lunedì 24 marzo 2014

NEAL STEPHENSON, ALCHIMISTA DI FINE MILLENNIO

In questi giorni sto rileggendo  L'età del diamante, romanzo cardine del cyberpunk (assieme a quelli di Gibson e Sterling), composto da uno degli autori più colti e importanti della letteratura americana di questi decenni, Neal Stephenson. Avendo a disposizione questo magnifico profilo a cura di Nico Gallo (uscito a suo tempo su Pulp) non potevo esimermi dal pubblicarlo.


Nel giugno del 1954, il matematico inglese Alan Turing decise di togliersi la vita avvelenandosi, forse morsicando volontariamente una mela intinta nel cianuro, trovata a fianco al suo cadavere. Alcuni storici, tra cui Andrew Hodges, autore di Storia di un enigma. Vita di Alan Turing, sospettano che possa essere stato ucciso dai Servizi Segreti di Sua Maestà, proprio come Lady D. Indubbiamente la gratitudine non è una qualità diffusa tra i regnanti, visto che, anche se Turing non venne assassinato, certo fu costretto al suicidio dalla bestiale legislazione inglese che condannava l’omosessualità come un crimine. Così morì Turing, insieme a Wittgenstein il più grande matematico del Novecento, anch’egli additato quale omosessuale.
La vita scientifica dei primi cinquant’anni del secolo è tuttora poco considerata dagli intellettuali, poco inclini per indole alla profondità del pensiero, e sarebbe destinata a essere dimenticata se quei cialtroni del cyberpunk non avessero resuscitato Einstein, Heisenberg, Kantor, Turing, Hilbert e Gödel, nel tentativo di sondare le premesse culturali dei fenomeni di fine millennio. La letteratura cyberpunk è stata l’unica espressione artistica in grado di porsi davanti ai fenomeni di globalizzazione e di diffusione dell’information technology senza pregiudizi, e per questo ha avuto in mano alcune delle chiavi necessarie per decifrare l’enigma del presente. Soprattutto la perdita d’importanza politica e sociale di alcuni settori produttivi, quali le aristocrazie operaie statunitensi, ha portato milioni di garantiti a osservare inermi l’incedere del proprio declino.
Il declino dell’occidente, che vede negli USA il luogo di storica anticipazione, è lo strato su cui si poggiano le opere di Neal Stephenson, sia i romanzi di science fiction come Snow Crash e The Diamond Age, che i political thriller firmati con lo pseudonimo di Stephen Bury, Inteface e Cobweb. I risultati sono diseguali, spesso ambigui, tanto che le opere a firma di Bury, di cui Stephenson divide le responsabilità con tal Frederick George, sono apertamente reazionarie e orientate alla nostalgia di una civiltà statunitense legata alla terra e alle tradizioni. Si tratta di tradizioni quasi costituzionali, antirazziste, dalle quale emerge uno spirito cooperativo e solidale di stampo contadino, una discendenza intellettuale delle lotte sociali tra agricoltori e allevatori. Questo spirito americano latente in alcune persone, indipendentemente dalla loro collocazione politica - tanto è vero che i “buoni” aderiscono al Partito Repubblicano- conduce a unioni sovversive per sventare un gigantesco e diabolico complotto. In Cobweb, romanzo scorrevole tanto da meritare l’affronto di essere considerato come un mancato bestseller, viene affrontata la minaccia batteriologica di Saddam Hussein, ma in Interface il complotto è più saggiamente multinazionale, portato avanti da imponderabili gruppi di pressione economica, da holding fantasma, da strutture deviate dello Stato. Gli Stati Uniti protagonisti di Interface ricalcano la descrizione di Jeremy Brecher. I paesi del Terzo Mondo, attraverso legislazioni compiacenti, offrono il loro territorio a sperimentazioni tecnologiche e produzioni impossibili negli Stati Uniti e in Europa, persone colte vengono espulse dal mondo del lavoro in seguito ai processi di downsizing  aziendali e ridotte in stato di povertà, i salariati convivono con debiti strutturali da cui non riescono a liberarsi, intere comunità, a bordo di pickup, si spostano in cerca di lavoro e si accampano nei pressi delle aziende per il tempo dell’impiego. A causa di questa corsa verso il basso aumenta l’odio razziale tra i bianchi che vedono aumentare la concorrenza degli emigrati, che si accontentano di salari più bassi, di orari irregolari, di condizioni di lavoro meno sicure. In questi Stati Uniti post reaganiani descritti molto realisticamente, lo stesso presidente, grazie a un chip impiantato nel cervello che lo interfaccia agevolmente con un software in grado di determinarne le azioni, è in mano ai media, e con lui l’intera nazione. Se il presidente è un oggetto dei media, come la fist lady Nicole de I simulacri di Philip Dick, allora tutti gli USA altro non sono un grande talk show.
