del libro e soprattutto il suo finale; in particolare alcuni brani che ho dovuto saltare a piè pari a causa dell'eccessiva violenza delle immagini, ma è sempre un piacere leggere Joe e scoprirmi ad ogni riga meravigliata di tanta maestria. E rimango ancora una volta gradevolmente stupita di come un omone grosso e sgraziato generi ad ogni romanzo tanta bellezza. 
Joe R. LANSDALE, LA FORESTA (The Thicket, 2013), trad. di Luca Briasco, Einaudi, Stile Libero Big, 347 pp., 2013, 18,50 €.

Giovanna Turco

lunedì 27 gennaio 2014

INTERVISTA A PAUL DI FILIPPO di Fabio F. Centamore






PROVIDENCE - MATERA - CATANIA: I NUOVI MONDI LINEARI DI PAUL DI FILIPPO
 Nato a Providence ma non certo definibile "solitario", Paul Di Filippo è sicuramente uno dei più importanti scrittori di fantascienza in attività. Particolarmente produttivo nella narrativa breve, racconti e romanzi brevi, in cui ha toccato molteplici sottogeneri (dal cyberpunk allo stempunk), vanta una produzione di tutto rispetto. Spirito naturalmente eclettico, si dedica anche alla creazione di fumetti e soprattutto all'attività di critico letterario. Sue recensioni, infatti, sono apparse un po' su tutte le più autorevoli riviste del settore. Ciò che, tuttavia, mi ha colpito della sua personalità è la grande disponibilità e notevole amabilità come persona. Si è raccontato in questa intervista senza risparmiarsi e svelando anche qualche interessante chicca sul suo futuro e su cosa noi lettori vedremo presto. Godetevi, dunque, Paul.
 Com'è cominciato il tuo rapporto con la fantascienza? Qual'è stata la tua prima lettura di fantascienza?
Amando i libri come quelli del Dr. Seuss (NDR.: Theodor Seuss Geisel, scrittore e fumettista statunitense, meglio conosciuto con lo pseudonimo Dr. Seuss) che potevo interpretare per conto mio. Ero un lettore impegnato già in età molto precoce. Poi, all'età di cinque anni, ho scoperto i fumetti. Vi dirò che il mio primo vero FS era Mighty Mouse in Space - ndr: personaggio noto in Italia come Supertopo o Supermouse. (Ho recentemente acquistato una copia usata dopo decenni che non ne leggevo uno, e rivissuto la gioia.) I supereroi mi hanno occupato per altri cinque anni, insieme a cose come Tom Swift e The Hardy Boys (NDR.: serie di romanzetti avventurosi per ragazzi, inediti in Italia) fino a quando ho incontrato un librettino di Raymond Jones nella biblioteca della mia scuola elementare, The Year when Stardust fell (NDR.: romanzo di Jones inedito in Italia). Dopo di che, il passo verso i juvenile di Heinlein e Norton, e tutto il resto della truppa, fu breve. Solo pochi anni dopo, leggevo Philip K. Dick, Ballard, Aldiss e altri luminari.
Sei di Providence come un certo H. P. Lovecraft. Ti senti in qualche modo spiritualmente legato a lui?
 Assolutamente! Non solo amo la sua narrativa, ma ho "grokkato” (NDR.: ovviamente in senso heinleiniano) completamente il suo patrimonio e mentalità, senza avallare del tutto le sue stranezze e manie. Camminare per le stesse strade dove lui camminava mi ha imbevuto del suo spirito. Porto sempre i visitatori alla sua tomba e anche ad altri luoghi celebri, per diffondere la sua fama il più lontano possibile. La recente ricorrenza di "NecronomiCon" a Providence nel 2013 è stata una massiccia affermazione della sua eredità (NDR.: è stato fra il 22 e il 25 agosto 2013) .
 Secondo te cosa dovrebbe contenere una storia fs ben scritta?
 Tendo a portare avanti una miscela di scienza/tecnologia e problematiche di cuore e mente umana, già definita da Theodore Sturgeon e Damon Knight. Una rappresentazione dello spirito umano, dei suoi travagli e gioie, priva di un ruolo dominante per le estrapolazioni produce solo narrativa mimetica. Deve essere presente, sia nell'autore che nella storia, una mentalità tale per cui la ricerca della conoscenza dell'universo, e il modo in cui il genere umano adatta le nuove conoscenze alla cultura attuale, diventa di importanza fondamentale, o quantomeno della stessa importanza, rispetto alla vita emotiva dei personaggi.
 Tornando alle tue origini, c'è qualcosa di italiano nelle tue storie? Cosa?
