giovedì 30 giugno 2016

REAL MARS di Alessandro Vietti


 

Dopo i grandi traguardi conquistati nel secolo scorso, l'epopea dei viaggi spaziali è terminata lasciando ai tanti appassionati l'amaro in bocca. Chi sognava le basi lunari per il 2000 ha dovuto prima ridimensionare le aspettative e infine arrendersi all'idea che forse raggiungere gli altri pianeti del sistema solare sarà una faccenda riservata a sonde e robot. Insomma le missioni umane nello spazio sono un lontano ricordo, una conquista di un'epoca in cui c'erano altre ragioni ben più pragmatiche per tentare certe rischiose, e soprattutto dispendiose, imprese. Da decenni si sente parlare di un ritorno sulla Luna e di ipotetiche missioni umane su Marte, ma anche il più ingenuo dei sognatori si rende conto che si tratta solo di vaghe speranze, non certo di solidi obiettivi.
E allora come risolvere il problema? Come trovare le risorse economiche per ridare linfa vitale alla conquista umana del Sistema Solare?
Ce lo spiega Alessandro Vietti nel suo riuscitissimo Real Mars, pubblicato da Zona 42. In Real Mars le logiche del profitto si uniscono ai desideri dei tanti sognatori per realizzare un progetto innovativo e coraggioso: realizzare un reality show nel contesto della prima missione umana alla conquista del pianeta rosso.
Si va su Marte. E per fare il viaggio basta abbonarsi alla pay tv e restare comodamente seduti sul divano di casa.
Dirette continue da ogni sezione della navetta, decine di telecamere e microfoni per riprendere in ogni momento gli intrepidi astronauti, trasmissioni televisive e talk show costruiti ad arte su ogni minima questione riguardante l'aspetto emotivo della missione e i problemi che inevitabilmente si creano tra quattro persone confinate in uno spazio così ristretto per un periodo così lungo.
Ovviamente in un simile progetto si creano attriti tra gli interessi scientifico-esplorativi della missione e quelli mediatici. Il business ha cacciato i soldi e ovviamente vuole la sua parte. I problemi quindi non mancheranno e finiranno per stressare all'inverosimile i quattro eroi.
Leggendo Real Mars ci si ritrova a pensare che l'idea di sfruttare le ragioni del business per poter finalmente realizzare il sogno di raggiungere Marte è certamente geniale. Eppure che c'entrano la pubblicità e tutti quegli occhi indiscreti con un'impresa epica di tal valore? Senza quei soldi, senza quel circo non si sarebbe realizzata! Però allo stesso tempo vale la pensa realizzarla a queste condizioni? Non si svilisce l'importanza e in un certo la sacralità dell'impresa? Sono interrogativi che paiono banali ma che al contrario non lo sono per nulla. Un'impresa scientifica, o semplicemente esplorativa, di chi è veramente? Certamente è di chi la compie in prima persona, ma in una sua parte non è allo stesso modo di tutta l'umanità?
Insomma Real Mars è anche una storia sul compromesso, così come sull'antico dilemma: la conoscenza a chi appartiene? I musei e le mostre hanno quale scopo? Quello di essere vetrina per le più alte conquiste umane allo scopo di avvicinare i giovani all'ebrezza del sapere e forgiare nuove menti straordinarie per elevare ancora di più la condizione umana? Oppure quello di spargere la conoscenza anche tra quella vasta umanità incapace per diversi motivi di assurgere al ruolo di guida nella conquista verso il sapere? E dove si pone il confine tra l'attività ludica e quella culturale? Fin dove è lecito spingersi per cercare di allargare il più possibile l'altrimenti troppo ristretto gruppo di esseri umani che si interessano di qualcosa in più del proprio giardino? E quali rischi si corrono quando si scende a compromessi di tal genere?
In fondo così come non si può snaturare la cultura per trasformarla in prodotto di massa senza lasciare per strada qualcosa di importante, allo stesso modo non si deve rischiare all'opposto di relegare le sue conquiste negli oscuri scaffali di inaccessibili biblioteche monastiche allo scopo di proteggerle dalla vista di chi non saprebbe comprenderle.
Alessandro Vietti riesce in questo suo splendido romanzo a sviluppare un'idea senza dubbio originale. I protagonisti sono sufficientemente caratterizzati e la storia scorre senza soluzione di continuità.
Un plauso va a Zona 42 che per il secondo anno consecutivo pubblica un autore italiano capace, rompendo la monotonia di una fantascienza italica che troppo spesso ormai è in grado di raccontare solo storie asfittiche e dai toni cupi. Alessandro Vietti ha scritto una storia originale nell'idea e nello sviluppo, tratteggiando in maniera più che adeguata le caratteristiche più mediatiche del presente umano. Una storia che diverte senza trascurare di porgere lo spunto verso una riflessione più seria sul perché facciamo quello che facciamo e sui compromessi che siamo disposti ad accettare per realizzare i nostri sogni.

