martedì 30 giugno 2015

MAD MAX: FURY ROAD

Trent'anni! Tanto ci ha fatto attendere George Miller per riuscire a vedere ancora sullo schermo il personaggio di Max Rockatansky, e se il film è stato accolto al Festival di Cannes 2015 con tre ovazioni e ha ottenuto (a ragion veduta) ottimi rating nei principali siti di critica cinematografica, un motivo ci sarà! 
"Mad Max Fury Road racconta una storia apocalittica ambientata ai confini più remoti del nostro pianeta, in un paesaggio desertico e desolato dove l'umanità è distrutta, e tutti lottano furiosamente per sopravvivere. In questo mondo ci sono due ribelli in fuga, gli unici che possono ristabilire l'ordine. C'è Max, un uomo d'azione e di poche parole, che cerca pace dopo la perdita della moglie e del figlio all'indomani dello scoppio della guerra. E Furiosa, una donna d'azione che crede di poter sopravvivere solo se completerà il suo viaggio a ritroso attraverso il deserto, verso i luoghi della sua infanzia. Mad Max crede che il modo migliore per sopravvivere sia muoversi da solo, ma si ritrova coinvolto con il gruppo in fuga attraverso la Terra Desolata su un blindato da combattimento, guidato dall'imperatrice Furiosa. Il gruppo è sfuggito alla tirannide di Immortan Joe, cui è stato sottratto qualcosa di insostituibile. Furibondo, l'uomo ha sguinzagliato tutti i suoi uomini sulle tracce dei ribelli e così ha inizio una guerra spietata".
Era il 1979 quando il regista, sceneggiatore e produttore australiano George Miller scrisse e diresse il primo Interceptor. Il film ottenne un tale successo che non solo diventò una trilogia, ma impattò l'immaginario collettivo con il secondo episodio (Il guerriero della strada, 1981) al punto da influenzare il Manga Hokuto no Ken di Tetsuo Hara (Ken il Guerriero) e pellicole quali Terminator (come dichiarato dallo stesso Cameron), Waterworld e The Postman con Kevin Costner. Per tornare a rivedere Mad Max, abbiamo però dovuto attendere ben tre decadi, nonostante il progetto Fury Road fosse in cantiere da diversi anni. Già nel 2003 si era parlato del quarto episodio di Max, ma Miller ha dovuto fare i conti con l’interdizione della Namibia a causa della guerra in Iraq con Gibson a sua volta impegnato con La Passione di Cristo. Solo nel 2009 la situazione si è sbloccata e fino ad allora il regista aveva addirittura pensato ad un film in animazione 3D. Non volendo realizzare un vero e proprio remake, Miller ha optato per il reboot, o sarebbe più corretto dire upgrade dell'universo post-apocalittico, evitando così di narrare una storia già raccontata. Per scelta stilistica è quasi totalmente assente la computer graphic, cosa che ha impattato molto sul budget, infatti se per il primo film della saga era di soli 316,620 dollari, siamo passati agli oltre 100 Milioni. Se non per alcune correzioni delle immagini e la realizzazione della mano meccanica dell'Imperatrice Furiosa, il film è stato infatti girato facendo ampio uso di stuntmen, make-up e pratical effect come ai bei tempi, rendendo l'universo vivido e inquietantemente palpabile come non se ne vedevano da anni.
Per questo reboot Miller sceglie come nuovo volto del "Road Warrior" Tom Hardy, dopo aver valutato negli anni Heath Ledger, Jeremy Renner e Michael Biehn. Scelta che non possiamo non appoggiare dopo averlo visto in diverse ottime performance quali Bronson (Refn, 2008), le collaborazioni con Nolan, Warrior (O'Connor, 2011) e l'intenso Locke (Knight, 2013), inoltre lo stesso Gibson ha dato la sua benedizione ritenendo l’attore inglsese perfetto per il ruolo. A cavallo della classica Ford Falcon XB GT del 1974 (anche se per poco), Hardy è perfetto nel ruolo dell'apatico e contraddittorio Max, ormai avulso da ogni concetto di male e bene, interessato solo alla propria sopravvivenza. Privo di qualsiasi desiderio di socializzazione, pronuncia pochissime battute, regala solo un paio di sorrisi abbozzati e sembra non provare rimorso in nessuna situazione, come se ormai dovesse solo tirare a campare. 
Nel cast figura anche Charlize Theron nell'insolito ruolo dell'Imperatrice Furiosa, che torna al post-apocalittico dopo il toccante The Road (Hillcoat, 2009) e che non perde nulla del suo sex appeal nonostante il braccio meccanico. Furiosa emerge come un degno partner per Max, appassionata donna guerriera disposta a mettere in gioco la propria vita per tornare a rivedere il "verde" che una volta popolava il mondo. Da notare inoltre Hugh Keays-Byrne perfetto nel ruolo di Immortan Joe, che interpretò già il villain Toecutter del primo Interceptor. 
Che dire in conclusione di Mad Max: Fury Road? Tanto per cominciare, se qualcuno vuole sapere come fare un film d'azione capace di prendere a calci nel sedere (per non dire altro) i diretti concorrenti gli suggerirei caldamente di rivolgersi al settantenne George Miller. Sì, avete capito bene, 70 anni suonati e non sentirli. Qualcuno lo dava per spacciato dopo essersi cimentato con Babe e Happy Feat, ma si sbagliava. Come già descritto, Miller stava solo aspettando il momento migliore per fare un film come voleva lui, ma le condizioni contingenti lo hanno costretto ad aspettare fino ad oggi. Grazie alla quasi totale assenza di grafica computerizzata, le scene sono vive al punto da trasmettere quella feroce lotta per la sopravvivenza che caratterizza la serie e il suo mondo, Le Terre Perdute (The Wasteland), dove a ragion veduta non è Max il vero protagonista, ma la sociologia post-apocalittica che le popola. Miller, difatti, carica il film della sua estetica "Heavy Metal", una potenza visiva che unisce medioevo barbarico e futuro distopico shakerando il tutto con adrenalina, benzina e pallottole. 
Il regista australiano realizza un film di pura azione, che inchioda lo spettatore alla poltrona e fa rabbrividire (per non dire umiliare) tutti i giovani registi che credono di essere nati per l'action. Se vi piace il genere non potete perdervi questo film che ha di diritto alzato l'asticella della qualità almeno di una spanna (ma facciamo anche tre) al di sopra del cinema di "fuffa" entertainement al quale siamo stati assuefatti.
E ora, cari lettori, sedetevi e godetevelo!
Buona visione da Marc Welder