 Il mio retaggio italiano è alquanto diluito. Da parte di mio padre, i suoi genitori erano immigrati. Da parte di mia madre, i suoi nonni. La lingua si è perdura fin dalla mia nascita. Le abitudini alimentari , naturalmente, sono sopravvissute. Ma negli ultimi anni sono stato molto fortunato: relazionandomi a un pubblico di lettori italiani, ho fatto due viaggi nella mia terra d'origine. L'ultimo dei quali, a Matera, ha ispirato la storia più italiano-centrica che abbia mai scritto, Chasing the Queen of Sassi, che presto sarà un ebook.
 Come nasce un tuo racconto (o romanzo)? Da una pagina bianca? Da un'idea forte?
 Tre volte su quattro, parto da un'idea o da un tema. Le altre volte, è un personaggio che suscita il desiderio di essere scritto. Questo potrebbe essere un individuo totalmente immaginario, o qualche figura storica che mi chiama. Spesso trovo che una singola idea non basta per una storia abbastanza profonda e ricca, e che occorra fondere due o tre idee, anche se apparentemente non correlate, perché risulti al pubblico un'esperienza di lettura più ricca.
 Il tuo ultimo lavoro, "The Via Panisperna Boys in 'Operation Harmony'", l'hai scritto insieme a Claudio Chillemi. Come è iniziato questo progetto?
 Devo questa storia all'esuberanza e al talento di Claudio. Dopo il nostro incontro alla Italcon nel 2012, siamo diventati amici e lui ha avuto l'idea di collaborare. Ha dato il via alla storia con un grande inizio, vi ho aggiunto le mie intuizioni e quelle che speravo fossero belle rifiniture. Claudio è una dinamo di energia, e sono stato fortunato ad avere lui come partner.
 Perché Ettore Majorana?
 Perché Majorana, questa era l'idea di Claudio, è una figura di mistero, come Amelia Earhart o Ambrose Bierce. Anche se ad essere onesti, mi ero già concentrato su di lui in precedenza, in modo lieve, su uno dei miei pezzi umoristici.
 Sveliamo qualche retroscena, dai: è stato difficile lavorare con uno scrittore non americano? Come avete organizzato la collaborazione?
Internet rende semplice collaborare: basta un semplice scambio di file e messaggi di posta elettronica. L'inglese scritto di Claudio è molto buono, ma ho dovuto lavorare per appianare alcune idiosincrasie. Avevamo anche Skype per aiutarci con il brainstorming!
 Avete avuto qualche divergenza durante lo sviluppo della trama?
Neanche la più piccola obiezione, da entrambe le parti! Tranne forse che il titolo di Claudio era diverso da quello finale. Ritenevo che il suo originale non fosse perfetto e ci ho armeggiato per introdurre qualche modifica.
 Ti piacerebbe ripetere l'esperienza?
Ormai ho collaborato con un bel po' di persone: Rudy Rucker, Bruce Sterling, Marc Laidlaw, Michael Bishop, Don Webb e Claudio. Ogni esperienza è stata diversa e grande, quindi naturalmente non vedo l'ora di portare avanti altri progetti.
 Sei anche un critico letterario, oltre che uno scrittore. Quanto è importante essere uno scrittore professionista per scrivere buone recensioni? D'altra parte, essere un critico letterario ha fatto di te uno scrittore migliore?
 Il mio amico George Zebrowski crede, come me, che la figura dello scrittore-critico sia uno strumento molto valido ed efficace, nonché molto utile, per lo sviluppo del settore. Si può essere ottimi critici senza essere ancor prima scrittori, come John Clute o Paul Kincaid. Ma non si potrà mai capire un romanzo dall' "inside out" allo stesso modo in cui solo uno scrittore può fare. Di conseguenza, solo una siffatta figura è in grado di offrire spunti adeguati su come costruire libri di fantascienza migliori.
 Cosa puoi dirci sui tuoi futuri progetti? Continuerai il ciclo del "mondo lineare"?
 Mi piacerebbe molto concludere la serie della "Città lineare" con un terzo libro finale, ma sto ancora riflettendo su come trovare il dramma e le rivelazioni appropriate per chiudere la serie di questo mondo misterioso. Però sarebbe bello farlo e poi raccogliere tutti e tre i romanzi in un unico volume. Nel frattempo ho un romanzo che sta progredendo lentamente, intitolato Up Around the Band. E' quello che io chiamo una "odissea erotico-psichedelica spostandosi nel tempo".
 Verrai in Italia entro la fine del 2014? Puoi dare un appuntamento ai tuoi lettori italiani?
 Ahimè, niente di definito al momento. Mi piacerebbe rivisitare Matera e vedere di più della Basilicata. Quanta storia e bellezza! Ma, naturalmente, potrei dire lo stesso di qualsiasi regione della meravigliosa allettante Italia!
Fabio F. Centamore

