mercoledì 31 agosto 2016

IL BATTELLO DEL DELIRIO di George R.R. Martin


Una nuova epoca era iniziata per il mio popolo, e anche per il vostro, e l'anno zero portava il mio nome. Basta con le notti di terrore tanto per voi quanto per noi; basta con predatori e prede; basta coi nascondigli bui e la solitudine! Non più sangue e morte dappertutto, Abner! Avevo sconfitto la Sete Rossa!
(trad. di Simone De Crescenzo)

Dalla quarta di copertina dell'edizione Gargoyle:
Fiume Mississippi, 1857: una serie di incidenti e la morsa del rigidissimo inverno hanno distrutto la flotta commerciale del burbero Capitano Abner Marsh. Senza assicurazione il vecchio armatore si ritrova solo, in bancarotta, disperato, ma Joshua York, un facoltoso forestiero è disposto a rilevare la metà delle quote della compagnia e a fornire il capitale per costruire il battello più lussuoso mai esistito. Due sole le condizioni poste dallo straniero: mai disturbare lui e i suoi amici durante il giorno e rispettare le eventuali deviazioni di rotta richieste. Il Fevre Dream, nuovo gioiello del fiume, inizia così il suo viaggio, ma il Capitano diventa ogni giorno più sospettoso e decide di andare in fondo al mistero che avvolge il suo socio e…

Tutti conoscono il George R.R. Martin autore fantasy: i libri delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco vendono milioni di copie e sono tradotti in tutto il mondo, oltre ad aver dato vita ad una serie televisiva di grande successo. Invece, come sanno i lettori dei suoi primi romanzi, Martin è uno scrittore versatile, capace di cimentarsi con la fantascienza e l'horror con altrettanta maestria.
Del 1982 è l'avvincente IL BATTELLO DEL DELIRIO (Fevre Dream), ristampato nel 2012 in formato paperback dalla Gargoyle, che ne aveva già curata l'edizione hardback nel febbraio del 2010; al 1994 risale invece la prima edizione italiana a cura della Fanucci, con la traduzione di Ornella Ranieri Davide. Lo scenario, ricostruito con un'accuratezza degna delle opere di Mark Twain, è il mondo dei battelli a vapore che solcavano il Mississippi nella seconda metà del XIX secolo. Su questo sfondo si svolgono le vicende di un gruppo di vampiri e degli esseri umani a essi legati, in particolare del burbero e sfortunato capitano Abner Marsh.
Disperato per la distruzione di gran parte della propria flotta fluviale a causa dei ghiacci invernali, il capitano Marsh trova un'ancora di salvezza nel provvidenziale aiuto del ricco e misterioso Joshua York. Costui si offre di rimettere in sesto le finanze del capitano con la costruzione del più veloce battello che abbia mai navigato sul grande fiume, il Fevre Dream. Per il capitano Marsh, che pensa così di realizzare il sogno coltivato da una vita, è solo l'inizio di un incubo che durerà tredici anni.
Come in tutte le narrazioni horror che si rispettino, Martin fa largo uso della tecnica letteraria della suspence, con il lento insinuarsi di verità agghiaccianti che fanno presa nell'animo del lettore e non lo lasciano fino all'ultima pagina.
A scanso d'equivoci, bisogna subito dire che l'approccio al vampirismo di Martin è paragonabile a quello di Richard Matheson in "Io sono leggenda" (I Am Legend, 1954) o di Tanith Lee in "La vampira di Marte" (Sabella, 1980) ovvero razionale e scientifico. Questi vampiri fantascientifici non sono creature demoniache, per intenderci i non-morti delle tradizioni slave e balcaniche. L'autore li presenta come una specie del genere Homo che, per sopravvivere all'invasione e alla prolificità dei nostri antenati, si è dovuta adattare sino a diventare una razza di parassiti, il cui lunghissimo ciclo vitale è dominato dalla Sete Rossa, una brama insaziabile di sangue umano. Forti fisicamente e quasi invulnerabili, i vampiri di Martin hanno mutuato dagli esseri umani quasi ogni aspetto della propria civiltà.
Leggendo il libro, si scopre che alcune delle caratteristiche considerate tipiche dei vampiri, come l'avversione per l'aglio e le croci, l'impossibilità per gli specchi di riflettere la loro immagine e la capacità di trasformarsi in animali come pipistrelli o lupi, altro non sono che falsità attribuite dall'ignoranza umana sulla loro vera natura. Solo il basso tasso di natalità e l'incapacità di resistere alla luce solare per più di pochi minuti - pena ustioni gravissime - impediscono al Popolo della Notte di diventare la specie dominante del pianeta.
Giuseppe Lippi nell'introduzione, che affronta il tema del vampirismo nella letteratura e nel cinema americani, mette in risalto come il romanzo di Martin si riveli fin dalle prime battute "privo di fronzoli, con molte cose da raccontare e dotato di uno stile funzionale".
Una coinvolgente storia di avventura e orrore che ha il pregio non solo di tenere il lettore inchiodato alla pagina ma di farlo preoccupare per la sorte del protagonista.
Non manca però una dimensione epica, nella quale i principali campioni del Bene e, a sorpresa, del Male sono entrambi umani. Da una parte il capitano Marsh, collerico, grasso e dal vorace appetito ma allo stesso tempo coraggioso, leale, onesto e coerente con i propri principi. Dall'altra Billy Tipton, detto Billy il Verme, quintessenza di ciò che un uomo può diventare spinto dall'avidità e dall'egoismo esasperato; una creatura debole e disposta a tutto pur di trasformarsi in un essere forte e invincibile. Al centro della contesa, due vampiri dalle personalità contrastanti e tormentate: Joshua York, già nel nome aspirante redentore dei propri simili e creatore di una bevanda capace di placare la Sete Rossa, e Damon Julian, da più di mille anni "Maestro" riconosciuto di tutto il Popolo della Notte. La veneranda età lo renderebbe libero dalla brama di sangue, ma il Maestro continua a uccidere il "bestiame", fiero della propria natura di predatore.
Senza fare anticipazioni, il finale, toccante e per nulla affrettato, conclude degnamente una storia che piacerà sia all'appassionato del genere horror (e di vampiri in particolare) sia all'amante del Martin ideatore delle Cronache.