lunedì 29 giugno 2015

L'ISOLA DEL DOTTOR MOREAU di H.G. Wells - Un baratro senza fondo


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Confesso di aver intrapreso solo di recente la lettura di questo romanzo del 1896, che assieme alla Guerra dei mondi, all'Uomo invisibile e alla Macchina del tempo (tutti scritti nell'arco di tre anni, tra il 1895 e il 1897) costituisce a mio avviso una vera e propria tetralogia che ha definito una volta per tutte di cosa parliamo quando parliamo di fantascienza. Con ciò non voglio dire che comincia tutto lì; mi vado sempre più convincendo che la fantascienza nasce con il terzo e quarto libro dei Viaggi di Gulliver di Swift (1726), passa per il Frankenstein della Shelley, alcuni racconti di Poe, e poi arriviamo a Verne e così via (più altri compagni di viaggio). Però quei quattro romanzi di Wells segnano un momento cruciale. Gli alieni, il viaggio nel tempo, l'invisibilità sono temi che in seguito sono stati presi e ripresi, ma non è solo quello. Wells unisce alla visione di cose a venire una macchina narrativa solidissima che nasconde dietro un'apparente semplicità veri e propri abissi intellettuali. Se non autentici baratri, dove potremmo cadere senza toccare mai il fondo. Questo è tipico di alcuni scrittori inglesi; lo era già di Swift; lo sarà di Ballard.
Ed è sicuramente il caso dell'Isola. Essa parte da un'ipotesi scientifica che Wells (di formazione biologo; aveva studiato alla Normal School of Science con Thomas Henry Huxley, a sua volta allievo di un certo Charles Darwin), espose in un saggio scritto nel 1895, “I limiti della plasticità individuale”; lo scrittore (ventinovenne, ricordiamolo) ipotizzava che si poteva modificare radicalmente, tramite la chirurgia, la forma di un animale, senza che questo cessasse di vivere. Erano anni in cui la chirurgia e la medicina stavano facendo passi da gigante, specialmente negli ospedali londinesi, tanto da ispirare Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde di Stevenson (pubblicato solo dieci anni prima del romanzo di Wells). Non meraviglia che ci si interrogasse su dove quel progresso inarrestabile avrebbe potuto portare, ed è quello che Wells fa con L'isola del dottor Moreau. Ancora una volta un medico è protagonista di una sbalorditiva scoperta scientifica, e al tempo stesso di un dilemma morale; ancora non si parlava di bioetica, ma Stevenson e Wells avevano già intuito che la ricerca in campo medico poneva in questione le nostre idee di bene e di male, oltre che di salute e malattia.
Credo che la trama del romanzo sia ben nota, ma meglio andare sul sicuro e richiamarne i punti salienti. Moreau è un biologo che ha dovuto lasciare l'Inghilterra perché travolto da uno scandalo generato dai suoi sconvolgenti esperimenti di vivisezione. Accusato di torturare atrocemente dei poveri animali, lo scienziato si è rifugiato in un'isola poco frequentata del Pacifico, dove ha proseguito i suoi esperimenti, aiutato da Montgomery, un giovane medico che occasionalmente alza un po' troppo il gomito. Dopo anni di tentativi, è riuscito a trasformare chirurgicamente degli animali, dando loro una forma umana, la capacità di parlare, di camminare eretti, e con interventi di neurochirurgia anche la facoltà di avvicinarsi alle capacità intellettive proprie dell'Homo sapiens. Ha così popolato l'isola con le creature nate nella sua sala operatoria, quella che gli uomini-bestie chiamano “casa del dolore”, perché Moreau lavora senza anestesia (e ciò aggiunge una cospicua dose di horror a questo romanzo).
Il problema è che Moreau vorrebbe creare con la sua ricostruzione chirurgica degli esseri perfetti, superiori all'uomo. Ma ogni volta le sue creazioni lo deludono; conservano sempre degli aspetti caratteristici dell'animale dal quale derivano. E ogni volta che l'uomo-bestia rivela di essere ancora bestiale, troppo bestiale, Moreau regolarmente se ne disinteressa, e passa a lavorare su un altro animale, nella speranza questa volta di giungere allo scopo che si è posto, cioè una creatura che non abbia nulla di animalesco; che non sia guidata dai meccanismi dell'istinto bensì dalla pura ragione.
Vi ricorda qualcosa? Praticamente si tratta dell'esperimento del dottor Viktor Frankenstein ripetuto per decine di volte. Ma Moreau è più prudente; sa di non poter ridare la vita alle parti morte di cadaveri; cerca di modificare il vivente, anche se il prezzo da pagare è una sofferenza indicibile. Però il risultato è sempre lo stesso: la perfezione non viene raggiunta. La creatura artificiale è ancora erede dei mille difetti della carne.
Gli uomini-bestia creati da Moreau si sono organizzati in una sorta di villaggio, dove vivono secondo leggi evidentemente dettate dal loro creatore. Non devono camminare a quattro zampe; non devono nutrirsi di carne; devono essere monogami; non devono uccidere... Vivono, le creature di Moreau, come una tribù primitiva, venerando lo scienziato come una divinità pagana. Lo temono perché ricordano la terribile sofferenza dell'operazione che li ha resi, se non umani, umanoidi; lo temono perché il medico ha la frusta per percuoterli e il revolver per abbatterli. Per gli uomini-bestia, Moreau è una versione primitiva e superstiziosa del Dio dell'Antico Testamento: maschio, violento, autoritario, irascibile e vendicativo.
E qui ovviamente non può non tornare in mente una cosa che Wells disse del suo romanzo: lo chiamò "an exercise in youthful blasphemy" e cioè un esercizio di blasfemia giovanile. Cosa intendesse dire dovrebbe, credo, essere piuttosto chiaro – e così assolutamente fantascientifico, nel senso più genuino del termine, da far girare la testa. Se Moreau è come Dio per gli uomini-bestia, solo perché le loro limitate capacità intellettive non consentono loro, fino a un certo momento almeno, di comprendere che anch'egli è una creatura con dei limiti – chi dice che noi non siamo creature sì, ma non di un essere perfettissimo e onnipotente che chiamiamo Dio, ma di qualche essere in possesso di conoscenze e strumenti assai più avanzati dei nostri, ma anch'essi limitati? Chi ci dice che non siamo il risultato di qualche esperimento avvenuto decine di migliaia di anni fa, nel quale delle scimmie un po' più brillanti non vennero modificate (geneticamente?) per giungere ad avere facoltà intellettive più ampie dei loro parenti, ma sempre inferiori a quelle dei nostri creatori?
Voi capite dove questo porta. A ipotizzare una qualche genesi non del tutto terrestre e naturale della specie umana; a immaginare un intervento di alieni tecnologicamente e scientificamente più progrediti che ci hanno differenziato dagli altri primati, ma – e qui sta l'ironia devastante di Wells – non abbastanza da perdere certi meccanismi (aggressività, avidità, crudeltà...) che nelle bestie hanno uno scopo ben preciso (garantire la sopravvivenza) ma che in una specie intelligente possono in ogni momento trasformare la vita in un inferno (cosa che è regolamente accaduta nella nostra storia).