venerdì 24 gennaio 2014

UCZ #132 - IL POZZO DEI MONDI di Henry Kuttner

Verso la fine degli anni quaranta e l'inizio degli anni cinquanta Henry Kuttner raggiunse l'apice della sua popolarità. Da solo, o assieme alla moglie, Catherine Lucille Moore, Kuttner produsse una serie impressionante di racconti e romanzi che va da classici della fantascienza come Furia e Mutant (la serie dei Baldies) a opere più avventurose nella vena di Edmond Hamilton e Abraham Merritt, come Valley of the Flame, Earth's Last citadel,  The Dark World e questo Il pozzo dei mondi (The Well of the Worlds) che Giuseppe Lippi ci ripropone nell'Urania Collezione di questo mese di gennaio.
Si tratta di un romanzo godibile, forse leggermente datato ma comunque dignitoso. Va preso, a mio avviso, come un omaggio a questo grande scrittore e a un'epoca lontana della fantascienza. Chiamarlo "capolavoro" sarebbe senz'altro fuori luogo, ma mi pare che nessuno si sia mai sognato di farlo...L'oculata recensione del nostro Arne Saknussemm ci sembra cogliere alla perfezione lo spirito di questa ristampa.

L'Urania Collezione di questo mese riporta nelle edicole e nelle nostre librerie un autore che meriterebbe una rivalutazione ed una riscoperta, un autore che ha prodotto tanto tra romanzi, romanzi brevi e racconti, molti dei quali mai tradotti in Italia, un autore che ha lasciato il segno nella SF; parliamo di Henry Kuttner.
E il nome di Kuttner è indissolubilmente legato a quello di Catherine Lucille Moore, sua moglie, nonchè a quello di Lewis Padgett, Lawrence O'Donnell ed almeno un'altra decina di pseudonimi dietro i quali si celavano i coniugi Kuttner.
I 2 scrivevano infatti a 4 mani e la simbiosi era totale, tanto che loro stessi, una volta finito di scrivere un racconto, non ricordavano più chi avesse scritto cosa. L. Sprague De Camp , loro buon amico, dichiarò che spesso uno terminava il foglio lasciato dall'altro nella macchina da scrivere. Basti pensare che tutti i loro lavori posteriori al 1940 sono assegnati per convenzione ad entrambi gli autori.
I due si completavano anche dal punto di vista stilistico: la Moore più sensibile ed attenta ai personaggi ed alla loro psicologia, interessata alla metastoria, e Kuttner più diretto e portato per storie vorticose e dal ritmo veloce.
Nei primi anni '40 la coppia, sotto lo pseudonimo di Lewis Padgett, la faceva da padrona sulle pagine delle riviste americane di SF e Fantasy ed erano molto amati dal pubblico.
Entrambi membri del "Lovecraft Circle", erano abilissimi nel campo del Fantasy e dell'Horror, oltre che nella SF, e spesso mesolavano tra loro questi generi.
Il romanzo appena uscito in edicola è "Il pozzo dei mondi" (The Well of the Worlds, 1952).
Come dicevamo, non è dato sapere quanto abbia contribuito la Moore nella stesura di questo romanzo, ma è certo che ritroviamo in pieno il classico stile di Kuttner: un mix di fantascienza e fantasy, un rapido sviluppo della storia, senza cadute di ritmo, senza tregua, e la scienza usata in maniera molto particolare, ingegnosa ed originale: basti pensare che in questo romanzo Kuttner, partendo dai concetti base della fisica nucleare (ovviamente parliamo del '52, quando questa branca della scienza era ancora agli inizi) arriva ad immaginare una razza che è "isotopo" della razza umana, ma derivante dalla