Vincenzo Cammalleri


lunedì 27 giugno 2016

IL PROTOCOLLO OMBRA di Kazuaki Takano

Il protocollo ombra è un romanzo dello scrittore giapponese Kazuaki Takano, scritto nel 2011 e pubblicato in Italia nel 2015 da Garzanti.
La narrazione si sviluppa in maniera sincrona in Giappone, in Africa e negli Stati Uniti. Le tre direttrici convergono sulla scoperta in una foresta del Congo di un bambino dotato di un’intelligenza che lo pone al di sopra della razza umana, di cui rappresenta di sicuro il gradino evolutivo successivo. 
Questa scoperta viene immediatamente percepita come una minaccia, ed apre, tra i pochi al corrente della notizia, enormi dilemmi etici. Se è vero infatti che l’Uomo di Neanderthal fu soppiantato dalla specie più evoluta, l’Homo Sapiens, questo non potrebbe riaccadere? 
Mentre gli Stati Uniti d’America decidono di agire utilizzando dei mercenari, in Giappone si cerca la cura per una malattia incurabile. La trama si dipana quindi tra strategia militare e microbiologia, ma, inaspettatamente, l’intreccio è accompagnato da una interessantissima e profonda riflessione socio-psicologica sulla natura dell’aggressività umana. Lo spirito di contrapposizione tribale e la mancanza di empatia verso il gruppo contrapposto sono purtroppo insiti nella storia dell’uomo.
Il dilemma etico legato alla sopravvivenza del bambino mutante, viene analizzato ripercorrendo, dall’Età della Pietra ai nostri giorni, tutti gli eccidi del “diverso da noi” e tutte le guerre determinate da sterile volontà di potenza: una barbarie senza fine che non permette molte speranze sulla natura umana e che lascia la consapevolezza amara che  forse la vera minaccia è proprio l’essere umano. 

Kazuaki Takano è stato da molti paragonato a Michael Crichton per lo stile avvincente e le ambientazioni, ma porta su di sé l’impronta di una cultura meno individualistica e questo offre spunti narrativi inattesi e maggiore profondità di analisi. La scrittura è scorrevole e diretta, offre una lettura piacevole e rilassata. 
Nel 2015 la Paramount Pictures e la 3 Arts Entertainment hanno annunciato di voler realizzare un film da questo romanzo. La produzione sarà di Erwin Stoff, affermatissimo produttore di opere come Matrix, Io sono leggenda, Constantine, Un oscuro scrutare e Edge of Tomorrow (per citarne solo alcune). 
Se il libro è consigliatissimo, veniamo all’unica nota dolente, anzi dolentissima: il titolo dell’edizione italiana. L’edizione originale è intitolata “Jenosaido” che in giapponese significa “Genocidio”. L’edizione inglese si intitola “Genocide of one”, che rende molto bene il dilemma etico posto dal libro. 
Ed ecco il mistero: in Italia è stato scelto il titolo “Il protocollo ombra”, il che apre due ordini di riflessione. La prima è sul senso: il libro non fa mai, proprio mai riferimento ad un protocollo ombra, ma neanche a un protocollo senza ombra, insomma questa parola non appare mai. Ma non appare neanche il suo significato desunto, o per sinonimi, insomma per essere garbati diremo che non c’entra proprio nulla con la trama. Posso solo immaginare che l’ignoto genio che ha scelto il titolo non abbia letto il libro. La seconda riflessione è sul merito: perché non lasciare il titolo originale, così perfettamente calzante con la trama? 

Questa di cambiare i titoli a caso è una perversione tutta italica che non affligge solo la letteratura ma anche il cinema (pensiamo all’orrore di “Se mi lasci ti cancello”) che speriamo presto vada scemando.



Kazuaki Takano è uno scrittore giapponese nato nel 1964. Appassionato di testi scientifici e militari, è molto conosciuto anche per il suo lavoro di sceneggiatore cinematografico sia in Giappone che in USA. “Genocide of one” è il suo secondo romanzo.

Roberta Corbò

 

domenica 26 giugno 2016

IL CICLO DELLA TERRA PIATTA di Tanith Lee




Una notte Azhrarn, Principe dei Demoni, uno dei Signori della tenebra, per divertirsi assunse la forma di una grande aquila nera. Volò a oriente e a occidente, battendo le ali immense, e a nord e a sud, ai quattro angoli del mondo, perché a quei tempi la terra era piatta e galleggiava sull'oceano del Caos. Vide le processioni degli uomini che passavano laggiù, rischiarate da lampade piccole come scintille, e i marosi che s'infrangevano in fiori candidi sulle rive rocciose. Sorvolò, con un'occhiata sprezzante e ironica, le alte torri di pietra e le porte delle città, e si posò per un momento sulla vela di una galea imperiale, dove un re e una regina sedevano banchettando con favi di miele e quaglie, mentre i rematori si sforzavano sui remi; ed una volta ripiegò le sue ali d'inchiostro sul tetto di un tempio e rise forte dell'idea che gli uomini si facevano degli dei.