E ancora: se Moreau, nonostante quel che credono gli uomini-bestia fino a un certo punto della storia, è tutt'altro che una creatura perfetta (infatti non riesce a creare esseri perfetti nei suoi esperimenti chirurgici), cosa dovremmo pensare noi di quello che abbiamo chiamato Dio? Tutt'altro che perfettissimo e onnipotente, è un demiurgo limitato, un creatore non tanto capace, uno che a noi stupidi uomini e donne sembra chissà cosa, ma in realtà è un pasticcione che ha abborracciato un esperimento tanto tempo fa che ha dato come risultato creature mezze bestiali quali noi siamo, superstiziose, violente, dominate da istinti che non riescono a padroneggiare del tutto. Se non è una visione blasfema questa...
Da un lato siamo ai confini con le dottrine gnostiche, secondo le quali questo mondo in cui viviamo altro non è che la creazione difettosa e ingannevole di impostore, il demiurgo, che si spaccia per Dio ma non lo è (proseguite in questa direzione e finirete dalle parti di Philip K. Dick). Dall'altro Wells applica con infernale coerenza le teorie darwiniane alla specie umana; come noi siamo più evoluti di altre specie, Qualcun altro potrebbe essere più evoluto di noi (vedi i marziani della Guerra dei mondi) – e noi potremmo averne un'immagine altrettanto deformata e vaga quanto gli uomini-bestia di Moreau ne hanno del loro creatore.
Ma il baratro va ancora più in profondità. Ripetutamente Prendick, il malcapitato che finisce accidentalmente sull'isola e scopre man mano, fin verso la metà del romanzo, i suoi segreti, nota che gli animali modificati da Moreau sono di pelle nera, tanto che all'inizio prende il primo che vede per un africano deforme e ritardato. Non sarà mica che il rapporto tra l'inglese Moreau e i suoi sudditi-creature subumani rappresenti anamorficamente il rapporto coloniale? Come c'era un darwinismo scientifico, biologico, c'era anche nell'Inghilterra di Wells un darwinismo sociale, nel quale il diritto degli inglesi di governare indiani, africani, aborigeni australiani, maori ecc. si basava sull'essere quella britannica una società più evoluta, che quindi doveva fungere da guida a quelle più arretrate, poste più in basso sulla scala dell'evoluzione.
Qualcuno dirà che è un bel pretesto per sottomettere e sfruttare qualche popolo dalla pelle più scura che non ha i mezzi per resistere al cannone dell'uomo bianco; però nell'Inghilterra vittoriana ci si credeva. Basti leggere un romanzo come Cuore di tenebra di Conrad (che esce, guarda caso, solo tre anni dopo L'isola del dottor Moreau); nella vicenda di Marlow e Kurz lo scrittore polacco naturalizzato britannico contrappone al colonialismo belga, che mira solo allo sfruttamento dei popoli “inferiori” e al guadagno economico, quello inglese, caratterizzato da una missione civilizzatrice. Ovviamente ci sono dei rischi, come dimostra la storia di Kurz (che per garantirsi l'obbedienza dei congolesi e l'avorio da mandare in Europa si fa passare per un dio, al punto di farsi venerare e anche tributare dei sacrifici); ma quando lo scopo dei colonizzatori è quello di educare i colonizzati, di trasformare i bambini ignoranti e superstiziosi in uomini adulti e ragionevoli, allora la colonizzazione è accettabile.
Oggi questi discorsi sono stati sottoposti a infinite critiche, assolutamente giustificate, che smontano il parallelo sottinteso, nel quale il popolo evoluto, essendo l'adulto, gode di un'autorità morale (e politica) su a quello meno evoluto (o primitivo), che sarebbe il bambino; ma un conto sono i rapporti tra padri e figli, altra cosa quelli tra popoli. Eppure all'epoca di Wells quest'idea circolava; girava anche da noi, dove i personaggi più insospettabili incoraggiavano la giovane Italietta a lanciarsi in avventure coloniali – cosa che regolarmente facemmo, salvo poi combinare disastri... E Wells, non so fino a che punto consapevolmente, la smonta, con i mezzi del romanziere, mostrando che a un certo punto gli uomini-bestie mangiano la foglia, capiscono che Moreau e gli altri due bianchi non sono tanto superiori a loro, che anch'essi provano dolore e possono essere uccisi. Di qui la rivolta, che scoppia quando il puma sul quale sta lavorando Moreau strappa i vincoli che lo tengono bloccato e fugge, e infine uccide il suo creatore, morendo nello scontro, ma chiarendo per tutti che anche gli evoluti umani crepano, come tutte le altre bestie.
Profezia inconsapevole del fallimento del colonialismo? Critica del darwinismo sociale? Messa in discussione della superiorità dell'uomo bianco sulle altre “razze”, prima ancora che la genetica dimostrasse che il concetto di razza (umana) non ha basi scientifiche? Probabilmente nell'Isola del dottor Moreau c'è anche questo. E il bagno di sangue finale, con la morte di Moreau e Montgomery e la regressione degli uomini-bestia, che tornano ai loro originari comportamenti animaleschi, suona la campana a morto per l'impresa di civilizzazione che dovrebbe giustificare il colonialismo: la cultura calata dai colonizzatori sui colonizzati è solo una sottile vernice, sotto la quale restano le strutture “primitive” (noi oggi diremmo “altre”) di comportamento e di comprensione, che alla fine riemergeranno inesorabilmente. E questo non ci dà da pensare rispetto a quel che vediamo accadere in quei paesi mediorientali che sembravano sulla via dell'occidentalizzazione ma che sembrano oggi sul punto di tornare a una cultura islamica ancor più rozza e primitiva? Nel nostro tentativo, forse ipocrita, forse interessato, forse semplicemente maldestro, di “esportare la democrazia” in quei paesi, come ai tempi del colonialismo si voleva esportare la civiltà dell'uomo bianco, non siamo stati anche noi dei dottor Moreau, che in cerca della perfezione abbiamo costruito società assolutamente imperfette e difettose e causato una quantità spaventosa di sofferenza?
E ancor più radicalmente, non c'è in questo romanzo la consapevolezza dei limiti della nostra capacità di capire e conoscere? Lo scienziato Moreau, rappresentante della cultura più avanzata scientificamente nel mondo del 1896, quella britannica (quella che oltre a Darwin aveva annoverato tra i suoi luminari Maxwell e Faraday, tanto per citare qualche nome, quella che aveva scatenato la seconda rivoluzione industriale, che aveva fornito l'umanità di una nuova fonte d'energia – il carbone – che oggi pare arcaica, ma allora era rivoluzionaria), sembra un dio solo ai limitati uomini-bestia – ma noi lettori comprendiamo che la sua apparente onnipotenza ha dei limiti intrinseci, forse, per citare uno scrittore vivente, un vizio inerente, che porta sempre a creazioni difettose. Inorgoglitosi per le sue conquiste, l'uomo bianco si crede al culmine della creazione; ma né lui né la sua civiltà sono perfette, né lui né le sue creazioni sono libere dalle tare originarie.
Solo diciott'anni dopo la pubblicazione del romanzo di Wells la morte di un aristocratico austriaco scaglierà l'evoluta e superiore Europa in uno spaventoso bagno di sangue dove il primitivo e l'animalesco torneranno a emergere nelle trincee dei vari fronti della Grande guerra. Collocato storicamente, L'isola del dottor Moreau fa riflettere, e non cessa di aprirci baratri sotto i piedi.
Esattamente quel che ci si deve aspettare da un classico della fantascienza; che deve unire il sense of wonder a un sano sense of doubt. Cosa che a Herbert George Wells riusciva maledettamente bene.
Umberto Rossi