fissione di una razza originale, ed immagina una divinità/forma di energia che altro non è che una metafora dell'energia che eccita gli elettroni di un atomo e li porta su orbitali più esterni rendendoli spesso instabili ... insomma concetti che non calzano molto bene in quelle che sono le attuali conoscenze nel campo della chimica e della fisica nucleare (nonchè quantistica), che contribuiscono a rendere particolarmente datato questo romanzo, ma grazie ai quali Kuttner riesce comunque a costruire una storia originale ed affascinante.
A questo Kuttner mescola la teoria degli universi paralleli e la storia è servita.
Il romanzo ha per protagonista Clifford Sawyer, investigatore privato che lavora per conto di una multinazionale. Sawyer viene catapultato in un mondo parallelo al nostro e si trova coinvolto, suo malgrado, in una rivolta ed in una feroce lotta per il potere. Per di più Sawyer non può tirarsi indietro perchè dall'esiso di questi conflitti dipende il destino della Terra e dell'intero universo, ed anche perchè ha un piccolo meccanismo nella scatola cranica (impiantatogli da un losco terrestre che come lui viene trasportato nel mondo parallelo di Khom'ad) che potrebbe ucciderlo all'istante: l'unica alternateva che gli resta è quella di eseguire gli ordini che gli vengono dati.
Tutto questo occupa le prime 20-30 pagine del romanzo, un inizio che non da tregua al lettore, che ti tiene incollato alla pagina.
Poi ci sono due razze aliene, strane forme di energia, un mondo esotico e tanta azione ....
Molto bello anche il finale: ben congegnato, adrenalinico ed inquietante.
Ad onor del vero bisogna dire che il romanzo ha sì dei meriti ma è anche molto, molto datato; per la sua struttura e per gli argomenti che tratta risente in maniera pesante dei suoi 60 anni di vita; e se date un'occhiata ai vari commenti che si possono trovare in giro per la rete noterete come questi siano per lo più negativi.
Urania Collezione aveva gia pubblicato, tempo fa, un romanzo di Kuttner, il bellissimo "Furia" e personalmente credo che riproporre materiale dell'autore sulla stessa collana sia un merito: un piccolo passo verso la riproposta/riscoperta di un autore fondamentale ma trascurato.
La scelta del titolo è discutibile ?
Mah... probabilmente si.
Probabilmente, visto l'esiguo numero di pagine del romanzo, sarebbe stato bello se in appendice avessero aggiunto alcuni racconti di Kuttner; i racconti sono probabilmente la parte più interessante della produzione di questo autore e sono certamente quelli che reggono meglio il peso del tempo.
Probabilmente sarebbe stata più interessante la riproposizione de "I robot non hanno la coda" o di "Il Twonky, il Tempo e la Follia", e personalmente mi auguro che queste raccolte possano comparire prima o poi sulle pagine di Urania Collezione. Certamente sarebbe bello se venisse tradotto in italiano qualcosa di inedito, pescando dal corposo catalogo dell'autore.
Credo comunque che qualcuno tra i giovani lettori di SF si godrà questo breve romanzo e andrà a cercare le altre opere di Kuttner.
E probabilmente anche qualcuno tra i lettori più smaliziati passerà piacevolmente un paio d'ore leggendo questo romanzo che è certamente gradevole ed originale e che va letto come se fosse una favola fantasy-scientifica senza troppe pretese.
Arne Saknussemm