Incipit di "Il Padrone della Notte" (trad. di Roberta Rambelli)

Ugo Malaguti tra i suoi meriti ha quello di aver fatto conoscere in Italia, nella seconda metà degli anni Settanta, una scrittrice del calibro di Tanith Lee (19 settembre 1947-24 maggio 2015).
Fra le tante opere dell'autrice londinese, che in quattro decenni di carriera ha spaziato liberamente da un genere all'altro, un posto di rilievo spetta alla serie fantasy della Terra Piatta - Tales of Flat Earth - composta da "Il Padrone della Notte" (Night's Master, 1978), "Il Padrone della Morte" (Death's Master, 1978, che fece vincere alla Lee, prima donna, il British Fantasy Award nel 1980), "Il Signore delle Delusioni" (Delusion's Master, 1981) nonché da Delirium's Mistress (1986) e Night's Sorceries (1987), inediti in Italia. A questi va aggiunta una manciata di racconti, ultimo dei quali è Our Lady of Scarlet, uscito nell'agosto 2009 nella pubblicazione periodica Realms of Fantasy.
Tanith Lee non ha mai pensato di creare un'opera unitaria, ma solo un insieme di storie distinte, ambientate nello stesso universo. Quando i primi romanzi furono pubblicati, il sottotitolo scelto per il primo e il terzo fu An Adult Fantasy e per il secondo An Epic Novel of Adult Fantasy. Tales from the Flat Earth comparve come sottotitolo solo con il quarto capitolo, per poi essere utilizzato anche nell'edizione rilegata del 1987, che comprendeva i primi tre libri.
Sebbene sia preferibile leggerle nell'ordine in cui sono state scritte, le storie sono in gran parte autonome tra loro. Solo Delirium's Mistress è la continuazione diretta del volume precedente, "Il Signore delle Delusioni", mentre Night's Sorceries è un'antologia formata da racconti indipendenti.
L'insieme di questi libri introduce il lettore, alla maniera delle Mille e una notte, in un mondo fiabesco e sorprendente. Il mosaico di avventure e di aneddoti viene presentato come fosse narrato da un cantastorie il cui unico intento è quello di stupire l'ascoltatore. Talora il narratore, che a differenza di Shahrazād rimane sempre nascosto, si rivela inaffidabile e instilla dubbi nel suo pubblico.
In un'epoca al di fuori del tempo, la Terra è un mondo piatto che fluttua nel cosmo, sfuggendo alle leggi fisiche che conosciamo. Sole e Luna, o meglio i loro equivalenti in questa creazione, sorgono a oriente e dopo aver solcato il cielo, indifferenti alle vicende umane, si tuffano negli spazi gelidi a occidente. Quali misteriose regioni attraversino nel tragitto inferiore non è dato saperlo. Le divinità, oziose e riflessive, dimorano nel regno celeste e rarefatto della Terra Superna (Upperearth). I demoni, passionali e imprevedibili, vivono nel mondo sotterraneo degli Inferi (Underearth). Ancora più in profondità si trova l'inaccessibile regno dei defunti (Innerearth). I mortali sono relegati a vivere nel mezzo, in balia di forze che non possono contrastare. Esiste anche un mondo sottomarino, con le proprie razze e i propri imperi, ma raramente compare nella narrazione. 
Al centro degli Inferi c'è Druhim Vanashta, città immensa e meravigliosa, la Gerusalemme dell'occulto. Torri di opale, acciaio, bronzo e giada s'innalzano sotto un cielo immutabile, rischiarate da una radiazione incolore e "fresca come la luce delle stelle". La metropoli è abitata da tre specie di demoni: i Vazdru, gli Eshva e i Drin. I Vazdru sono creature dall'aspetto bello e sensuale, capaci di trasformarsi in animali, preferibilmente aquile. Gli Eshva sono i servi dei Vazdru, lunatici, emotivi, malinconici. Il terzo gruppo è quello composto dai Drin, esseri simili a gnomi, esclusivamente maschi, piccoli e deformi. Abili artigiani, i Drin trascorrono la maggior parte del tempo a creare meraviglie d'oreficeria per compiacere i padroni, e a soddisfare gli appetiti sessuali su insetti indifesi. Tutte e tre queste razze visitano regolarmente la terra dei mortali, dove provocano una grande quantità di disastri.