giovedì 25 giugno 2015

UCZ #149 - IL SIGNORE DEI SOGNI di Roger Zelazny

Urania Collezione #149, Giugno 2015:
Mondadori Editore
"Il Signore dei Sogni" (The Dream Master, 1966)
Traduzione: Gabriele Tamburini
Copertina: Franco Brambilla
Disponibile in versione cartacea e digitale

Una tecnologia elettronica capace di mettere in contatto gli stati psichici di due diversi sistemi nervosi: da questa invenzione emerge una nuova disciplina, la Formazione neurocondivisa. Charles Render si è affermato da tempo come luminare nel settore ma continua a essere divorato dall’ambizione. Per questo non esita ad accettare lo strano incarico offertogli dalla psichiatra Eileen Shallot, cieca dalla nascita, che vuole imparare da lui l’arte della Formazione. Un proposito ambizioso come pochi, considerando che il lavoro dei neuroformatori consiste nel portare allo scoperto le nevrosi dei pazienti mediante il più immediato dei linguaggi di comunicazione: l’immagine. Il senso della sfida è il motore che spinge il Formatore ad accettare l’incarico, ma con il passare del tempo e con l’aumentare della bravura di Eileen nell’usare il nuovo                                                                    canale, Render scoprirà a sue spese quanto rischiosa possa 
                                                                   essere stata la sua decisione.
                                                                   (dalla quarta di copertina)






* * * * *

Negli anni '60 la SF subisce profondi cambiamenti, sopratutto grazie al "neonato" movimento New Wave: un gruppo di giovani autori (i più rivoluzionari erano gli autori che ruotavano intorno alla rivista "New Worlds", diretta in quel periodo da Michael Moorcock) che infonderà nuova vitalità al genere, allargandone gli orizzonti ed elevandone la qualità letteraria. Questi autori non avevano paura di sperimentare nuove forme di scrittura e nuovi linguaggi, e al lato puramente sperimentale univano una particolare sensibilità artistico-letteraria ed un interesse particolare per le scienze "morbide" (Soft SF; sociologia, psicologia, scienze politiche, antropologia, eccetera), in contrapposizione alle scienze "dure" (Hard SF; fisica, chimica, astronomia, biologia, eccetera) che tradizionalmente erano quelle che più attraevano gli scrittori di SF degli anni '40-'50.
E' in questo periodo (1962, per la precisione) che James G. Ballard nel suo articolo, apparso su New Worlds, intitolato "Which Way to Inner Space ?" espone la necessità di esplorare non tanto il ben noto Spazio Esterno (Outer Space) quanto il meno esplorato territorio dello Spazio Interno (Inner Space), ovvero l'inconscio umano (inteso come territorio sconosciuto e da esplorare) e, più in generale, l'Uomo ed il mondo nel quale esso vive.
Tra gli autori più rappresentativi, ed incisivi, ascrivibili al movimento New Wave citiamo James G. Ballard, Brian W. Aldiss, Norman Spinrad, Robert Silverberg, Roger Zelazny, Harlan Ellison, Michael John Harrison, Michael Moorcock, Samuel R. Delany e Thomas M. Disch. 