mercoledì 22 gennaio 2014

FANTASY & SCIENCE FICTION: EDIZIONE ITALIANA ANNO 1 NUM.6



Ed eccomi qui a parlare dell'ultimo numero dell'edizione italiana di Magazine of Fantasy & Science Fiction, che Armando Corridore continua a produrre abbastanza regolarmente  per la gioia degli appassionati italiani.
Anche stavolta sono piacevolmente colpito dalle scelte di Armando. Per carità, da vecchio fan della fantascienza diciamo "tradizionale" un piccolo appunto glielo devo fare: avrei sinceramente gradito un po' più di sf e un po' meno fantasy nell'economia dei due ultimi fascicoli (Armando, a quando una bella novella di Robert Reed, come ad es. Katabasis o The Ant of Flanders?).
Ciò premesso, va ribadito che il livello dei racconti selezionati è ancora una volta molto alto. In particolare, in questo ultimo numero spiccano due racconti al femminile.
Il giorno più felice della sua vita della Kate Wilhelm (una delle mie autrici predilette: sempre inappuntabile il suo stile letterario e la sua cura dei personaggi) è un'incredibile commedia che parte con toni fantastici e finisce con un rovesciamento di temi e situazioni per diventare una storia prettamente, o forse sarebbe meglio dire "originalmente", fantascientifica. Nel complesso, un racconto molto divertente che, per certi versi, mi ha fatto tornare alla mente le magnifiche commediole della Connie Willis.
L'altro pezzo di qualità eccelsa è Viaggio nel regno di Mary Rickert, una delle migliori tra le nuove autrici del fantastico. Viaggio nel regno è una storia davvero inquietante sul tema delle anime perdute, dei morti che ritornano a infestare i sogni dei vivi e a condizionarne l'esistenza. Il rapporto (un amore sublime, come osserva giustamente Corridore) che lega i due protagonisti è quanto di più strano, crudele e lugubre mi sia capitato di leggere da molto tempo a questa parte. Lugubre, tetro, ma anche molto affascinante.
Con Gordon Dickson e la sua inedita Miss Prinks, una storia degli anni cinquanta, torniamo a sorridere: qui l'autore di celebri opere d'avventura e di milizia spaziale come il ciclo dei Dorsai ci mostra il suo lato più allegro e ironico, quello che avevamo potuto apprezzare nella serie degli Hoka (composta con l'amico Poul Anderson). Miss Prinks è una simpatica zitella americana che si trova casualmente ad assumere poteri sovrumani. Come potrà conciliare la sua rigida educazione un po' bigotta  con le gravi responsabilità che comporta l'assunzione di poteri alla Superman?
Neil Gaiman, in una delle sue storielle brevi e fulminanti, Altre vite, ci racconta la verità sull'Inferno e sulle punizioni effettive che ci attendono per i peccati commessi nella vita mondana, mentre un Robert Sheckley (Gita turistica 2179) alla fine della sua carriera e della sua vita mostra il suo lato più elegiaco in una short story dedicata alla scelta forse più difficile che un uomo debba fare, quella di come e quando lasciare queste spoglie mortali.
Fabularium, di Ray Aldridge, ci riporta su tematiche più vicine ai nostri gusti fantascientifici, ma la sua interpretazione del protagonista robotico e della sua vita interiore è quanto mai originale e lontana dalla tradizione del genere: il racconto è intriso di una poeticità e di un sense of wonder che ricorda un po' la lirica e la prosa nostalgica del grande Cliff Simak nelle sue uniche e inimitabile storie dedicate ai robot.
Dobbiamo essere grati ancora ad Armando per aver portato all'attenzione dei lettori italiani un autore delicato e finemente letterario come Charles de Lint (per la verità c'è in giro anche un romanzo uscito per la Newton Compton, The Painted Boy), qui presente con una delle sue classiche storie ambientate nella cittadina di Newford (Le ragazze corvo), dove personaggi umani convivono con creature fantastiche. Esponente importante del new weird de Lint mostra qui il meglio delle sue qualità, in una storia di vita e sentimenti quotidiani, di quieti drammi toccati in maniera quasi inavvertibile dal senso di magia presente nell'aria di Newford.
Concludo questa breve panoramica con un cenno al geniale e godibilissimo intervento di Paul di Filippo, alle prese stavolta con l'arroganza  degli autori cui il successo ha dato alla  testa e alla loro incapacità di accettare anche le critiche più benevole.

