martedì 30 settembre 2014

L'ULTIMA COLONIA di John Scalzi




"In altre parole, nulla di ciò che verrà detto o fatto in questa stanza dovrà essere svelato a chicchessia, pena l'accusa di tradimento", proseguii.
"Sì, certo, come no", disse Trujillo.
"Mi creda", ribattei. "Questo non è uno scherzo. Se ne fate parola con qualcuno prima che io o Jane ve ne diamo il permesso, sarete nella merda".
"Definisca merda", disse Gutierrez.
"Vi sparerò", rispose Jane."

Presentazione della Gargoyle:
"Dopo anni passati a combattere per le Forze di Difesa Coloniale come soldato artificialmente potenziato, John Perry ha infine trovato un’oasi di pace in un universo violento. Un piccolo pianeta periferico dove vive con moglie e figlia servendo l’Unione Coloniale come semplice difensore civico. Un giorno però il passato bussa alla porta della sua fattoria: John e Jane, anche lei ex soldato delle FDC, sono stati scelti per guidare la colonizzazione di un nuovo pianeta in un’operazione che si prospetta da subito di grande importanza strategica per il futuro dell’Unione. I due non ci impiegheranno molto a capire che nulla è come sembra e che la nuova colonia è solo una pedina in un gioco di potere interstellare fra la razza umana e gli alieni, in bilico fra diplomazia e azioni di rappresaglia militare. John Perry dovrà districare una fitta rete di menzogne per salvare se stesso e la gente di cui è responsabile, impedendo che la loro finisca per essere l’ultima colonia del genere umano."

Con grande soddisfazione degli appassionati di fantascienza (specie quella militare), la casa editrice Gargoyle ha pubblicato L'ULTIMA COLONIA (The Last Colony, 2007), terzo episodio della serie Old Man's War, partorita dalla mente fervida e scanzonata dell'americano John Scalzi (classe 1969).
Come nei romanzi precedenti del ciclo, l'obiettivo principale dell'autore è quello di divertire il lettore e L'ULTIMA COLONIA, romanzo candidato al Premio Hugo 2008, raggiunge tranquillamente la propria meta.
Le differenze con "Morire per Vivere" (Old Man's War, 2005) e "Le brigate fantasma" (The Ghost Brigades, 2006) ci sono e sicuramente in L'ULTIMA COLONIA il livello di adrenalina trasmessa al lettore è inferiore: maggiore spazio è lasciato ai dialoghi, alle descrizioni, agli approfondimenti sull'universo creato da Scalzi, dove la razze senzienti si contendono brutalmente i (relativamente) pochi pianeti abitabili. Si scoprono dinamiche politiche e diplomatiche che negli altri libri sono solo accennate, soprattutto quelle che riguardano la lega delle specie avverse al genere umano, il cosiddetto Conclave.
Probabilmente se Scalzi avesse sviluppato alcuni elementi appena accennati e fondamentalmente superflui - tipo la razza indigena del pianeta Roanoke - il libro ne avrebbe guadagnato. Anche il finale non è pienamente soddisfacente: si ha l'impressione che lo scrittore abbia voluto affrettarsi a concludere. L'autore californiano rimane comunque ligio ai dettami dei suoi maestri (Heinlein in primis) e utilizza i soliti ingredienti della propria letteratura: ironia e azione. Ma rispetto al passato cambia le dosi, diminuendo sensibilmente la seconda così da creare una ricetta per lui inedita, meno spumeggiante ma sempre godibile.
All'appello mancano ancora cinque episodi della serie dedicata ai "vecchietti nello spazio": confidiamo nella coraggiosa Gargoyle.

John SCALZI, L'ULTIMA COLONIA (The Last Colony, 2007), trad. di Benedetta Tavani, Gargoyle, collana Gargoyle Extra, 315 pp., 2014, prezzo 18,00 €.

Stefano Sacchini

domenica 28 settembre 2014

IL POTERE CREATIVO DELL’INCONSCIO: ROBERT HOLDSTOCK

Artemisia Birch ci parla oggi di Robert Holdstock, ottimo scrittore di fantasy e fantascienza prematuramente scomparso, soffermandosi in particolare sulla splendida serie dei Mitago.