Sfogliando l'UCZ #149

Gli ultimi 2 numeri di UCZ ci portano dritti al cuore del movimento New Wave con autori del calibro di Samuel Ray Delany e Roger Zelazny. Diversi lettori ed appassionati della cara UCZ hanno invocato a gran voce la "Tripletta New Wave", sperando nella pubblicazione di un romanzo di Thomas M. Disch (magari il celebre "Concentration Camp") o di James G. Ballard, autori ancora assenti tra i titoli pubblicati su UCZ (così come sono assenti Brian W. Aldiss, Norman Spinrad, Michael John Harrison ...).
La scelta della redazione di Urania cade invece su "Le Sabbie di Marte" di Arthur C. Clarke: il celeberrimo n.1 di Urania, uscito nel 1952, viene riproposto per celebrare il n.150 di Urania Collezione.
Ma torniamo a Zelazny ed all' UCZ #149.
Zelazny mi offre lo spunto per ricordare che la vocazione di UCZ non è quella di riproporre romanzi già apparsi sulla collana madre (come invece sento spesso dire; "Ma questa è una ristampa!! Perchè esce su Urania? Dovrebbe uscire semmai su Urania Collezione!!"), no... ...proprio no, ragazzi !!
La vocazione di UCZ è quella di proporre grandi autori e grandi romanzi di SF, quei titoli e quegli autori fondamentali per il genere, le pietre miliari, i romanzi che hanno una particolare importanza storica. Volete fare un giochino simpatico? Andate a leggere attentamente la lista dei titoli usciti su UCZ e guardate quanti romanzi non sono mai stati pubblicati nè su Urania nè su altre collane Mondadori: resterete di certo sorpresi.

Zelazny, ad esempio, è apparso sulla collana madre soltanto con titolo "minori", i suoi romanzi più belli, premiati ed importanti non erano mai usciti su una qualsiasi collana Mondadori (ad eccezione proprio di "Signore dei Sogni" e di "Metamorfosi Cosmica", che erano gia apparsi su I Massimi della Fantascienza Mondadori).
UCZ ci ha invece proposto, negli anni passati, lo splendido premio Hugo 1967 "Signore della Luce" (UCZ #045, Ottobre 2006) ed il premio Hugo 1966 (ex-aequo con "Dune" di Herbert) "Io, l'Immortale" (UCZ #055, Agosto 2007); questo mese ci presenta invece "Il Signore dei Sogni" (The Dream Master, 1966), versione più lunga (novel) della novella che vinse il premio Nebula 1966, intitolata "He Who Shapes".
Il romanzo non mi è piaciuto un granchè, oggi risulta un pò datato e non ha un gran ritmo (e questo è probabilmente legato al fatto che la novella è stata allungata per farne un romanzo); per di più per apprezzarlo come si deve servirebbe almeno una infarinatura di psicologia, psichiatria classica ed un minimo di conoscenza delle teorie psicoanalitiche (cosa che a me manca); inoltre i temi presenti in "Il Signore dei Sogni" sono stati abbondantemente sviluppati in seguito da diversi autori e questo toglie al romanzo, per lo meno agli  occhi del lettore di oggi, gran parte del suo fascino.
Tuttavia è innegabile l'importanza storica di questo testo, sia dal punto di vista dei contenuti che da quello dello stile e del linguaggio. E' degno di nota il fatto che Zelazny descrive, già nel lontano 1966, la realtà virtuale (o per lo meno qualcosa di molto simile).
Il volume contiene una gran bella biografia critica di Roger Zelazny firmata da Vittorio Curtoni, alla quale vi rimando per avere maggiori informazioni sull'autore. E' presente inoltre la bibliografia italiana di Zelazny curata da Andrea Vaccaro.
"Il Signore dei Sogni" è lungo 150 pagine: anche per questo volume, come già accaduto per l'UCZ del mese scorso, parecchi lettori speravano che la redazione decidesse di aggiungere, dopo il romanzo, un paio di racconti di Zelazny come ad esempio "La porta delle sue fauci, le fiamme della sua bocca" (premio Hugo e Nebula) o "Una Rosa per l'ecclesiaste", racconti peraltro già usciti su 2 antologie pubblicate da Urania.
Invece, per completare il volume, ritorna la rubrica I Racconti di Urania che propone il racconto "YouWorld", firmato da Lanfranco Fabriani e Giovanni De Matteo.
Se volete leggere gli splendidi racconti di Zelazny dunque non vi resta che procuravi l'antologia "La Montagna dell'Infinito" (Futuro -Biblioteca di Fantascienza n.48Fanucci).
Una piccola curiosità: il romanzo, nelle vecchie edizioni Galassia, Bigalassia e Massimi della Fantascienza Mondadori, era intitolato semplicemente "Signore dei Sogni". Tutte le edizioni che ho citato hanno la medesima traduzione, quella di Gabriele Tamburini, eppure in questo UCZ il titolo è cambiato in "Il Signore dei Sogni". Chissà... una svista? Ci si è voluti uniformare all'ultima edizione uscita in italia e tuttora disponibile nelle librerie, ovvero quella della casa editrice palermitana Sellerio (con traduzione di G.G. Pallagianni, uscita nel giugno del 2005) ? O la redazione Urania ha deciso di attenersi letteralmente al titolo originale dell'opera?
Chissà ...

Qui potete trovare la scheda-libro dell'UCZ #149 con relativo indice.

Vai a "UCZ INTRO: sfogliando Urania Collezione" per la lista completa dei volumi di UCZ ed altre informazioni sulla collana.