Sandro Pergameno

lunedì 20 gennaio 2014

LA TRILOGIA DEGLI ILLUMINATI di R.A. Wilson e Robert Shea

L'esimio professor Umberto Rossi mi ha cortesemente chiesto se mi interessava un saggio sulla trilogia degli Illuminati. Come dir di no? Impossibile. Non sarà fantascienza ma poco ci manca, e negli anni settanta e ottanta la trilogia faceva bella mostra assieme agli altri prodotti del genere negli scaffali delle librerie. E poi, non potevo privarvi di questo articolo così gustoso ed erudito. Buon divertimento!




La trilogia degli Illuminati, di R.A. Wilson e Robert Shea (1975), composta da L'occhio nella piramide, La mela d'oro, Il Leviatano (Shake, 1995, 1997 e 2000)
Io stimo Robert Anton Wilson e il suo socio Robert Shea perché sono due persone oneste. L'hanno detto, ai lettori della loro Trilogia degli Illuminati, chiaramente, senz'ombra di dubbio: il loro è l'equivalente librario di un B-movie. E' un B-book. Basta leggere cosa scrivono nel primo tomo della trilogia, L'occhio nella piramide:
            Gli autori sono completamente incompetenti – assolutamente nessun senso dello stile o della      struttura. Comincia come un giallo, passa alla fantascienza, poi si perde nel soprannaturale,            ed è pieno delle più dettagliate informazioni su dozzine di argomenti orrendamente noiosi. E la sequenza degli avvenimenti è completamente in disordine, in una pretenziosa imitazione di Faulkner e Joyce. Ancora peggio, ha le scene di sesso più indecenti, buttate lì soltanto per vendere, sono sicuro, e gli autori – che io non ho mai sentito nominare – hanno il supremo  cattivo gusto di introdurre vere figure politiche in questo miscuglio e fingere di star  rivelando un vero complotto. (238)