L’esaurimento del paradigma modernista e l’avvento di una nuova era, forse una New Age propriamente detta, come suggerisce Mark Dery in Escape Velocity, assumono ben altra tensione in Snow Crash e in The Diamond Age. Intanto la narrazione perde il contesto socio-culturale del presente, consentendo a Stephenson impareggiabili descrizioni di società future che spingono al massimo l’accelerazione dei segni di mutazione. Se per recapitare una pizza, come accade in Snow Crash, si attraversano normalmente stati grandi come un rione ed enclavi esclusive dai confini resi impenetrabili da tecnologie militari letali, nuove forme di stato prendono il sopravvento. Si tratta di non-lieux, i non luoghi introdotti da Marc Augé, geografie nemiche della residenza, come il raft, quasi uno sciame di imbarcazioni che solo da lontano assume un’unità, dei confini, ma, avvicinandosi, si mostra come un brulicare di enti autonomi, diversi tra loro, ma orientati a un unico fine: la sopravvivenza biologica. Sono le conseguenze dirette dell’information technology, della dislocazione dei processi produttivi, dell’espandersi dell’unica vera merce: l’informazione. Se la geografia è l’attributo più appariscente e immediato delle radicali modificazioni che si coagulano in una nuova era, è la tecnologia a indurre le modificazioni stesse. Come scrive Kevin Kelly, il futuro delle macchine è la biologia, ed è forse per questo che le descrizioni delle nanotecnologie che troviamo in Diamond Age le rendono costantemente associabili agli insetti. In questo contesto diventa sempre più difficile distinguere tra ciò che è natura, quasi dato a priori rispetto all’avvento dell’uomo, e ciò che è fatto dall’uomo, artefact. Come verifica la piccola Nell di The Diamond Age, le macchine possono costruire altre macchine, anche attraverso le strutture ricorsive tanto care a Turing, e, in particolare, macchine diverse da se stesse, comprimendo in un’unica generazione gli effetti della selezione naturale. In questo senso si appresta una nuova era della natura, in cui la tecnica si è evoluta fino a ricongiungersi con la natura stessa. Ma la natura di Stephenson è Natura, in quanto dotata di attributi primordiali, violenti, sessuali. Come scopre il protagonista di Snow Crash, la nascita dell’informatica risale almeno ai Sumeri, e le conoscenze dell’uomo, in modo particolare quelle più avanzate, tendono a mescolarsi con saperi dimenticati. Il grande segreto di The Diamond Age, il “seme”, riconduce direttamente alla trilogia de Gli Illuminati di Robert Shea e Robert Anton Wilson, a una cultura underground con i suoi atteggiamenti alternativi puntati sul futuro e sul passato non ufficiale, in contrasto con il migliore dei presenti possibili progettato da Richard Nixon.
The Diamond Age presenta molteplici aspetti che richiamano Zardoz, il discusso film di John Boorman del 1973. Il complotto planetario che consente la creazione del “seme” attraverso l’utilizzo strumentale dell’esistenza delle persone e la predeterminazione delle esperienze, come nel caso della protagonista Nell e dell’ingegnere nanotecnologico Hackworth, è del tutto simile alla strategia di distruzione del Vortex, la comune agricola high tech i cui membri hanno raggiunto l’immortalità. Anche in quel caso la natura era capace di insorge con violenza per ricondurre a un percorso insondabile, ma nel caso di Stephenson la tecnologia non ha allontanato l’uomo dalla natura, semmai è stata in grado di ricondurlo proprio attraverso l’information technology.
Viene dunque rivisitato il dilemma di Turing su cosa sia macchina e su cosa sia umano, e secondo Stephenson non c’è più alcuna differenza. Congegni nanotecnologici annidati nel sangue umano passano da una persona all’altra attraverso i rapporti sessuali, si fondono per costituire una nuova macchina più complessa, come pacchetti TCP/IP dispersi per internet in attesa di essere letti e assemblati, e formano un nuovo sistema di comunicazione in cui le persone stesse sono i server e router. “Come la Rete Asciutta (fatta di cavi a fibra ottica e rame) questa Rete Umida poteva essere usata per compiere calcolo, per fare girare programmi”. Umida perché immersa nel sangue, nello sperma, nella saliva, nei sieri fisiologici, parente lontana dell’AIDS ma fornita di ben altre informazioni.
The Diamond Age, come ogni storia esoterica e di complotto che si rispetti, ruota attorno alla ricerca di un personaggio misterioso, l’Alchimista, che altro non è che la persona stessa che lo cerca, l’inconsapevole ingegner Hackworth. Caso vuole che “l’alchimista” sia stato anche il soprannome di Alan Turing, almeno così lo chiamava amichevolmente la scrittrice Lyn Newman...
- Snow Crash, 1992 (tr. it. Snow Crash, ShaKe, Milano, 1995, pp. 413, L. 28.000)
- Interface, 1993 (tr. it. Interface, Nord, Milano, 1995, pp. 467)
- Cobweb, 1996 (tr. it. Cobweb, Nord, Milano, 1997, pp. 345, L. 26.000)
- The Diamond Age or, A Young Lady’s Illustrated Primer, 1995 (tr. it. L’era del diamante. Il sussidiario illustrato della giovinetta, ShaKe, Milano, 1997, pp. 429, L. 35.000)
 Domenico Gallo