George R.R. MARTIN, IL BATTELLO DEL DELIRIO (Fevre Dream, 1982), trad. di Simone De Crescenzo, Gargoyle, collana Gargoyle Pocket, 393 pp., 2012.

Stefano Sacchini

 

martedì 23 agosto 2016

LA SPIRALE DISCENDENTE - IRONBOUND Libro I di Marc Welder

 Trama:
2072. In una repubblica vicina alla dittatura, l’insurrezione è imminente e girano voci che il Governo sia disposto a rilasciare un’arma biotecnologica per eliminare il malcontento, un Cancro Nanomeccanico capace di depurare dalle emozioni e dalla volontà.
In questo scenario, Ryan Warner è un poliziotto ossessionato dall’omicidio del fratello, nel quale crede essere implicato Virgil Lorenz, il viceprocuratore di Megatropolis. Ryan è disposto a tutto e, pur di incastrarlo, cerca di legarlo al traffico di Dragoon. Durante le indagini, però, Ryan s’imbatte in qualcosa d’inaspettato, la Necromeccanica, un’arte oscura capace di far rivivere i morti...


Incipit
“Seduto al bar dell’aeroporto, seguo il notiziario ticchettando con le unghie sul bordo della tazza. Niente dà più scandalo in una città come Babel: schiave del sesso rinchiuse in gabbie non più grandi di cucce per cani; coppie di anziani che per sopravvivere cannibalizzano teneri bambini; neonati cotti al microonde perché non la smettevano di piangere; ciò che però monopolizza l’attenzione dei clienti è la guerriglia tra la polizia e facinorosi nel centro della città”

L’incipit di questo primo capitolo di Ironbound, La Spirale Discendente, catapulta subito il lettore sul “sedile di lettura”: c’è l’uso di una prima persona, e questo, oltre che desueto, aiuta subito a calarsi dentro la storia; c’è l’attesa, il ticchettare con le unghie una tazza, un qualcosa che molti di noi avrà fatto, sinonimo di impazienza, ma anche di noia, e avvicina a livello empatico il lettore al protagonista; c’è, poi, la presentazione nuda e cruda di Babel, una città cruenta, dove la notizia è data dagli scontri tra polizia e i facinorosi, invece che delle mostruosità sopra descritte. Come dire, quindi, che Babel è una città corrotta, marcia, una Sin City del futuro. Una città dove scorre a fiumi la Dragoon, una droga dalle tante varianti, c’è la White, la Greene, la Purple, la Blue, e ogni colore ha una funzione diversa, per soddisfare le esigenze di tutti i “clienti”.
Durante la lettura, però, non ci si deve distrarre, perché tante sono le particolarità, come l'ambientazione italiana, le citazioni musicali, i riferimenti lovecraftiani o l'invettiva sociopolitica, che per adesso fa solo da sfondo. I personaggi filo “rivoluzionari”, ad esempio, hanno scelto di rinominare la città come moto di protesta, così Megatropolis diventa Babel, il simbolo dell’incomprensione, del caos; al contrario, solo i personaggi “istituzionali” come i politici, i poliziotti, quelli che vivono "seguendo la legge", utilizzano il suo vero nome. Una città dal doppio volto, dunque, vissuta diversamente a seconda del lato della barricata che si è scelto e con una guerra civile alle porte.