Ecco, la parola magica è l'ultima. C'è un complotto! Oggi quella del complottista è quasi una professione: gente invitata a talk show e programmi d'informazione (o deformazione, a seconda dei punti di vista) a spiegarci che non è stato Oswald a sparare a Kennedy, che l'11 settembre è stata una colossale messa in scena, che in Italia comanda la Massoneria (ammazza che scoperta...), che a Roswell è successo di tutto e il presidente degli Stati Uniti sa la verità. Per non parlare delle malefatte dell'Unione Europea, del Gruppo Bilderberg, del Fondo Monetario Internazionale, ecc. Però, anche se questo romanzo da noi comincia ad arrivare alla metà degli anni Novanta, quando il terreno era già stato dissodato da X-Files (forse qualcuno rabbrividirà a sentirsi dire che il primo episodio della serie venne trasmesso ventun anni fa!) e dai saggi di Maurizio Blondet (solo che lui è convinto di non star scrivendo fantascienza), dovremmo fare un piccolo sforzo immaginativo e ricordare che l'originale Illuminatus! Trilogy uscì in America nel 1975.
Fate mente locale: andavano ancora i pantaloni a zampa d'elefante, la musica del momento era il soul di Berry White (anche nella nostra Italietta), la terza coppa del mondo era di là da venire, la novità del momento non era Internet (ancora chiamata Arpanet e non ancora aperta a tutti) bensì le radio libere con tanto di Eugenio Finardi. Insomma, i favolosi anni Settanta!
Quell'anno cade Saigon, conquistata dall'esercito del Vietnam del Nord, che tornò a essere il Vietnam punto e basta. L'anno prima s'era dovuto dimettere Richard Nixon, travolto dal Watergate. Due anni prima il prezzo del petrolio e dei suoi derivati era schizzato in orbita attorno alla Terra, e l'economia del pianeta aveva dato uno scossone tale da far venire giù le tegole dai tetti. Lou Reed si faceva d'eroina in concerto, il personaggio più rappresentativo dell'epoca sarebbe apparso l'anno dopo, era Travis Bickle, il protagonista di Taxi Driver. Erano anni burrascosi, qui in Italia c'erano bombe frequenti e Brigate Rosse ricorrenti. Oggi fanno notizia quattro vetrine sfasciate, all'epoca a momenti non facevano notizia i morti ammazzati.
Pur con tutte le differenze storiche, è proprio in quel decennio non esattamente felice (che comunque è riuscito a tornare anch'esso di moda) che affiora il fenomeno del complottismo; ma è negli Stati Uniti che ha origine. La storia di questi tre romanzi, o meglio di queste tre parti di un unico strasbordante romanzo, nasce proprio lì, quando due editor di Playboy, per l'appunto Shea e Wilson, dopo aver passato anni a leggere lettere inviate alla rivista da sbroccati di ogni risma che denunciavano i più strampalati complotti (dai Savi di Sion che controllano la finanza mondiale a Hitler nascosto da qualche parte in Sudamerica), decidono di scrivere un romanzo nel quale tutte le teorie complottiste che girano nell'America nixoniana siano semplicemente vere.
Da questa decisione folle, ma a modo suo geniale, nasce la trilogia. Come al solito, un conto è dirlo, un conto è farlo, anche perché i due sono seri. Massoni, rosacroce, templari, la setta degli assassini di Hassan i-Sabbah, Atlantide, poteri paranormali, magia nera e bianca, Aleister Crowley, dischi volanti, tutto deve rientrare nella vicenda, senza escludere niente. L'onnipotente setta degli Illuminati domina la storia umana da prima che iniziasse, quando ancora c'era Atlantide; tutto quel che è accaduto è dovuto in qualche modo a loro, direttamente o indirettamente. Si va fino in fondo nel delirio complottista, senza compromessi, e la vicenda si dipana non solo in diversi continenti, ma anche in territori immaginari come il mare sotterraneo di Valusia o i resti di Atlantide (in fondo all'Atlantico, ovviamente); la scena è affollata anche di delfini (ovviamente intelligenti, e anche poetanti), come pure di creature mostruose (riprese regolarmente da Lovecraft, del quale viene anche ripetutamente citato il Necronomicon, ovviamente scritto dall'arabo pazzo Abdul Alhazred). Insomma, tra l'idea originale e il completamento dei tre romanzi passano quattro anni, dal 1969 al 1973. Poi comincia la ricerca di una casa editrice talmente fuori dai canoni (o talmente pronta a tutto) da pubblicare quel romanzo folle.