Il principe dei demoni Azhrarn, introdotto nel primo libro, è uno dei cinque Signori della Tenebra, colui che domina la Notte e governa Druhim Vanashta. Molte vite umane sono sconvolte, se non distrutte, dalla sadica crudeltà di Azhrarn, che considera la Terra il suo personale campo da gioco. Ancora più influente sulle vicende umane è però l'incarnazione della Morte, il misterioso e sorprendente Ulhume, che "forse erano stati gli dei a crearlo, tanto tempo prima, nei giorni delle cose informi e del caos. O forse era pervenuto ad esistere solo perché c'era bisogno di lui e del suo nome". "Il Signore delle Delusioni" presenta Chuz (Chuz the Mad), malvagia personificazione della follia e acerrimo nemico di Azhrarn, mentre nel capitolo successivo fa la sua comparsa Kheshmet, Signore del Fato. Nel corso della serie, l'autrice mantiene segreta l'identità del quinto Signore della Tenebra, rivelandola a sorpresa solo nell'ultima frase del racconto The Daughter of the Magician, che conclude il volume finale.
Questi inquietanti Signori, con le loro innumerevoli contraddizioni, sono i veri protagonisti della saga che tra forti emozioni, paure, acceso erotismo e sfrenata fantasia, dimostra la bravura della scrittrice inglese.
Com'è abituale nella Lee, molte e diverse fra loro sono le fonti da cui è stato attinto per creare l'arabesco della Terra Piatta. Non solo i sopracitati racconti delle Mille e una notte, ma anche Shakespeare, i classici dell'erotismo, senza trascurare i grandi nomi del fantastico come Ray Bradbury, Fritz Leiber e soprattutto Jack Vance, con la sua epopea della Terra morente. Lo stile utilizzato, straordinariamente uniforme in tutto il corpus di storie, è quello che gli appassionati hanno imparato a conoscere e ad amare fin dai tempi di "Nata dal vulcano" (The Birthgrave, 1975): vibrante, ricco, poetico, elegante, a tratti barocco. Di un fascino che ha pochi uguali nel mondo della letteratura fantastica.
Le tematiche principali, toccate nella serie, sono l'amore, il sesso, il viaggio, il destino. Il tutto è immerso in un'atmosfera magica e imponderabile, intrisa di soprannaturale, a volte gioiosa, più di sovente cupa. Spesso i personaggi mortali, di norma ragazzi e giovinette, diventano pedine da manipolare ed eliminare secondo lo sfizio dei demoni, oppure oggetti del loro desiderio, in primis di Azhrarn. Costui, nonostante i comportamenti vanitosi e crudeli che non disprezzano l'inganno e lo stupro a danno di uomini e donne, si dimostra sensibile alla Natura e alla bellezza e non esita a salvare il genere umano quando questi è in pericolo, intervenendo al posto di divinità, remote e indifferenti. Senza gli esseri mortali l'esistenza dei Signori della Tenebra, creazioni dell'inconscio collettivo dell'umanità, perderebbe infatti ogni attrattiva. Non è quindi un capriccio della Lee se i vari Signori mostrano rispetto, in più di un'occasione, verso quegli esseri umani, specialmente donne, che con le loro vite e le loro vicissitudini hanno arricchito l'esistenza degli immortali.
A fare da contraltare ad Azhrarn c'è Uhlume, il quale, dietro il volto imperscrutabile e terribile della Morte, nasconde un animo tormentato e sensibile, prigioniero di una sorte immutabile e tragica. Nelle vicende descritte in "Il Padrone della Morte", Tanith Lee affronta il conflitto tra Eros e Thanatos, tra la pulsione alla vita e la pulsione alla morte, astenendosi però da valutazioni morali. La visione manichea della realtà, la netta divisione tra Bene e Male non appartiene alla filosofia della grande scrittrice.
La sequenza temporale di tutte le storie copre un arco incalcolabile di millenni, e non di rado il normale senso del tempo si perde, travolto dallo scorrere tumultuoso degli anni. Questo avviene perché la percezione temporale dei demoni, condivisa dalla voce narrante, non è quella degli esseri umani.
Nelle intenzioni dell'autrice c'era anche quella di arricchire il ciclo della Terra Piatta di un nuovo romanzo; l'opera, che purtroppo non vedrà mai la luce, avrebbe dovuto intitolarsi Earth's Master.
Concludiamo con le parole di Malaguti, dall'introduzione al volume "Il Signore della Notte" (Libra, 1979) che raccoglie i primi due libri del ciclo:
"… secondo noi Il Signore della Notte è un'opera d'arte, un libro strano, bizzarro, inatteso, diverso da tutti quelli che abbiamo letto finora o che potremo leggere in futuro.
Al lettore, come sempre, il giudizio finale: e per le migliaia e migliaia di appassionati di Tanith Lee, di questa scrittrice che sembra giocare con il proprio talento per colpire e rinnovare continuamente l'immagine che pensiamo di esserci fatti di lei, un'occasione nuova e diversa per apprezzare un'autrice che dimostra, ancora una volta, un talento straordinario, che quasi irrita per la facilità con cui affronta e risolve situazioni che altri scrittori neppure saprebbero affrontare".