Arne Saknussemm





sabato 20 giugno 2015

LA MANO SINISTRA DELLE TENEBRE di Ursula K. Le Guin

































Farò il mio rapporto come se narrassi una storia, perché mi è stato insegnato, sul mio mondo natale, quand'ero bambino, che la Verità è una questione d'immaginazione.
(trad. di Ugo Malaguti)

Una recensione, per forza di cose, è sempre soggettiva. L'obiettivo che dovrebbe raggiungere, nel caso di un libro, è quello di far spendere bene i soldi al lettore, indirizzandolo verso le scelte migliori in base ai suoi gusti.
Premesso ciò, ci sono casi di opere che, sebbene scritte decenni fa, mantengono una indubbia freschezza e una attualità sorprendente. E' il caso del classico firmato da Ursula K. Le Guin LA MANO SINISTRA DELLE TENEBRE (The Left Hand of Darkness, 1969), sul quale sono stati scritti fiumi di parole (e un breve articolo in più non farà certo danno). Romanzo dallo stile ritmico, pacato più che lento, farcito di spunti riflessivi, con brani di un lirismo emozionante nonché vincitore del premio Nebula nel '69 e dello Hugo nel '70, LA MANO SINISTRA DELLE TENEBRE è ancora oggi una lettura imprescindibile per chi ama un certo genere di fantascienza. Quella, per intenderci, che all'azione, all'avventura e al sense of wonder tradizionale preferisce scavare e analizzare la psiche aliena, portandola all'attenzione del lettore e svelandone i meccanismi di funzionamento, sfuggenti per non dire incomprensibili. Nel caso di questa storia di alieno c'è la razza del pianeta Gethen (conosciuto anche come Inverno, per il suo clima rigido): esseri umani che, decine di migliaia di anni nel passato, sono stati sottoposti a un singolare esperimento di manipolazione genetica e trasformati in una razza ermafrodita.
La scrittrice californiana, in pieno fervore sessantottino e sensibile alle tematiche di quegli anni, non poteva non affrontare argomenti come la sessualità e l'identità di genere, affiancati ad altri più tradizionali come l'importanza dell'amicizia, la comprensione tra i popoli, il sacrificio di sè in difesa dei propri valori. Chi scrive ha l'impressione che l'autrice abbia voluto presentarci con questa epopea antropologica, vissuta attraverso gli occhi di uno spaesato inviato terrestre e di un illuminato politico nativo, una società se non utopica comunque da imitare, da assumere a modello per la nostra realtà triste e angosciante: infatti la civiltà di Gethen, nonostante gli intrighi politici e alcuni soprusi (tra i quali lager di staliniana memoria), consente ai suoi componenti una vita sostanzialmente pacifica, in cui sono sconosciuti grandi orrori come quelli della guerra, dello stupro, della discriminazione di genere. Tutto ciò è raggiunto grazie alla fusione in un unico essere dell'essenza maschile e femminile e alla regolamentazione dell'impulso sessuale. Una civiltà quindi incamminata sul sentiero della prosperità e della serenità, bisognosa solo di alcuni aggiustamenti di rotta che, in questo caso, potrebbero essere garantiti dal suo ingresso nella grande lega dei mondi dell'Ecumene hainita.
A prescindere dalla corretta interpretazione del messaggio che la Le Guin voleva trasmettere, il romanzo rimane comunque una pietra miliare della letteratura che ha l'ambizione di dischiudere al lettore nuovi orizzonti. Che poi ci riesca o no, è una questione alla quale ciascuno darà la propria risposta.



Per le edizioni italiane di questo classico si può consultare la pagina:
http://www.fantascienza.com/catalogo/opere/NILF1046722/la-mano-sinistra-delle-tenebre/

Stefano Sacchini

mercoledì 17 giugno 2015

UCZ #148 - LA BALLATA DI BETA-2 di Samuel Ray Delany


Urania Collezione #148, Maggio 2015:
Mondadori Editore
"La Ballata di Beta-2" (The Ballad of Beta-2, 1965)
Traduzione: Vittorio Curtoni e Gianni Montanari
Copertina: Franco Brambilla
Disponibile in versione cartacea e digitale

Una spedizione interstellare disastrata, un remoto sistema solare colonizzato dai discendenti dei terrestri, una cultura refrattaria a ogni contatto con l’esterno e isolata nei gusci di dodici vecchie astronavi… 
“The Ballad of Beta-2 è un’opera avventurosa nel senso più completo della parola; ma ricca, piena, intensa. Il mondo complesso e multiforme delle dodici astronavi è ricostruito con intelligenza dall’interno, senza risparmiare le frecciate polemiche verso il mondo contemporaneo (il dibattito sui rituali, ad esempio). Qualche brano è, a nostro parere, niente di meno che un capolavoro di perfezione: l’incontro di Leela con il Distruttore, o le poche pagine finali del diario di Hodge, tanto intense quanto assolutamente virili. La soluzione è di un’estrema originalità, con la                                                                    chiave di volta rappresentata dalla solitudine di un essere.” 
                                                                   -Vittorio Curtoni e Gianni Montanari-
                                                                   (dalla Quarta di Copertina)




Tra le varie categorie presenti all'interno del Nebula Award una delle più importanti e prestigiose è indubbiamente il Grand Master Award (che dal 2002 ha assunto il nuovo nome di "Damon Knight Memorial Grand Master Award"), premio che viene assegnato a quegli autori che hanno dedicato la loro vita alla Science Fiction o al Fantasy raggiungendo grandi risultati.
E' di pochi giorni fa la notizia che il Nebula Award 2015, per la categoria "Grand Master Award", è stato assegnato a Larry Niven.
Larry Niven è uno dei grandi autori di SF purtroppo ancora assenti su UCZ; chissà...magari il conseguimento di questo prestigioso premio potrebbe essere celebrato con un bel numero di UCZ dedicato al papà di Ringworld !!
Nel 2014 il Grand Master Award è stato assegnato a Samuel R. Delany; l'autore NewYorkese entra così in una ristretta e prestigiosa cerchia di autori, accanto a miti del calibro di Clifford D. Simak, Robert A. Heinlein, Fritz Leiber, Ray Bradbury, Arthur C. Clarke, Alfred Bester, Poul Anderson, Brian W. Aldiss, Robert Silverberg, Philip J. Farmer ed Isaac Asimov (tra gli altri).

Samuel Ray Delany e la Ballata di Beta-2


Samuel R. Delany è nato ad Harlem, New York, nel 1942. Ha una formazione scientifica ma si è dedicato spesso e volentieri all'arte, alla letteratura, alla musica (suona la chitarra negli The Heavenly Breakfast) ed alla poesia (la moglie, Marilyn Hacker,è una nota ed apprezzata poetessa); è anche stato professore di Letteratura comparata,scrittura creativa e Letteratura Inglese presso diverse università Statunitensi. Ha anche dedicato molto del suo tempo all'attività di critico letterario e nel 1985 ha ricevuto il Pilgrim Award per il complesso del suo lavoro critico.