Non è solo questione di immaginazione sfrenata. Non è solo questione di avere tra i personaggi il gangster John Dillinger, che non è morto nel 1934 falciato dai colpi dell'FBI, ma è scampato e ora fa parte dei Discordiani, l'organizzazione segreta in lotta contro il complotto di dominio mondiale degli Illuminati. Non basta neanche che Adolf Hitler sia ancora vivo. Oltre a questo ci sono anche numerose scene di sesso senza veli e senza pudori, per di più interrazziale (ancora oggi Hollywood si fa problemi a mostrare una coppia mista, o anche semplicemente una scena di sesso tra persone di diverso colore; figurarsi nel 1973...); ci sono infiniti riferimenti ai tarocchi, alla magia nera, alle teorie esoteriche di Aleister Crowley, al discordianesimo, la strampalata religione inventata da due scrittori satirici americani nel 1965, incentrata sulla dea greca della discordia, Eris (i cui fondamenti sembrano inventati: invece sono spiegati nel saggio Principia Discordia di Malaclypse il giovane e Lord Omar Khayyam Ravenhurst – anche loro scrittori in carne ed ossa, anche se sotto pseudonimo).
Non basta. Shea e Wilson, come ho detto, volevano andare ancora più in fondo nella follia, per cui all'inizio si rifanno alla narrazione non-lineare e sconessa di Vonnegut, l'autore di Mattatoio n. 5, dove si salta da un tempo all'altro senza preavviso; poi, mentre cercano per due anni una casa editrice, s'imbattono nell'Arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon, ed è amore a prima vista. La narrazione labirintica e discontinua del romanzo di Pynchon li affascina a tal punto che rimaneggiano ancora il loro manoscritto, complicandolo ancora di più, per cui si passa non solo da un momento all'altro in modo del tutto non-lineare, ma si salta dalla testa di un personaggio all'altro senza preavviso, senza uno stacco visibile, e spesso in poche righe ci si ritrova in un terzo posto, un terzo tempo, alle prese con un terzo personaggio, e via così.
Sono montagne russe letterarie, è l'ottovolante della narrazione. Sali sul carrello, allacci la cintura, e poi vai dove ti porta il complotto, la cosa migliore è lasciarsi andare e – da veri hippie, gli originali destinatari del romanzo – godersi il trip.
Alla fine della fiera, nel 1975 il romanzo vede la luce, in tre volumi pubblicati lo stesso anno. Non fu un successo travolgente, ma la controcultura lo adottò subito come libro di culto. Shea e Wilson esprimevano, in modo più abbordabile e ridanciano di Pynchon, la stessa diffidenza nei confronti della società americana, la stessa sensazione che tutto ciò che il governo ti racconta sia falso, la stessa convinzione che la verità non è quella che t'insegnano a scuola, che stampano sui giornali, che fanno vedere in televisione. La verità è che Loro (come direbbe Pynchon), gli Illuminati (come fanno vedere Shea e Wilson) hanno in tasca tutti e tutto, che conducono il gioco come pare a loro, che perseguono i loro scopi (segreti) con qualsiasi mezzo (specie quelli violenti e spietati) e non guardano in faccia a nessuno, men che mai a te, fricchettone capelluto e drogato.
Ci si può difendere, però, dicono i due autori e il loro portavoce nel romanzo, lo scienziato, santone, playboy e avventuriero Hagbard Celine, capo dei discordiani: se uno impara a riconoscere le simulazioni e gli inganni degli Illuminati, magari con l'aiuto di certe sostanze che allargano la coscienza (tra cui una varietà particolarmente efficace di hashish), magari seguendo i disorientanti insegnamenti, tra zen e sufismo, di Celine, magari rifugiandosi sul suo inafferrabile sottomarino giallo (c'è anche quello, beatlesiani di tutto il mondo...), magari si riuscirà a sventare il misterioso piano dei padroni del mondo: immanentizzare l'eschaton.
Se non capite di cosa sto parlando, non vi preoccupate. Fin dalle primissime pagine del romanzo, quando due poliziotti newyorchesi indagano su un attentato dinamitardo ai danni di una rivistina underground dalla minuscola circolazione, e sulla sparizione del suo direttore, si cominciano a trovare accenni all'immanentizzazione dell'eschaton. Non è importante sapere di cosa si tratti prima di cominciare a leggere: ma garantisco che è il degno finale di una storia così scombinata e folle.
Infine, un avvertimento: Shea e Wilson non si prendevano del tutto sul serio. La loro intenzione era di far ridere i loro lettori, a differenza dei complottisti di oggi che si prendono tremendamente sul serio, e non hanno mai dubbi sulle loro rivelazioni. Però non è che dietro la loro storia folle e sgangherata non ci sia un messaggio ben preciso: uno strano misto di liberazione sessuale, anti-autoritarismo, individualismo americano di frontiera, e anche una vena di liberismo economico che anticipa gli anni Ottanta e la mitologia di Silicon Valley, con l'etica del piccolo imprenditore che non vuole sottostare allo strapotere delle grandi corporation multinazionali. Insomma, c'è anche il messaggio, sotto sotto. Ma attenzione: da qualche parte ci potrebbe essere anche il fnord.
E quello, se volete sapere cos'è, dovete proprio andarvi a leggere la Trilogia degli Illuminati. Buon viaggio. In tutti i sensi.

Umberto Rossi