Scrittore inglese e famoso romanziere di genere fantasy, Robert Holdstock nasce nel 1948 a Hythe nel Regno Unito e ci lascia nel 2009, all’età di 61 anni. Autore di prim’ordine nel genere fantasy celtico, nordico, gotico e pittico (relativo alla popolazione dei Pitti in epoca pre-romana), esordisce nel 1968 con la pubblicazione Pauper’s Plot sulla rivista di fantascienza inglese New Worlds e in seguito sarà prolifico scrittore di molti romanzi fantasy e storie brevi pubblicate sotto vari pseudonimi.
Cresciuto alla scuola H.G.Wells, J.Verne e successivamente estimatore di M.Moorcock, nel 1984 scrive Mythago Wood (La foresta dei Mitago, Mondadori 1989), l’opera più nota di Holdstock e primo capitolo della Saga dei Mitago, conclusa degnamente con Avilion (2009). Vince numerosi premi ed ha molti riconoscimenti, tra cui il premio BSFA per La foresta dei Mitago come Miglior Romanzo del 1984 e il World Fantasy Award come Miglior Romanzo del 1985.
Affascinato dalla  leggenda arturiana (The Bull Chief, 1979, sotto pseudonimo di Chris Carlsen), interpreta la figura mitica di Athur come personaggio di consolidamento del celtico in un’epoca di transizione dalle antiche religioni druidiche all’avvento del cristianesimo, e lo eleva a perno di fondamentale importanza per la sopravvivenza delle tradizioni irlandesi, come il culto della natura nei Britanni.
Nel suo immaginario emergono figure “chiave” come il cavaliere, il bosco, la ricerca selvaggia, la caccia alle grandi bestie e la grande passione per i popoli antichi residenti in Irlanda ancora prima dei celti; su queste popolazioni dell’età del bronzo in particolare, compie ampie riflessioni, incarnandole in personaggi di grande rilievo come Cùchulainn nella Saga dei Mitago, un cacciatore e guerriero esperto che comanda un gruppo di guerrieri Mitago.
Per dare vita ai suoi personaggi, Holdstock pensa in termini cinematografici. Per delineare la figura romantica e fascinosa di Arthur come eroe nel cambiamento tra culture, lo caratterizza inserendolo in un contesto il più reale possibile, avvolgendolo di un’aura di forza di notevole impatto: “L’ho visto a cavallo attraverso il paesaggio, riposare in vecchi luoghi in rovina, inseguendo grandi cinghiali”.
Nel corso del tempo, Holdstock ammetterà una sorta di rimorso per l’eccessiva commercialità cui fu costretto a ricorrere in alcune sue pubblicazioni, The Bull Chief in particolare; ciò lo condusse a dover sovvertire alcune delle sue intenzioni iniziali, soprattutto quella di sottolineare la centralità e il potere delle donne nella società celtica, una figura femminile di notevole spessore molto spesso associata all’arte della guerra e del combattimento.
Motivo ricorrente nei suoi libri è l’energia che muove ad imprese memorabili i guerrieri potenti, una forza che cova in sé un aspetto incontrollabile, un istinto animale che spinge a volte ad atti violenti e pericolosi: “è lo spirito di Odino, lo spirito dell’Orso”.
Con “La foresta dei Mitago”, l’autore dà sfogo alla sua grande passione per il fantasy mitologico, in cui regna la figura del bosco primordiale come archetipo, accompagnato dall’esaltazione del “legno” visto come entità organica che interagisce con la mente dell’uomo, dando vita a personaggi leggendari in grado di compiere imprese epiche.
In quest’ottica, i Mitago plasmati dall’individualità di ogni mente creatrice sono sempre imprevedibili, perché non è concepibile poter conoscere in quale modo e in che misura l’entità legno abbia risucchiato e influenzato la coscienza dell’essere umano da cui il Mitago stesso ha preso vita.
Il tema della violenza, della sopravvivenza, della brutalità della natura diventano così realtà intriganti, sconfinando a volte anche nell’umorismo, considerato da Holdstock un precursore fondamentale del linguaggio. Non vi è tuttavia compiacimento nella crudeltà e nel sopruso, ma consapevolezza della pericolosità della vita in tutti i suoi risvolti nascosti o prevedibili.
L’inconscio quindi crea e sorprende.
La difficoltà è permettere al flusso di immagini e idee di ribellarsi all’inconscio ed emergere, per poi divenire concetti e realtà sinergiche nel quadro artistico costruito, senza permettere che il disordine della forza primordiale si materializzi in un’opera sfuggente e priva di senso.
La Saga dei Mitago è “un viaggio nell’inconscio dell’autore" ed è un interminabile sforzo di discernimento delle idee che fluiscono in superficie e della loro importanza nell’insieme della narrazione.
E’ la mente inconscia di Holdstock che scrive servendosi della mano e della parte cosciente del suo essere, portandolo a stravolgere in brevi istanti intenzioni precostituite e, donando in questo modo nuove prospettive prima insospettate, forgia un’opera dalla storia potente e suggestiva.