venerdì 21 marzo 2014

CI LASCIA ANCHE LUCIUS SHEPARD


Ieri, stroncato da un infarto, ci ha lasciato uno dei maggiori autori della narrativa fantastica contemporanea, Lucius Shepard, uno scrittore che amavo moltissimo per lo stile limpido e al contempo elaborato ma soprattutto per la bravura nel coniugare storie di tipologia weird/horror (con qualche escursione nella fantascienza pura, come nel magnifico "A Spanish Lesson", o nel cyberpunk "Skull City") con  ambientazioni esotiche centro-americane od orientali. In questo era un vero maestro e spero che qualche editore abbia ora il coraggio e la volontà di presentare o ripresentare al pubblico italiano qualcuna delle sue meravigliose antologie di racconti e romanzi brevi (ne ho contate almeno nove, di cui una sola edita nel nostro paese, la bellissima "I confini della Terra", uscita su Altri Mondi della Mondadori ma ormai introvabile). La Delos ha pubblicato in Italia alcuni dei suoi romanzi brevi più importanti, come "Radiant Green Star" e "Barnacle Bill, lo spaziale". L'amico Massimo Luciani mi ha permesso di utilizzare il suo puntuale e preciso necrologio (apparso sul suo blog http://netmassimo.com/2014/03/21/r-i-p-lucius-shepard/).  RIP Lucius...