Il protagonista è Ryan Warner, un poliziotto dedito alla benzedrina che ha degli innesti nella struttura ossea rinforzata e nel braccio, innesti che gli consentono di potersi muovere e agire nel caos di Babel, andando a caccia di indizi per scovare il mandante e le prove della morte di suo fratello gemello, a sua volta ex poliziotto. La vita di Ryan, però, è distrutta dopo che la sua fidanzata l’ha lasciato e suo fratello gemello è stato trovato morto, e sente di esserne responsabile, avendolo lasciato andare via quand’egli gli aveva chiesto aiuto. Warner però è convinto che nella morte del fratello (e per sapere com’è morto, e perché, dovrete leggere fino alla fine…) sia coinvolto un loro ormai ex amico Virgil Lorenz, uno dei viceprocuratori di Megatropolis.

Il primo capitolo di Ironbound è fortemente influenzato dalla musica metal, Marc Welder infatti ama inserire citazioni e riferimenti quali Tom Araya (leader degli Slayer), i Cyber Death Machine (incrocio tra l'album Pretty Hate Machine dei Nine Inch Nails e il gruppo dei Death), per non parlare dei Killing Joke che hanno influenzato numerose band come Metallica, Ministry, Nirvana e tanta altre. Attenta e non banale è la citazione ai teutonici Rammstein, così come lo stesso nome Megatropolis, non è altro che il titolo dell’album omonimo degli Iron Savior.
Con attenzione e senza mai scadere nell'ostentato, è evidente l'omaggio a quella che fu la rivista Métal Hurlant e il tentativo di raccogliere l'eredità del Metallo Urlante di Evangelisti, facendoci respirare e vivere l'heavy metal, nel tentativo di scriverlo e non suonarlo. Proprio per questo, probabilmente, la miglior cosa da fare sarebbe quella di leggere ascoltando questo genere con le cuffie, negli stessi momenti in cui l’autore ne scrive: perché uniremmo l’adrenalina del metallo e il pathos del racconto!

Nonostante la distopia, i polizieschi e gli horror siano ormai un must degli autori italiani, Welder ha un immaginario fervido e uno stile perfetto per scrivere fantascienza, e non solo. Sa dosare momenti adrenalinici, ricchi di azione, è molto bravo nei dialoghi, non meno nelle descrizioni e negli intrecci, e ha il talento e tutte le carte in regola per raggiungere alte vette, nonostante abbia scelto con coraggio la dura strada del fai da te.
A differenza però di tanti altri autori, che si autoproducono assurgendo a scrittori senza la minima cognizione di causa, Welder è invece un "Editore di se Stesso", così come per la musica lo è stato quel Trent Reznor dei Nine Inch Nails che forse ne è stato il modello. Welder usa infatti il print-on-demand solo per la distribuzione e investe nella qualità dei suoi lavori, affidandosi a professionisti del settore come l’illustratore Riccardo Iacono della Electric Sheep Comics (copertina e tavole) e l’editor Giammarco Raponi, a noi già noto perché è stato il curatore di non uno, ma ben due Premio Urania per Francesco Verso.

Consiglio a tutti la lettura di questo ottimo primo capitolo, dove elementi di fantascienza, distopia, musica metal, intrecci investigativi e orrore sono sapientemente dosati, e sono a mia volta in attesa di sapere come andrà a finire con i restanti quattro capitoli. Ognuno di questi avrà un personaggio principale che si presenta negli altri capitoli, e questo sarà immagino uno dei trait d’union che li accomunerà fino a formare un corpo unico "rilegato in ferro".

Maggiori informazioni le trovate sul sito dell'autore, nelle pagine dedicate a Ironbound e al primo libro La Spirale Discendente.

Andrea Di Carlo

giovedì 18 agosto 2016

SOLO ed il Ciclo della Grande Nave di Robert Reed


La storia di un incredibile personaggio si intreccia con quella della Grande Nave, fin dalla notte dei tempi.
Di Robert Reed abbiamo detto più volte che è un autore prolifico ed eclettico che ama spaziare in tutti i sottogeneri della fantascienza, dalla space opera moderna alle sofisticate estrapolazioni del nostro futuro.
Solo (Alone) apparve nel 2010 in una delle migliori antologie dell’anno, Godlike Machines, dedicata da Jonathan Strahan ai più potenti e incredibili oggetti presenti nel nostro universo, e fu poi scelto da Rich Horton per la sua raccolta delle migliori storie del 2010.
Questa novella, epica sia nelle vicende che nella grandezza degli avvenimenti, narra la storia di un personaggio alquanto singolare, che vive e si muove per secoli o anche millenni all’interno della Grande Nave, tutto osservando e tutto registrando ma senza mai intervenire in maniera attiva negli eventi.
Essere senziente o forse solo macchina superevoluta, Solo racconta con la sua storia anche la storia della Grande Nave, della sua incredibile e lontana creazione, dei popoli, umani e alieni che vivono al suo interno, dei comandanti che ne regolano il corretto funzionamento nel suo semieterno viaggio per la galassia.
Inserito dall’autore come primo capitolo, in ordine cronologico, della raccolta
The Greatship, Solo rimane un’opera affascinante e avvincente,                                                                                                    fondamentale nella comprensione di questo ciclo ormai affermato anche nel                                                                               nostro paese.