Per un elenco esaustivo delle edizioni italiane dell'opera di Tanith Lee (serie della Terra Piatta compresa) si può consultare il catalogo Vegetti alla pagina:
http://www.fantascienza.com/catalogo/autori/NILF13128/tanith-lee/

Stefano Sacchini

giovedì 23 giugno 2016

L'ALBERO CRESCIUTO NEL CIELO di Robert Silverberg







L'ultima uscita di BDUSL è un altro recupero dalla sterminata bibliografia di Robert Silverberg, sicuramente uno degli autori di fantascienza più prolifici in assoluto; e se c'è qualcuno che va ringraziato per questo ennesimo recupero, è sicuramente Sandro Pergameno, che conosce l'opera dello scrittore americano come nessun altro da queste parti.
Opera vastissima, dicevamo, ricca soprattutto di quelle che gli americani chiamano novelette o novella, cioè il romanzo breve o racconto lungo che dir si voglia. Questo formato nasce nel mondo delle riviste pulp, ovviamente: riviste ben diverse, come non tutti sanno, dalla nostra storica Urania. Quella di Mondadori è in realtà una collana di economici da edicola; mentre invece i periodici americani e inglesi sono vere e proprie riviste che pubblicano prevalentemente racconti e articoli. Talvolta, se lo scrittore vuole sviluppare un'idea in modo più articolato, se, come dicono loro, ci vuole più tela per dipingere, il racconto diventa più lungo, c'è più spazio magari per delineare i personaggi, ci sono più dettagli. Ecco che dal racconto si passa al racconto lungo, spesso diviso in due parti e pubblicato a puntate (cosa che ovviamente fa piacere ai redattori delle riviste, perché il lettore, se è stato preso dalla storia, comprerà anche il numero successivo).
Tutti gli scrittori americani e inglesi si sono cimentati con questa forma intermedia tra romanzo e racconto; ce ne sono di meravigliose di Ballard e di Dick, tanto per fare i soliti nomi (sostiene Pergameno che questa è la forma ideale per la fantascienza, e forse non ha tutti i torti). Spesso, dato che la novelette o novella è già più strutturata di un racconto, ha un telaio, per così dire, più robusto, facilmente da questi testi gli scrittori ricavano dei romanzi (è accaduto per esempio a “What the Dead Men Say” di Dick, che ha fornito idee e materiali per Ubik).
Nel caso del racconto di Silverberg, che in America uscì nel 1996 col titolo “The Tree that Grew from the Sky”, le dimensioni maggiori rispetto a un racconto consentono allo scrittore di farci entrare ben dentro la testa di Kell l'artefice, il protagonista e io narrante; ed entrare nella sua testa ci consente di vederci da fuori, noi umani, perché da parecchi anni nella sua città c'è un Alieno, imprigionato in un edificio impenetrabile, un autentico labirinto che Kell ha costruito agli ordini del suo re.
L'alieno è un uomo; ma noi, vedendolo con gli occhi di Kell, lo troviamo piuttosto strano e deforme. E questa è già una cosa sicuramente interessante in questo romanzo breve. Ma la narrazione in prima persona consente di conoscere i pensieri di Kell, e di scoprire quanto egli provi pietà per l'Alieno, atterrato con la sua astronave anni e anni prima, ormai vecchio, impossibilitato a tornare a casa perché imprigionato (per motivi religiosi) nonché per l'avaria che ha bloccato la sua astronave su quel mondo lontano. L'Alieno chiede a Kell di aiutarlo a fuggire, ma l'artefice rifiuta – deve rifiutare, perché far evadere l'Alieno significherebbe la morte. I suoi concittadini l'Alieno se lo vogliono tenere ben stretto, anche se in ultima analisi ne hanno una certa paura; in effetti, il labirinto in cui l'Alieno risiede è una prigione, ma anche una protezione, un modo per tenere a distanza una presenza inquietante, misteriosa, incomprensibile.
Va detto che la civiltà, sul pianeta di Kell, è decisamente più arretrata di quella terrestre; mentre gli umani sono riusciti a varcare il baratro tra le stelle, la specie di Kell ha raggiunto un livello tecnologico grosso modo paragonabile a quello della Terra tra XV e XVI secolo. Lo stesso artefice, pur essendo indubbiamente un individuo geniale e poliedrico, astronomo e matematico, architetto e ingegnere, pittore e scrittore, non è in grado di comprendere appieno la scienza e la tecnologia che stanno dietro l'astronave dell'Alieno, lasciata parcheggiata in una piazza della città, come fosse una torre o un monumento.
E qui mi sembra che questo romanzo breve nasconda un sottotesto ben visibile a noi italiani: Kell è una specie di Leonardo da Vinci che vive su un pianeta lontano. Come avrebbe reagito Leonardo se nella Milano degli Sforza fosse atterrata, un bel giorno del 1490,  una nave spaziale aliena? Sicuramente sarebbe stato altrettanto curioso e interessato del suo alter ego Kell nel romanzo breve di Silverberg. Ma avrebbe avuto qualche problema, come il personaggio di L'albero cresciuto nel cielo, essendo circondato da una gente zotica e vil, cui argomento di riso son dottrina e saper (come diceva il conte Leopardi...).
Le cose precipitano quando appare nel cielo una cometa dalla forma insolita, un grande albero luminoso che la gente del posto, e soprattutto il borioso e non molto intelligente re Hai-Theklon, considerano una minaccia spaventosa e segno di disgrazie incombenti. Nonostante Kell abbia intuito qualcosa del funzionamento della forza di gravità (andando ben oltre ciò che Leonardo aveva intuito ai suoi tempi) e sia giunto alla conclusione che la cometa non farà nessun danno, la paura serpeggia in città, e Hai-Theklon giunge a pensare di sacrificare l'Alieno per placare gli dei.
Poi però gli viene in mente un'idea ancora più folle, ma qui mi fermo per evitare di guastarvi il piacere della lettura. Aggiungo solo che dietro tutta la storia di questo romanzo breve, ben costruito e pervaso da un senso di disperazione per la follia umana e anche non-umana, c'è un'altra storia assai più antica di messer Leonardo; pensate un po' a cosa serviva il primissimo labirinto, chi vi era rinchiuso, e soprattutto chi, stando ai greci antichi, l'aveva progettato e realizzato.
Ma basta, bando agli spoiler. Vi auguro buona lettura con questo Silverberg ormai d'annata, ma che si fa comunque leggere con gusto. 
Umberto Rossi