Il background di Delany è estremamente vario e sfaccettato: un intellettuale con lo spirito del vagabondo, sessualmente aperto e forse anche ambiguo (sia lui che sua moglie sono bisessuali), una vita piena di avvenimenti ed esperienze particolari... tutti elementi che ritroviamo nelle sue storie, mai banali ma, al contrario, ricche di significato. Una volta Juditt Merril dichiarò (a proposito del romanzo "Nova"): "E' così accattivante e facile alla lettura che si tende a dimenticare come ogni sua parola sia profondamente meditata"; nei romanzi di Delany quella che sembra "semplice avventura" nasconde, in realtà, una dimensione più intima, profonda e meditata.
Vincitore di 4 Nebula Awards, 2 Hugo Awards, del Grand Master Award della SFWA, e di svariati altri premi "minori", è inoltre uno dei 79 autori che per merito figurano nella Science Fiction and Fantasy Hall of Fame.
Molte delle opere di Delany mescolano Fantasy e Science Fiction, dal suo primo romanzo, "I Gioielli di Aptor", passando per la trilogia de "La Caduta delle Torri", fino agli ultimi romanzi del ciclo di Neveryon.

Delany ha sempre mostrato particolare interesse per la mitologia, la poesia, il linguaggio e la comunicazione ed i suoi romanzi sono spesso una sintesi degli stilemi propri della SF raccontati con uno stile "non fantascientifico", una lunga ricerca espressiva che porta ad uno stile ed un linguaggio ricercato, particolare, molto evocativo e "cinematografico" (il modo in cui "stacca" tra una scena e l'altra fa pensare al grande Alfred Elton Van Vogt);

"La Ballata di Beta-2", uscito nel 1965, si colloca subito prima del periodo d'oro della Science Fiction Delanyana più pura (periodo che va dal 1966 al 1968 e durante il quale videro la luce "Babel-17", "Nova" e " The Einstein intersection"). Il romanzo ruota intorno a una Ballata, appunto, che è l'unica testimonianza di uno sciame di 12 astronavi partite per un lunghissimo viaggio che sarebbe durato diverse generazioni. I passeggeri delle astronavi, il Popolo delle Stelle, a causa del lungo isolamento e delle radiazioni presenti sulle astronavi vanno incontro ad una degenerazione (o meglio ad un cambiamento) e, in maniera simile a quanto accade in "Universo" di Robert A. Heinlein (uno dei primi romanzi/racconti incentrati sulle "Astronavi Generazionali"), tutto il sistema sociale, etico, morale e religioso va incontro a profondi mutamenti. Il linguaggio, l'idioma e dunque il significato dei vocaboli, sono ( o per lo meno questo è quello che dice Delany) profondamente connessi alla parte più intima della razza che le crea, modifica o definisce. Gia in "Babel-17" Delany parlava di una potentissima arma che altro non è che una lingua aliena (la Babel-17, appunto); un'arma perchè incredibili vocaboli di quella lingua aliena permettono di fare cose per noi impensabili o di risolvere problemi apparentemente insormontabili. Ne "La Ballata di Beta-2" la parola, il linguaggio, non hanno questa forza ma ci troviamo comunque di fronte ad una lingua solo apparentemente comprensibile ma in realtà profondamente diversa da quella originaria. Joneny, il protagonista del romanzo, partirà per andare a visitare i resti delle 12 astronavi e cercare di saperne di più su "La ballata di Beta-2" e su ciò che è successo al Popolo delle Stelle (più giu trovate il testo della Ballata, provate a leggerlo e vedrete che ciò che vi sembra possa significare...è completamente sbagliato).
Le scoperte che farà Joneny saranno sensazionali.....
Un bel romanzo, ben scritto, molto piacevole e scorrevole nella lettura. Personalmente avrei gradito un maggior sviluppo di alcuni personaggi e qualche notizia in più sul Popolo delle Stelle nonchè sulle nuove entità biologiche che Joneny incontrerà sulle astronavi; a questa storia particolare ed al suo linguaggio ricercato ed a tratti sperimentale, Delany riesce a dare anche quel Sense of Wonder caratteristico della SF degli anni '40 e '50.
Harlan Ellison ha dichiarato: "L'importanza di Delany non si limita al campo della fantascienza, è un autore significativo per la narrativa in generale.".
E Judith Merrill: "L'immaginazione e la poesia di Delany hanno una forza che può essere paragonata solo a quella di Sturgeon, Ballard, Vonnegut e Cordwainer Smith.".
Insomma, un grande autore. Da leggere !


La Ballata di Beta-2

Poi qualcuno giunse alla Città,
Sulla sabbia con i lucidi capelli al vento,
Con gli occhi di nero carbone e i piedi piagati,
E sotto le braccia un bimbo dagli occhi verdi.
Tre uomini fermi sulle mura della Città,
Uno era basso e due erano alti,
Uno aveva una chiara tromba d’oro
E la suonò così tutti avrebbero sentito
Qualcuno era giunto alla Città,
Sulla sabbia... etc.
Una donna la vide da un banco del mercato,
Le lacrime come diamanti sulle guance,
Un occhio era cieco, lei non poteva parlare
Ma udì le guardie della Città chiamare


 Lei era giunta alla Città,
  Sulla sabbia... etc.
  Un uomo si fermò sulla porta del tribunale
  Per sentenziare come sempre aveva fatto,
  E quando udì le guardie della Città gridare,
 Disse: “È tornata alla Città per morire”.
 Sì, lei è tornata alla Città,
 Sulla sabbia... etc.
 Un altro uomo si fermò sulla collina Capo di Morte,
 Il viso mascherato, le mani ferme.
 Sulle spalle portava una corda
 E rimase fermo sul pendio Capo di Morte.
 Sulle mura della Città tre gridarono: “Via!
 Torna alla Città un altro giorno”.
 Ma sotto di loro la donna rimase.
 Sono tornata come avevo detto avrei fatto,

Sì, sono tornata alla Città,
Sulla sabbia con i lucidi capelli... etc.
Una volta mi mandaste in un lungo viaggio,
Per trovare colui dagli occhi verdi che vi fece come siete
E ho frugato la Città e le sabbie del deserto,
E non ho trovato nessuno che ne avesse colpa.
Ma sono tornata alla Città,
Sulla sabbia... etc.
Camminò tra i cancelli e i bimbi gridarono,
Camminò nel mercato e le voci morirono,
Camminò oltre il tribunale e il giudice in silenzio,
Camminò fino alla cima di Capo di Morte.
Giù dalla collina corse l’uomo con la corda,
Per incontrarla ai piedi del pendio Capo di Morte,
E lei guardò la Città e si girò con un sorriso.