Ci ha lasciato martedi 18 marzo 2014 lo scrittore americano Lucius Shepard (foto ©Harmonia Amanda). Era apprezzato nel mondo della fantascienza, dell'horror e fantasy e occasionalmente scriveva anche storie di altri generi.
Lucius Taylor Shepard nacque il 21 agosto 1943 a Lynchburg, in Virginia, negli USA, anche se molte fonti riportano il 1947 come anno di nascita. Suo padre avrebbe voluto che lui facesse lo scrittore e gli aveva fatto leggere moltissima storia e letteratura classica ma per anni pubblicò solo qualche poesia. Dopo aver frequentato per un breve periodo la North Carolina University si trasferì prima a New York e poi cominciò a viaggiare per il mondo, principalmente per l'Europa, facendo vari lavori, non sempre legali.
Tornato negli USA, si era sposato. Dopo aver lavorato come musicista, all'inizio degli anni '80 Lucius Shepard stava trascorrendo un periodo in cui era disoccupato quando sua moglie lesse un articolo su un gruppo di scrittori di fantascienza. Quasi per caso, si mise a scrivere un racconto che venne pubblicato.
Dopo aver pubblicato vari racconti, Lucius Shepard ne espanse uno ottenendo il suo primo romanzo, "Occhi verdi" ("Green Eyes"), una rivisitazione del tema degli zombie in chiave fantascientifica, che venne pubblicato nel 1984. Con questo romanzo Shepard vinse il premio John W. Campbell come miglior autore esordiente.
 Tra le ambientazioni preferite di Lucius Shepard c'era il Centro America, un'area in cui aveva vissuto per un periodo e che trovava adatta per storie di vari generi. Lì venne raccontata una guerra nella giunga del prossimo futuro di alcune storie di fantascienza. Il romanzo breve "R&R" del 1986 vinse il premio Nebula e venne sviluppato ulteriormente nel romanzo "Settore Giada" ("Life During Wartime") del 1987, che vinse il premio tedesco Kurd-Laßwitz-Preis.
Nel corso degli anni '90, Lucius Shepard scrisse poca letteratura ma riuscì comunque a vincere un premio Hugo e un Locus per il romanzo breve "Barnacle Bill the Spacer" del 1992 e un Locus per la categoria horror per il romanzo "The Golden" del 1993.
Lucius Shepard scriveva anche recensioni cinematografiche per "The Magazine of Fantasy & Science Fiction" e per il sito electricstory.com. Nel decennio scorso era comunque tornato a scrivere anche letteratura in maniera regolare. Vinse il premio Locus per romanzo breve "Radiant Green Star" del 2000 e l'International Horror Guild Award per i romanzi "Louisiana Breakdown" del 2003, "Viator" del 2004 e "Softspoken" del 2007. Il suo romanzo breve "Vacancy" del 2007 vinse il Shirley Jackson Award, un premio dato alla letteratura di suspense psicologica, horror e fantastico "dark".
 L'anno scorso, Lucius Shepard aveva avuto vari problemi di salute da cui si stava riprendendo ma un infarto lo ha ucciso. È uno dei casi in cui le note biografiche e bibliografiche davvero dicono poco di una persona che ha vissuto in maniera spesso avventurosa e di uno scrittore davvero speciale. Al suo esordio, era stato inquadrato nel movimento cyberpunk ma fu ben presto chiaro che il suo stile e i temi di cui scriveva andavano molto oltre un unico sottogenere, tanto che le sue opere hanno abbracciato vari generi.
Massimo Luciani

lunedì 17 marzo 2014

I CENTOMILA REGNI di N.K. Jemisin

Dopo averci parlato della bravura della Nora Jemisin ne La luna che uccide (uscito per Fanucci proprio di questi tempi), Stefano Sacchini (cui rinnovo gli auguri di buon compleanno...) ci narra ora i pregi dell'altro ciclo della Jemisin in uscita in Italia per la Gargoyle.


 Incipit:
"Non sono più quella che ero una volta. Mi hanno fatto subire di tutto, mi hanno aperto e strappato via il cuore. Non so più chi sono.
Devo provare a ricordare."
Dalla seconda di copertina: 
"Yeine Darr è un’esiliata del barbaro Nord. Quando sua madre muore in circostanze misteriose, viene convocata nella maestosa città di Sky, sede della famiglia dominante Arameri. Lì è nominata erede del re, e la notizia la sconvolge. Ma il trono dei Centomila Regni non è facile da conquistare, e Yeine si ritrova coinvolta in una brutale lotta per il potere contro due cugini che non sapeva nemmeno di avere. Mentre combatte per la vita, si avvicina sempre di più alla verità sulla morte di sua madre e sulla storia di sangue della sua famiglia. Con le sorti del mondo in precario equilibrio, Yeine imparerà quanto pericoloso possa essere vivere in una situazione in cui amore e odio, dèi e comuni mortali, si ritrovano inestricabilmente legati." 