Artemisia Birch

lunedì 22 settembre 2014

PROCESSO ALIENO di Robert Sawyer




Robert James Sawyer nasce a Ottawa (Canada) il 29 aprile 1960. Pur definendosi un autore di Hard Science Fiction risulta in realtà notevole la caratterizzazione psicologica dei suoi personaggi.
Le sue doti di scrittore gli sono valse la candidatura a ben otto Premi Hugo e la vittoria dello stesso Hugo nel 2003 con il romanzo La Genesi della Specie (Hominids), oltreché del Premio Nebula nel 1995 con Killer on-line (The Terminal Experiment). Numerosi sono i temi che caratterizzano le opere dell'autore canadese, segno di una personalità curiosa con un'ampia varietà di interessi. Nei suoi romanzi è possibile trovare temi prettamente fantascientifici e altri meno caratteristici del genere: sessismo, razzismo, intelligenza artificiale, paleontologia, universi alternativi, misticismo, religione e razionalismo. Non mancano poi i riferimenti alla politica, alla guerra e al pacifismo. Ricorrente è anche il tema del caricamento della coscienza umana su supporto digitale, trattato in particolare in Mindscan.
Sawyer padroneggia uno stile semplice e scorrevole, i suoi romanzi si leggono quasi da soli, ricordano in questo le opere di Asimov, pur essendo presente un approfondimento psicologico ben superiore alle opere del dottore. Accusato di essere poco originale, più semplicemente ha la capacità di spaziare su una tale vastità di argomenti da non poter essere identificato in un sottogenere preciso.
Processo Alieno (Illegal Alien,1997) è un legal-thriller in salsa fantascientifica. Prende spunto da un tema classico: l'arrivo degli alieni sul pianeta Terra. I Tosok, questo è il nome della razza aliena, si dimostrano subito amichevoli e vengono accolti con gioia dagli umani. Il primo contatto è positivo e fa ben sperare quindi per il futuro. Accade però l'imprevedibile: Cletus Calhoun, scienziato e divulgatore televisivo che ricorda un po' Carl Sagan, viene trovato morto, e mutilato, in circostanze misteriose. I sospetti si muovono subito in direzione dei Tosok e in particolare di Hask, il quale viene ritenuto il più probabile autore del delitto.
È questo in effetti il motore della storia che si dipana in una vicenda ai limiti del surreale, ma raccontata in modo da apparire perfettamente verosimile. Così comincia la disavventura di Hask, accusato di omicidio e costretto a trovarsi un avvocato per difendersi in tribunale. Sawyer non trascura le implicazioni razziali, infatti l'alieno viene paragonato in un certo senso ad un americano “nero” e sarà quindi difeso dall'avvocato Rice, afroamericano specializzato in diritti civili.
Non mancano, come in tutte le opere di Sawyer, i riferimenti al mondo reale, in particolare a quello Nordamericano, come al processo di O. J. Simpson che tenne col fiato sospeso tutti gli Stati Uniti.
Col suo solito tono pacato ma a tratti pungente Sawyer non trascura neppure alcune critiche al sistema della giustizia. Notevole è il caso di una giurata esclusa dalla giuria poiché sostiene di essere stata rapita dagli alieni. Interrogata dal giudice sul motivo per il quale nel questionario avesse negato di aver mai visto un Ufo, mentre ammette candidamente di essere stata rapita da un disco volante, ella risponde affermando che un Ufo è un oggetto volante non identificato, mentre al contrario quello sul quale la signora é stata rapita era perfettamente identificato, trattandosi di una astronave aliena. All'esasperazione del giudice che le ricorda di aver giurato di dire «la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità», ella, in un passaggio di forte impatto logico, risponde lapidariamente «Mi perdoni, Vostro Onore, ma durante il processo è stato abbastanza chiaro che non volete niente del genere. Ho visto l'avvocato Rice, lì, e l'avvocato Ziegler, tagliare ogni tipo di risposte perché dicevano più di quanto volevano far sentire alla giuria. Per quanto ho visto, la Corte vuole risposte specifiche a domande specifiche e ristrette - ed è quello che io ho fatto».
Come potete capire questo romanzo di Sawyer è denso di succose tematiche raccontate, come ormai siamo abituati, con uno stile accattivante e che rapisce il lettore accompagnandolo di pagina in pagina.
Nonostante uno stile semplice e tutt'altro che ricercato le opere dell'autore canadese risultano il più delle volte pervase da un'attenta analisi delle più svariate tematiche, con una particolare attenzione alle più attuali problematiche del mondo occidentale.
Non si può quindi che considerare Sawyer uno dei massimi scrittori della più recente fantascienza. Vi invito a procurarvi i suoi romanzi, la maggior parte dei quali prontamente tradotti in italiano. Buona lettura.