venerdì 17 giugno 2016

ROBOT 77


Robot 77 è appena arrivato con la posta e subito guardando la copertina mi viene da pensare “sembra una di quelle di Franco Brambilla”, vado subito a controllare e in effetti “è di Franco Brambilla”.
Numero italianissimo nella sezione narrativa: quattro dei sei racconti portano una firma italiana. E va detto che si tratta di ottimi racconti, diversissimi tra loro e tutti di ottimo livello.
A pagina 40 Emanuela Valentini (finalista al Premio Urania) presenta in Diesel Arcadia una storia steam punk in cui una ragazzina capace di fare miracoli con i motori si troverò a fare i conti con una realtà più grande di lei.
Segue Alain Voudì con Family (Sun)Day, una storia che parla di viaggi nel tempo e di una famiglia poco tradizionale.
Valentino Peyrano in Insula Dulcamara racconta di come in un modo iperconnesso l'esclusione dalla rete diventi una maledizione.
Piazza Colonna, dodici e trentacinque di Alda Teodorani è invece una storia di anarchia, fiducia e manipolazione.
A completare la batteria di racconti abbiamo La verità sui gufi di Amal Al-Mohtar, premio Locus 2015, e La mano è più veloce di Elizabeth Bear, una storia che per concetto ha parecchio in comune con il racconto di Valentino Peyrano, ma che si concentra più sulla percezione della realtà e l'importanza che diamo alle illusioni collettive.

A parte la narrativa meritano una menzione l'intervista a Vittorio Curtoni e il pezzo a doppia firma (Nati e Pergameno) sulla storia di Fantascienza, apprezzata rivista degli anni '70 dalla vita editoriale troppo breve. Infine Gianfranco de Turris ci descrive un Luigi Capuana precursore della fantascienza italiana mentre Emanuele Manco scrive sui sequel e le reazioni del pubblico.
Buona lettura.

mercoledì 15 giugno 2016

LA SCATOLA A FORMA DI CUORE di Joe Hill

"Il protagonista, mito invecchiato del rock death-metal, è un collezionista del macabro: un ricettario per cannibali, un cappio da boia di seconda mano, un film snuff. Ma niente può competere con quell'oggetto in vendita su Internet: "Vendesi il fantasma del mio patrigno al miglior offerente..." dice l'annuncio. E l'uomo ha già la carta di credito in mano. Per mille dollari diventa l'unico proprietario di un abito che appartiene a un uomo morto. Il protagonista non ha paura. È da una vita che gestisce una serie di fantasmi: quello di un padre molestatore, delle amanti abbandonate senza cuore, degli amici traditi. Ma quello che gli porta il corriere in una scatola a forma di cuore non è un fantasma come tutti gli altri. L'ex proprietario dell'abito è "morto e vegeto" ed è ovunque: dietro la porta della camera da letto, seduto nella Mustang, in piedi davanti alla finestra, dentro lo schermo gigante del suo televisore, nel corridoio con un rasoio affilato appeso a una catena nella sua mano scheletrica. E sempre in attesa."

Che essere figlio d'arte agevoli la carriera, ciò è fuor di dubbio. Sto parlando di Joe Hill, erede nientepopodimenoché di Stephen King. Voi direte, vabbè sarà un raccomandato che andrà avanti per nepotismo così spinto che neanche nel medioevo. E invece No.
Quando ho avuto per le mani "La Scatola a Forma di Cuore", mi sono detto: ma che è? Poi però ho voluto dargli una possibilità e devo confessare di essere stato piacevolmente sorpreso.
Il libro è un horror a tema spiritico che si fa leggere molto piacevolmente. E' ovvio, gli insegnamenti di papà Stephen sono evidenti, ma se non fosse stato per loro, molto probabilmente quest'opera non sarebbe stata un horror come pochi in circolazione.
A Joe Hill le idee non mancano, né tantomeno le influenze e le atmosfere. La scelta di ambientare il tutto in un circuito Rock & Metal l'ho trovata oltre che interessante, molto ben riuscita, senza scadere mai nella forzatura e nell'ostentazione.
I personaggi sono interessanti, controversi e con ferite vivide che emergono pian piano a galla fino a ritrovare il loro equilibrio, seppur non convenzionale.
E' certo, per quanto Joe Hill (all'anagrafe Joseph Hillstrom King) abbia scelto l'uso di uno pseudonimo alla Nicolas Cage (al secolo Nicolas Coppola, nipote del regista), è indubbio che per forza di cose sia stato agevolato nell'essere introdotto nel circuito editoriale, cosa non da poco, ma ciò non toglie che il suo romanzo sia dotato di qualità intrinseche e originalità intraprendente che, se fosse stato un perfetto sconosciuto, non avremmo mai avuto il piacere di leggere.
E poi, se è il figlio del Re non possiamo fargliene una colpa.