Romanzo d'esordio della statunitense Nora K. Jemisin e pubblicato ora dalla Gargoyle, I CENTOMILA REGNI (The Hundred Thousand Kingdoms, 2010) è un'opera ambiziosa, di pregevole esecuzione e di indubbio fascino.
Primo capitolo della serie The Inheritance Trilogy, il libro si può leggere autonomamente, senza la paura di ritrovarsi davanti a trame lasciate in sospeso. Allontanandosi dal classico epic fantasy, incentrato sulla battaglia campale fra Bene e Male, introduce il lettore in un mondo mitologico originale e complesso, a tratti ambiguo, ancora non del tutto maturo ma ricco di ammiccamenti. Un mondo dove le divinità perdenti di un'antica guerra celeste sono costrette a dimorare nel palazzo sospeso di Sky e a sottostare, con le proprie capacità, al volere, per non dire al capriccio, della dinastia umana degli Arameri. Forti di questo potere, i sovrani Arameri tiranneggiano i Centomila Regni, punendo crudelmente coloro che osano sfidarli. Ma le lotte all'interno della famiglia dominante e le cospirazioni sono all'ordine del giorno e gli dèi tentano di riguadagnare sotto la guida di Nahadoth, Signore della Notte, l'antica libertà perduta a causa di Itempas, Signore Lucente e patrono degli Arameri. Nell'anima della giovane Yeine, nipote del sovrano e voce narrante della storia, risiede la chiave del loro riscatto. La ragazza, trascinata suo malgrado in una spietata lotta per la successione, ha pochi giorni a disposizione, non solo per difendersi dalle macchinazioni che le ruotano intorno ma anche per scoprire il mistero che si nasconde dietro l'assassinio della madre.
Questo libro è debitore nei confronti della produzione di Tanith Lee e specialmente dello splendido ciclo della Terra Piatta. Molti i punti di contatto fra le due autrici: anche la Jemisin sa evocare magistralmente mondi fantastici, possiede il senso della narrazione e uno stile indiscutibile. La storia narrata in I CENTOMILA REGNI, al pari di quella della corposa serie della scrittrice inglese, è caratterizzata da atmosfere magiche, dall'interazione fra creature terrene e soprannaturali, da evocazioni oniriche, nonché da una persistente tensione erotica che avvicina uomini e dèi. E come non notare nel Signore della Notte Nahadoth la somiglianza, di aspetto e di personalità, con Azhrarn, Principe dei Demoni della Terra Piatta e a sua volta Signore della Notte.
Tutti i personaggi creati dalla Jemisin, umani e divini, sono complessi, credibili, ciascuno con un proprio fardello di problemi e dubbi. Sullo sfondo poi c'è uno scenario degno delle grandi opere del genere fantasy che suscita curiosità, domande, nonché impazienza di leggere anche gli altri volumi della trilogia.
I CENTOMILA REGNI affascinerà i lettori, anche quelli non abituati a leggere una favola. Perché il libro della Jemisin, che oltre ad aver vinto il Locus Award come miglior romanzo d'esordio nel 2011 si è guadagnato anche nominations per lo Hugo, il Nebula e il World Fantasy Award, altro non è che una favola moderna, contenente tutte le suggestioni che rimandano alla favola classica. Una favola per adulti, ricca di allusioni, di verità e di emozioni come raramente è dato leggere in libri di questo genere. La già citata Tanith Lee, Marion Zimmer Bradley o Ursula K. Le Guin hanno regalato agli appassionati esempi simili di letteratura.
Le condizioni per la permanenza stabile di Nora K. Jemisin nell'Olimpo degli autori del genere fantasy ci sono tutte. 

Nora K. JEMISIN, I CENTOMILA REGNI (The Hundred Thousand Kingdoms, 2010), trad. di Serena Maccotta, Gargoyle, collana Gargoyle Extra, 382 pp., 2014, prezzo 18,00 €.
Stefano Sacchini