Vincenzo Cammalleri

domenica 21 settembre 2014

UN BUON PARTITO di Ian MacDonald

Per lanciare la sua nuova casa editrice digitale Francesco Verso ha scelto due racconti di livello eccezionale, La casa di bernardo di James Patrick Kelly, e questo Un buon partito di Ian MacDonald, ottimamente recensito qui dall'amico Fabio F. Centamore.

Titolo: Un buon partito
Autore: Ian Mac Donald
Traduzione: Gabriella Gregori
Casa editrice: Deleyva Editore
 Antipasto narrativo — Fa paura a vederlo all'opera, con tutte quelle braccia cromate da ragno, le pinze e le spazzole rotanti in acciaio. Soprattutto fa paura sentirsi tutta quella roba dentro la bocca, a rovistare e spazzolare. Poco male per Jasbir, presto avrà i denti più puliti e candidi di tutta Nuova Delhi. Si devono pur affrontare delle piccole sofferenze per essere il miglior partito della città. Finalmente Jasbir potrà sfoggiare un sorriso a cui nessuna donna potrà resistere. Ma forse è già così, perché no? Se ne accorge quel giorno stesso, in metropolitana. Ha proprio fatto bene a passare dall'area riservata alle donne. Qualcuna si è già accorta di un sorriso così prodigioso? Certo che sì. Snella, fianchi ben sagomati e inguainati nel tailleur aziendale giacca e pantalone attillato a vita bassa. Ecco che i suoi occhi neri non smettono di fissarlo, si starà forse chiedendo come ha fatto Jasbir ad avere un sorriso così? In quel preciso istante arriva il tocco ruvido dei buttadentro...

Un altro tempo, un altro pianeta — Il racconto è del 2009 e rappresenta un gradito ritorno dell'autore all'India de Il fiume degli dei (romanzo del 2006). Stavolta, però, l'autostrada maestra del grande romanzo si sfrangia nei piccoli rivoli dei diversi racconti che ne compongono l'antologia. La scelta di Cyberabad Days non è casuale. L'autore avoca a sé una libertà che la forma del romanzo gli aveva negato. Si tratta, ovviamente, di una ricerca espressiva: maggior libertà nel toccare temi e personaggi, svincolandoli da esigenze di coerenza interna tipiche del romanzo. Non solo. L'autore è alla ricerca di una nuova libertà, comunque in qualche modo legata all'espressione artistica. Egli sta esplorando un nuovo mondo, un pianeta letterario del tutto alieno e sconosciuto. L'India del 2047, non sfugga ai lettori, non è una semplice proiezione futura dell'attualità. Se così fosse, dovremmo investire Mac Donald di capacità divinatorie che non gli competerebbero. E dovremmo, soprattutto, considerare il romanzo e questi racconti degli eleganti saggi di futurologia. Guardiamo, invece, le cose per quello che sono. Stiamo parlando di una magnifica, sapiente, sorprendente, costruzione letteraria. Per quanto possa assomigliare al nostro domani, questa India è soprattutto un'invenzione ben congegnata e, in quanto tale, un pianeta sconosciuto anzitutto al suo autore. Di qui la voglia di esplorarlo, sondarne i limiti e le meraviglie. Forse varcarne anche i confini? E perché no, dopotutto? Il buon Ian alza ancora l'asticella e ci porta alla scoperta di questo nuovo spazio - tempo. Sceglie di farlo utilizzando uno strumento apparentemente inadeguato: la normalità. Sì, perché il tema principale di queste storie è la descrizione della quotidianità. La vita di tutti i giorni, le piccole banali strategie di urbana sopravvivenza. Allora, forse, anche in questo pianeta lontano una trentina d'anni da noi c'è qualcosa di nostro. 