Buona lettura da Marc Welder


Joe Hill, La scatola a forma di cuore, traduzione di M. Curtoni e M. Parolini, Sperling & Kupfer, 2007, 367 pp., ISBN 9788820043544

giovedì 9 giugno 2016

DOMANI FORSE MAI di Francesco Troccoli





 

















"Ricordò vividi occhi di fuoco, e bestie giganti che popolavano i suoi sogni. Bestie femmine. E libri, milioni, miliardi di libri… Provò un brivido, si inginocchiò sulla tomba e si lasciò andare alla memoria di sé. Tutto era vago, e confuso, ma ad un certo punto la nebbia iniziò a diradarsi, lasciando lacrime di brina sul suo volto"
(da Il caso estremo Ana Caldeira)

Nonostante la recente pubblicazione da parte della Delos di Mondi senza tempo, ottimo romanzo che conclude la trilogia dell'Universo insonne, anche la misura breve, talvolta brevissima, si addice a Francesco Troccoli, giovane scrittore tra i migliori nell'attuale panorama italiano della fantascienza e del fantastico in generale.
L'antologia DOMANI FORSE MAI, pubblicata nel 2012 da RiLL – Riflessi di luce lunare, raccoglie nove racconti scritti tra il 2006 e il 2011, i quali illustrano il percorso di crescita dell'autore, come uomo e come narratore. Nove storie che spaziano dal realismo magico (Tempus Fugit) alla fantascienza pura (La vera fine dell'Umanità), passando attraverso atmosfere oscure e inquietanti, ad un passo appena dall'horror (Un caso dimenticato della Romagna toscana).
In ogni caso i congegni narrativi incantano per la finezza dello stile e, al tempo stesso, esprimono un'angoscia sottile per qualcosa d'indefinito, le cui radici affondano in un caos nero e primordiale. Lo stesso da cui attinsero grandi scrittori del passato come H.P. Lovecraft o Jorge Luis Borges.
I racconti esprimono con diverse sfaccettature l'eterno conflitto tra l'armonia e il male che travalica i confini dello spazio e del tempo. Proprio il tema temporale, come si può evincere già dal titolo dell'opera, ricorre con maggior frequenza in queste pagine: tuffi nel passato, universi ucronici, paradossi temporali più o meno inestricabili.
I mondi che emergono dalla lettura sono cupi, dominati dalla crudeltà, dalla violenza, dalla inevitabilità del fato, a tratti rischiarati da improvvisi e vertiginosi spiragli di amore (come in Strudel alla viennese) e speranza (Il caso estremo Ana Caldeira). Né manca una piccola parentesi acutamente umoristica (Nude mani)
A conclusione dell'antologia si può leggere un'intervista a cura di Alberto Panicucci che ci illumina sullo straordinario mondo, ricco di colori e influenze, di questo autore.

Francesco TROCCOLI, DOMANI FORSE MAI, RiLL – Riflessi di luce lunare, collana Memorie del Futuro, 109 pp., 2012, prezzo 9,00 € (ebook 3,99 €)

Stefano Sacchini


sabato 4 giugno 2016

LA CALDERA DELLA BUONA SORTE di Robert Reed





Nel bene o nel male, il nostro universo non è altro che una bella immagine, gremita fino allo stremo.
Il Creato è un'illustrazione appesa nel salotto di qualcuno. 
(trad. di Alberto Meletto)


Presentazione della Delos: 
Il romanzo breve che qui presentiamo ci riporta ancora una volta all'ambiente ciclopico e affascinante della Grande Nave e ai suoi popoli bizzarri e curiosi, che spesso ci hanno fatto tornare alla mente le magnifiche creazioni planetarie del grande Jack Vance. Crockett è uno dei giovani fortunati che vivono nel villaggio senza nome che sorge alle pendici della caldera della "buona sorte". Rincantucciata in una valle dalle pareti scoscese, la minuscola comunità è circondata da tre lati da roccia solida e antica, ma è famosa in tutta la Nave per la "caldera" vulcanica, popolata da miliardi di creature intelligenti di grandezza infinitesimale denominate "Fortunati" . Ogni anno milioni di turisti si recano al villaggio per assistere alle incredibili creazioni dei "Fortunati", che hanno modificato l'ambiente secondo le loro esigenze, e alle straordinarie eruzioni del vulcano, ma le due affascinanti fanciulle di cui si è incautamente invaghito Crockett nascondono più di un segreto e la sua ricerca di un facile divertimento con le belle turiste si tramuterà presto in una terribile lotta per la sopravvivenza. 