Una donna da un occhio solo
portava il suo bimbo dagli occhi verdi.
Fuoco e sangue, carne, sterco e ossa,
Giù in ginocchio; acciaio, pietra e legno
Oggi sono polvere, e la Città è scomparsa,
Ma lei torna indietro come aveva detto avrebbe fatto.
Sì, lei torna alla Città,
Sulla sabbia con i lucidi capelli al vento,
Con gli occhi di nero carbone e i piedi piagati,
E sotto le braccia un bimbo dagli occhi verdi.








                     Sfogliando l'UCZ #148

Samuel Ray Delany non è un autore nuovo per UCZ; uno dei suoi romanzi più noti, "Babel-17", è stato pubblicato sull' UCZ #056, uscito nel Settembre del 2007 (e presto ne parleremo).

                                                       * * *
"Approfittando della brevità del romanzo di Samuel R. Delany, abbiamo messo insieme una serie di saggi e articoli dalla forza non comune...." (Tratto dalla "Nota del Curatore", pag.106).  

"La Ballata di Beta-2" è un romanzo breve (Novella) che conta poco meno di 100 pagine.
Per rendere più corposo (ed appetibile) il volume si sarebbe potuto scegliere di pubblicare in appendice qualche racconto (inedito o no) di Delany; la redazione di Urania ha fatto invece una scelta diversa: torna la rubrica "La Gaia Scienza", ricca di argomenti che spaziano dal cinema ai fumetti, dalla letteratura fantascientifica alla scienza.
Oltre 80 pagine nelle quali troviamo, tra le altre cose, un interessante saggio, firmato Francesco Manetti, sulle distopie islamiche ( "La Mezzaluna sul Sole") ed un approfondito saggio sulle "Macrocittà del Futuro", firmato Fabio Feminò, nel quale si analizza la trasformazione delle vecchie città in metropoli e si cerca di capire in quale direzione andranno i mega-agglomerati che sembrano destinati a ricoprire la Terra (dalle situazioni più probabili a quelle più strane, affascinanti o fantascientifiche. Dalle città galleggianti a quelle orbitanti.). Un saggio molto interessante e più che mai attuale per le tematiche trattate: "La trasformazione della Terra è già in atto ..... La Natura, vale a dire la biosfera terrestre, viene costantemente ricostruita dall’opera dell’Homo Sapiens. Da sei a sette chilometri cubici di cemento vengono versati ogni anno..... Vernadsky, scrivendo nel 1945 sull’American Scientist, suggerì che la biosfera, formata da una Natura turbolenta, stesse venendo rimpiazzata da una noosfera. Il termine “noosfera” composto dal greco noos (“mente”) e sfera, indicava una superficie terrestre artificiale, plasmata dall’intelletto umano. G.F. Khil’mi annunciò nel 1962: “Nel futuro prevedibile la superficie della Terra, l’atmosfera, idrosfera e biosfera saranno così sature di congegni tecnologici e strutture umane su larga scala che l’involucro esterno del pianeta diverrà un nuovo elemento della realtà, che si svilupperà in base a leggi proprie e ancora sconosciute”. Un altro preminente geografo russo, Inookentiy Petrovich Gerasimov, nel 1966, coniò l’espressione “geografia costruttiva” indicando che questa disciplina dovesse trasformarsi in arte progettuale. Lanciò un appello a tutti i geografi perché formassero una nuova scienza-arte, basata sulla trasformazione e sul completo controllo della natura globale per il bene del futuro dell’umanità.”
L’uomo è un animale costruttore” afferma lo scrittore di fantascienza Geoffrey A. Landis....
Un avvertimento: se ritenete che l’uomo dovrebbe rinunciare alla tecnologia e vivere “in armonia con la Natura”, smettete pure di leggere. Il materiale qui esposto potrebbe sconvolgere alcuni ecologisti e far perdere loro la salute mentale!". 

Io sono tra quelli che leggendo il saggio in questione ha perso la sanità mentale...ma è comunque un saggio davvero interessante e ben fatto (e con numerosi riferimenti ad opere di SF).
E ancora: ne "La Gaia Scienza" si parla di Fumetti editi da Mondadori, di Cinema (tra le altre cose c'è una rassegna di film catastrofici indipendenti) e per finire, in occasione dell'uscita del bellissimo volume Mondadori dedicato ad H.P. Lovecraft, "Tutti i Racconti", troviamo una bella intervista al curatore del volume (nonchè curatore di UCZ) Giuseppe Lippi.
In appendice al romanzo troviamo inoltre la solita biografia e bibliografia dell'autore: la biografia di Delany ("La Ballata di Samuel R. Delany"), curata da Giuseppe Lippi e Riccardo Valla (la prima parte della biografia, quella a cura di Valla, non è altro che una variazione della introduzione, scritta dallo stesso Valla, a "Nova" nell'edizione Cosmo Argento).
La Bibliografia Italiana di Samuel Ray Delany è a cura di Ernesto Vegetti e Riccardo Valla ed è l'unica rubrica del volume che è presente sulla versione cartacea ma assente in quella digitale.

Qui potete trovare la scheda-libro dell'UCZ #148 con relativo indice.

Vai a "UCZ INTRO: sfogliando Urania Collezione" per la lista completa dei volumi di UCZ ed altre informazioni sulla collana.

Arne Saknussemm