Quotidiana guerra — Una trama apparentemente giornaliera, quasi dimessa. Niente intrighi in grado di sovvertire l'ordine mondiale, niente avventure "alla ricerca di..." o "alla scoperta di...". Nessun signore galattico che vuole impadronirsi della Terra e niente astronavi o battaglie, guerre e combattimenti. Obbé... in un certo senso. In realtà, qui MacDonald costruisce la sua storia attorno ad una guerra che tutte le creature viventi sono chiamate a combattere (noi compresi). La guerra che il giovane Jasbir, arrembante funzionario di successo di Nuova Delhi, combatte ogni santo giorno significa molto più che sopravvivenza. Stiamo parlando di uno dei pochissimi bisogni primari di ogni specie vivente: oltre alla sopravvivenza di se stessi conta la sopravvivenza della specie. La lotta di Jasbir è per garantirsi un figlio, la prosecuzione di se stessi e della propria famiglia. Una moglie e la garanzia di un figlio, vi immaginate qualcosa di più attinente al futuro? Jasbir semplicemente cerca moglie in un mondo in cui le donne sono quattro volte meno degli uomini e in cui, per giunta, i rivali sono quasi tutti attraenti e di successo. Il racconto, dunque, tratta di selezione naturale e di come ci si possa ingegnare per stare un passo avanti agli altri nella corsa alla riproduzione. Una corsa che per il protagonista si configura come un dovere morale, più che sociale, un compito in cui non si può fallire. Tutto è permesso pur di trovare moglie, tutto per rendersi desiderabili e appetibili da una donna. Nell'immergere il lettore in questa sua India del vicino futuro, MacDonald ci mostra un chiaro paradigma umano. È l'uomo che agisce in questo scenario "biologico", un uomo immerso nel calderone di facce, sguardi, gesti e rumori (più o meno molesti) che è questo grande paese orientale. Seppure sia l'oriente ancora in primo piano, con le sue molteplici anime in conflitto, si tratta pur sempre di una rappresentazione della globalità e non della semplice indianità. Ancora una volta, insomma, l'India è un mezzo narrativo più che un fine. Un modello, uno schema, da cui emergono facilmente le fragilità umane. Le piccole tragedie quotidiane qui diventano le tragedie di tutti noi, anche le più insignificanti.

Due parolette sulla traduzione — Normalmente è raro, rarissimo, avere l'opportunità di parlare della traduzione. Questo per due motivi. Anzitutto è molto difficile confrontare l'edizione italiana con quella originale. Non sempre si riesce a leggere anche nella lingua originale dell'autore, non sempre chi recensisce conosce la lingua dell'autore. D'altra parte è anche vero che l'attenzione per la traduzione è un "di più", la ciliegina sulla torta, non la torta stessa. Quanti di noi leggono un racconto o un romanzo perché l'ha tradotto Tizio, Caio o Aspasia? Riversare in italiano i testi stranieri, con buona pace di Pavese, è oggi soprattutto un servizio che viene reso al lettore. Non una forma artistica, non un merito speciale. Un servizio da svolgersi dietro le quinte, con scalpello e cesello, fra segatura e schizzi di vernice. Di conseguenza, per quel che mi riguarda, la miglior traduzione non fa mostra di sé, non svela e non nasconde, non rovina e non aggiusta. Devo dire che la traduzione è buona e rende benissimo lo stile piano e lineare utilizzato dall'autore. Non mi sono molto piaciute una o due invenzioni non del tutto giustificate (es.: "Nutes, neithers, hijras, yts, hes, shes" tradotto con "Nute, neutro, hijra, luy, donni, uomine").
Fabio F. Centamore