Un numero elevato di pagine in un romanzo non sempre è sinonimo di qualità. Racconti e novelle trasmettono spesso emozioni in quantità pari se non superiore a opere più corpose.
E' il caso de LA CALDERA DELLA BUONA SORTE (The Caldera of Good Fortune, 2007) dello statunitense Robert Reed (classe 1956), già vincitore di uno Hugo Award for Best Novella con lo splendido "Un miliardo di donne come Eva" (A Billion Eves, 2006).
Reed, scrittore che predilige la forma breve, con questo racconto ritorna nell'universo della Grande Nave (Great Ship Universe), di cui la Delos Digital ha già pubblicato altri titoli come "La notte del tempo" (Night of Time, 2003) e "Falsa identità" (Camouflage, 2005). Utilizzando l'idea sempre affascinante dell'immensa astronave generazionale, l'autore nativo del Nebraska popola questo mondo itinerante con migliaia di razze aliene che affiancano umani e IA, dipingendo un quadro quanto mai stimolante per il lettore. Qua e là si possono cogliere echi di R.A. Heinlein, di Jack Williamson o di Jack Vance, di tutti i grandi maestri del miglior sense of wonder.
Campione della sinteticità, Reed con poche frasi riesce a calare il lettore, anche quello digiuno della serie, in una vicenda apparentemente semplice ma che apre una finestra su una realtà ricca e complessa, terreno fertile per innumerevoli storie. 
Con LA CALDERA DELLA BUONA SORTE continua anche l'avventura della collana digitale "Biblioteca di un Sole Lontano", nata dalla collaborazione di Silvio Sosio e Sandro Pergameno, e arricchita dal contributo grafico dell'artista Tiziano Cremonini. 

Robert REED, LA CALDERA DELLA BUONA SORTE (The Caldera of Good Fortune, 2007), trad. di Alberto Meletto, Delos Digital, collana Biblioteca di un Sole Lontano, 2016, pubblicazione digitale (prezzo 1,99 €).

Stefano Sacchini

 

giovedì 2 giugno 2016

IL CERCATORE DI TESORI di Kristine Kathryn Rusch

Un lungo e spericolato viaggio ai confini del Cosmo conduce Hadad Yu, cercatore di tesori di professione, a tu per tu con la famigerata pianta di fidelia, rarissimo esemplare dalla luminescenza blu violacea. Si tratta di una particolare pianta anche per il fatto che potrebbe essere riconosciuta come organismo senziente. In tutto l'Universo è severamente vietato estirpare la fidelia, considerata vero e proprio materiale di contrabbando. 

Ai pericoli affrontati dal cercatore nella ricerca - di cui Kristine Kathryn Rusch non fa menzione anche se li lascia intuire - si aggiungono quelli da superare nella via di ritorno. I rischi sono comunque ben pagati: Magda Athenia, la committente, ha sia soldi che potere. La donna si è anche macchiata di un crimine interplanetario uccidendo generazioni di gyonnesi, alieni dal volto ricoperto di vibrisse che fremono di rabbia e vendetta.  

Hadad Yu, dal canto suo, non si preoccupa di chi sia la sua cliente, basta che paghi. Per questo motivo il cercatore è da considerarsi un altro dei discutibili personaggi al centro del ciclo dell'artista dei recuperi. L'uomo è stato arrestato cinquantasei volte: quarantasei volte è stato arrestato dall'Alleanza Terrestre e tre di questi arresti erano dovuti ad accuse così gravi che ha rischiato di finire la sua vita in galera. Tuttavia è sempre riuscito a sfangarla. Infatti per le accuse minori ha negoziato il suo rilascio, mentre per gli arresti avvenuti fuori dal territorio dell'Alleanza lo hanno aiutato i clienti grazie ai loro avvocati spregiudicati.

Di persone come Hadad Yu, o Miles Flint di L'artista dei recuperi, c'è un grande bisogno nel mondo disegnato da Kristine Kathryn Rusch. Il ciclo si svolge in un futuro imprecisato, nell'universo dell'Alleanza Terrestre, dove complessi e delicati trattati interplanetari regolano la convivenza tra esseri umani e altre specie aliene. Spesso le leggi aliene vengono violate dagli esseri umani per via di interessi troppo distanti dalle logiche extraterrestri, per cui un uomo o una donna tentano di violarle per adempiere a scopi individualistici. In tal caso, però, la punizione prevista è quasi sempre terribile, e può andare dalla perdita della vita a quella del primo figlio nato. In una simile giungla interplanetaria, fatta di pericoli tangibili e intangibili - come quelli legali - c'è bisogno di persone competenti, ma anche capaci di sporcarsi le mani. Miles Flint e Hadad Yu sono i nuovi mercenari. 

Chi ha il coraggio di giudicare il ciclo dell'artista dei recuperi per l'immoralità dei suoi personaggi? Forse, soprattutto in Il cercatore di tesori, emergono amare verità nascoste anche nell'evoluta società contemporanea.

Kristine Kathryn Rusch, IL CERCATORE DI TESORI, Delos Digital, collana BIBLIOTECA DI UN SOLE LONTANO, pp. 106, 2016, prezzo ebook 2,99 €


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