venerdì 19 settembre 2014

I RITI DELL'INFINITO di Michael Moorcock

Il Millemondi Urania numero 68 uscito in questa strana estate ben poco calda e molto piovosa racchiude tre opere brevi complete di Michael Moorcock, inserite nel volume seguendo l'ordine cronologico di pubblicazione. I romanzi di cui stiamo parlando sono Il Veliero dei Ghiacci (The Ice Schooner), Il Campione Eterno (The Eternal Champion) e I Riti dell'Infinito (The Rituals of Infinity). Sono stati pubblicati originariamente negli anni 1966, 1970 e 1971.
Per quanto riguarda la pubblicazione italiana si tratta di tre ristampe scelte accuratamente. Non è certo un caso se sono state proposte le edizioni tradotte da tre fra i personaggi più rilevanti del panorama fantascientifico italiano. Il Veliero dei Ghiacci riporta la traduzione di Roberta Rambelli, Il Campione Eterno quella di Riccardo Valla e I Riti dell'Infinito quella di Vittorio Curtoni. Questo Millemondi è un degno omaggio a tre persone che hanno dato molto alla fantascienza in Italia e che purtroppo non ci sono più, le cui traduzioni erano peraltro fra le migliori in circolazione.
Il Veliero dei Ghiacci è un tipo di fantascienza che racchiude in sé sia l'ambientazione delle opere post-apocalittiche sia i toni e le sfumature della narrativa eroica. Siamo in un futuro lontanissimo succeduto ad un'era glaciale di proporzioni catastrofiche verificatasi sulla Terra qualche migliaio di anni prima. Il passato è stato dimenticato e gli esseri umani che vivono in questo pianeta ormai congelato in ogni suo anfratto hanno dimenticato il loro passato. Vivono suddivisi in Città Stato dominate gerarchicamente da famiglie nobili che si fanno la guerra tra loro sulla scia di navi da guerra portentose che slittano sul ghiaccio ad altissima velocità. Arflane è un capitano di navi che, accolto in una città straniera, sarà incaricato di raggiungere la misteriosa New York, metropoli antica come il mondo dentro la quale si vocifera che si nasconda la Madre del Ghiaccio, entità soprannaturale che gli uomini hanno elevato a divinità nella loro nuova religione monoteista.
Si tratta di un romanzo mascolino, assai ricco di combattimenti corpo a corpo e di codici di comportamento militareschi, di donne bellissime e pericolose, di intrighi di palazzo. Con l'adeguata attenzione si riescono a vedere le gocce di sangue e di sudore che schizzano al di fuori del libro.
Non ci sono veri e propri cattivi, piuttosto vengono disprezzate le figure deboli, vigliacche e mollaccione. Il male del mondo è l'inerzia, il bivaccamento, l'indebolimento dello spirito e del corpo. Il sopraggiungere del caldo dopo millenni di glaciazione viene visto come una sventura che indebolirà l'uomo fino al midollo portandolo alla rovina.
Il Campione Eterno è un romanzo particolare, anch'esso ambientato nel futuro. Un condottiero del passato di nome Erekose viene risvegliato dagli uomini di questo mondo del futuro per guidarli contro i tremendi e ripugnanti Eldren, a detta di coloro che hanno voluto la sua reincarnazione. Erekose, combattente contro volontà perché non può sottratrsi alla sua natura, guiderà una campagna di pulizia etnica nei confronti dei nemici dei suoi padroni. Ma non sarà un compito tanto semplice, e a scoprirlo a loro spese saranno gli stessi artefici della sua evocazione.
Il romanzo breve si riaggancia in maniera vaga ma indiscutibile a Il Veliero dei Ghiacci citando, in una frase inserita a tradimento da Michael Moorcock, il nome di Arflane, protagonista di quello stesso libro. Un vero rompicapo da risolvere.
A rendere Il Campione Eterno nettamente diverso dagli altri due romanzi presenti in questo Millemondi è invece l'impostazione mitologica, fatta di grandi passioni e maestose battaglie, di atti infinitamente nobili e di azioni feroci oltre ogni immaginazione.
I Riti dell'Infinito è il romanzo breve che chiude e dà il titolo al volume, ed è l'opera migliore delle tre. Permeato da un'ironia sottile sottile, sconvolge la realtà dando voce alle peggiori paure esistenzial-paranoiche che mente umana possa concepire.
Se vi siete domandati diverse volte perché esistiamo, da dove veniamo e dove andremo a finire; se avete formulato con l'immaginazione teorie new age che vi sono costate un fortissimo mal di testa e un effetto lisergico autoprodotto, scoprirete che una chiacchierata con Michael Moorcock vi avrebbe decuplicato gli effetti. Perché in questo piccolo romanzetto di poco più di cento pagine gli universi nascono e muoiono come tante bolle di sapone e le nostre vite durano quanto il battito di ciglia degli dèi. Meno male che nella realtà le cose vanno diversamente.

Flavio Alunni

giovedì 18 settembre 2014

UN MONDO PER GLI ARTEFICI di Charles Sheffield

Fabio F. Centamore ci parla oggi di uno degli ultimi Urania, un piacevole romanzo di un autore a me assai caro fin dai tempi dell'Editrice Nord, un autore ahimè scomparso prematuramente ma che ci ha lasciato un'eredità di magnifici romanzi avventurosi nella migliore tradizione di Arthur Clarke e di altri scienziati-scrittori.

Titolo: Un mondo per gli artefici
Autore: Charles Sheffield 
Traduzione: Annarita Guarnieri
Genere: Fantascienza
Casa editrice: Mondadori
Anno: 2014

Piccolo antipasto di trama — La marea estiva ha lasciato cicatrici ben più importanti. Opale, pianeta acquatico gemello di Quake, sembra adesso rifiorire a nuova primavera. Eppure l'onda di marea, alta ben più di un chilometro, ha scavato in profondità nella mente e nei villaggi dei sopravvissuti. Birdie Kelly non riesce a dimenticare il gigantesco muro d'acqua che sembrava aver oscurato il cielo. Impossibile evitarlo a bordo della minuscola barchetta, non gli era rimasto che sdraiarsi sul fondo ad aspettare l'impatto. Ancora adesso, al solo pensiero, gli sembra di dover trattenere il respiro. Aveva sentito quasi decollare la barca, girarsi in verticale. Si era trovato a doversi sostenere con i talloni contro la poppa, le dita ben serrate sull'appiglio. Ed era stato scaraventato sempre più in alto, fin oltre le nuvole...

Il futuro è antico — Apparso nel 1991, costituisce il secondo capitolo di un ciclo di cinque romanzi imperniato attorno alla figura degli artefici. Si tratta dell'ultima fase della produzione letteraria di Sheffield, quella che si articola fra il 1990 e il 2000 (l'autore è scomparso nel 2002) che comprende appunto il ciclo degli artefici. La cosa intrigante di questa fase è appunto il ricorso all'antichità per sviluppare un'idea di futuro in cui la galassia è estremamente popolata da razze diverse di umanoidi. Proprio la misteriosa figura letteraria degli artefici, una civiltà scomparsa prima della diffusione della razza umana per la galassia, evoca delle suggestioni tipicamente clarkiane. Come in alcune storie di Clarke, i manufatti lasciati dagli artefici sono in grado di interagire con gli eventi presenti. Dall'apparente quiescenza degli antichi ruderi, si risvegliano come orologi svizzeri all'esatto scoccare di eventi determinati. Anche in questo caso, il risveglio di antichi manufatti infittisce il mistero piuttosto che portare il lettore al disvelamento. Si potrebbe forse notare in tutto questo delle similitudini con la letteratura post lovecarftiana e con le vicende dell'archeologia misteriosa. Mi riferisco in particolare a Donald Wandrei e ai misteri evocati nei libri di Von Daeniken e di Kolosimo. In effetti, questi sarebbero rappresentativi di una sorta di genere letterario molto in voga dagli anni trenta fino agli anni settanta del novecento. Vale a dire, l'idea che in un passato remoto, forse precedente alla presenza dell'uomo, la Terra fosse costantemente visitata da entità aliene. Tali civiltà ultra progredite, provenienti da altre stelle, galassie o perfino dimensioni, avrebbero disseminato il nostro pianeta di manufatti più o meno inspiegabili, forse perfino pericolosi. Nella produzione letteraria di Wandrei, in particolare, i manufatti antichi sono sempre forieri di sventure. Nella migliore delle ipotesi rappresentano il baluardo che tiene il male lontano dalla nostra dimensione e gli impedisce di distruggere tutto. Negli scritti di Kolosimo, Von Daeniken e soci, invece, questi oggetti sono solo testimonianze da interpretare. Meri elementi che ci raccontano una storia diversa da quanto scritto sui libri di scuola. Naturalmente Sheffield riprende il tema da un'ottica completamente diversa. 

Rappresentazioni cosmiche — Anzitutto gli artefici. Creature sconosciute, di cui non si conosce nemmeno l'aspetto. In verità, non si sa nemmeno che fine abbiano fatto. Si sono estinti? Chissà... E, se estinti non sono, dove sono finiti? Perché sono svaniti nel nulla? Di loro si intravede solo la tecnologia, i manufatti e le incredibili strutture scoperte su un pianeta lontanissimo dalla Terra e situato in un sistema piuttosto instabile. Dunque nessuna connotazione morale, negativa o positiva. Nessun mistero che contraddice le conoscenze acquisite, destando magari il sospetto e la destabilizzazione sociale. I manufatti degli artefici semplicemente rappresentano una sfida all'ampliamento della conoscenza, come i corpi celesti da osservare, studiare ed esplorare. La pericolosità, semmai, è insita nella grandezza dell'impresa. Grandi sfide preannunciano grandi pericoli, per questo svelare il mistero degli artefici non è da tutti. E qui arriviamo ai protagonisti, ognuno a suo modo insuperabile nel proprio campo e nella propria sfera d'azione. Ognuno di loro anche in buona sostanza individualista e non proprio orientato al gioco di squadra. Ognuno a suo modo sganciato dall'establishment e difficilmente inquadrabile in una sorta di gerarchia costituita. Insomma, la sfida è per pochi eccezionali individui. Non sempre l'ordine costituito ne comprende le azioni e le conclusioni. È il classico eroe - uomo comune di Sheffield. Non l'avventuriero scavezzacollo che non teme di sporcarsi le mani e usare la violenza. Non l'astronauta (o l'ingegnere - astronauta) dai nervi d'acciaio e la mente calcolatrice, che non si lascia abbattere dalle difficoltà o dall'inconoscibile. Lo specialista, piuttosto, una persona assolutamente comune che eccelle grandemente in un campo della conoscenza. In sostanza, dunque, un romanzo che mantiene le caratteristiche della produzione precedente di quest'autore. Tuttavia, a mio avviso, meno convincente del romanzo precedente (Quake, il pianeta proibito - Urania 1996). Purtroppo l'autore sceglie di riprendere vicende e personaggi al vivo, già in medias res. Il lettore, di conseguenza, non ha la possibiltà di entrare pienamente nella trama e lasciarsi avvincere. La lettura del precedente romanzo, insomma, è vivamente consigliata. A tutto ciò, dobbiamo aggiungere una manciata di scene e situazioni assolutamente ingenue, poco credibili e il non trascurabile problema che il romanzo non sembra aggiungere granché alla conoscenza degli artefici e al disvelamento del loro mistero. La storia in effetti si prefigura più come un momento di passaggio.
Il ciclo dell'Heritage — Bisogna dire che "Urania" non ha aiutato moltissimo con la sua gestione delle uscite dei singoli capitoli alla comprensione del ciclo. Piuttosto incomprensibile, anzi, l'ordine con cui si è scelto di tradurre e pubblicare questi romanzi. Mi sembra, quindi, giusto dare l'ordine di lettura corretto anche per aiutare il lettore a seguire le future uscite in edicola, se ce ne saranno (purtroppo il ciclo non è completamente tradotto e pubblicato in Italia).

  1. Quake, il pianeta proibito (Summertide - 1990), "Urania" - Mondadori, 1996
  2. Un pianeta per gli artefici (Divergence - 1991), "Urania" - Mondadori, 2014
  3. Transcendence - 1992 (Non ancora tradotto)
  4. Punto di convergenza (Convergence - 1997), "Urania" - Mondadori, 1999
  5. Resurgence - 2002 (Non ancora tradotto).
Fabio F. Centamore