Robert Reed ( 09/10/1956 Omaha, Nebraska) è un autore statunitense di Science Fiction molto prolifico ma davvero poco tradotto nel nostro paese; vincitore del premio Hugo e del Locus nel 2007 col romanzo breve "Un Miliardo di Donne come Eva" (A Billion Eves) e di svariati altri premi minori.
Reed predilige la forma breve, il racconto o il romanzo breve, e forse questo è uno dei motivi per cui non è molto tradotto nel nostro Paese (pare difatti che il lettore di SF italiano prediliga i romanzi e non apprezzi molto i racconti, inoltre non abbiamo riviste "all'americana" nelle quali pubblicare questi racconti; per il romanzo breve varrebbe lo stesso discorso al quadrato...).
Nonostante tutto qualcosina è arrivata anche qui in Italia....
A riprova della alta qualità delle opere di Robert Reed, possiamo trovare diversi suoi racconti nelle antologie Year's best SF curate da David G. Hartwell (e pubblicate
da Urania), nella famosa antologia "Il Meglio della SF Vol.2 - L'Olimpo dei Classici Moderni", curata da Gardner Dozois, in diversi Millemondi degli anni 90 (ancora Urania), su Fantasy & Science Fiction n.5, su Robot n.57 e su "Strani Universi", l'antologia edita dalla Nord e curata da Piergiorgio Nicolazzini che contiene i
5 romanzi brevi finalisti al premio Hugo 1998. Negli ultimi anni invece è stata Delos a porre maggiore attenzione alle opere di Reed; la collana di DelosDigital Biblioteca di un Sole Lontano, curata da Sandro Pergameno, ha pubblicato diversi racconti e romanzi brevi dell'autore statunitense (Qui trovate elencate tutto ciò che è uscito....). La metà di questi titoli appartiene ad un ciclo che mi ha affascinato e divertito: il ciclo della Grande Nave.


Il Ciclo della Grande Nave (The Great Ship Universe) è composto da svariati racconti e romanzi brevi, tutti leggibili singolarmente ma che vanno a formare un vastissimo affresco che illustra la storia della Grande Nave, un'astronave a forma di planetoide dalle incredibili dimensioni: è più grande perfino di Giove!
Non si sa chi abbia costruito la Grande Nave...non si sa quale sia la sua funzione... vagava abbandonata dalle parti della Via Lattea, dove fu trovata dagli Umani (o meglio dai loro discendenti pressochè immortali, i trans-umani) che ne presero possesso e la rimisero in funzione. Il viaggio inaugurale della Grande Nave sarà una passeggiata di mezzo milione di anni intorno alla Via Lattea.
A bordo vivono centinaia di razze diverse e troviamo centinaia di habitat differenti ("...la Grande Nave era piena di alieni antichi e imperscrutabili, anime sagge nate quando la Terra era ancora un ammasso di atomi che ribollivano dentro mille Soli sparsi..."). La Nave è talmente grande che solo una parte è utilizzata e conosciuta, tutto il resto è da scoprire....
E Reed ci accompagna in questo immaginifico e suggestivo viaggio alla scoperta della Grande Nave. La maestria di Reed sta nel creare storie con diversi protagonisti e che si svolgono anche a distanza di secoli o millenni; in questo modo i suoi racconti sono da un lato "semplici racconti" (alcuni avventurosi, altri gialli, altri più riflessivi...) e dall'altro aggiungono tasselli all'affresco della grande nave definendone le caratteristiche, gli ambienti e tutto il resto. Il tutto condito con forti dosi di sense of wonder e disegnato con uno stile lineare, semplice, essenziale ed incisivo.


"Solo" (Alone, 2010) è un romanzo breve pubblicato recentemente da Delos (Biblioteca di un Sole Lontano n.30); casualmente è stato il primo racconto del ciclo che io abbia letto... e devo dire che "Solo" (sebbene perfettamente leggibile singolarmente, come tutti gli altri racconti e romanzi del ciclo) è proprio il punto di partenza ideale per chi ha voglia di buttarsi alla scoperta della Grande Nave; e difatti lo stesso Robert Reed, che nel 2013 ha dato alle stampe l'opera di Fix-Up "The Greatship", lo usa come primo capitolo del suo romanzo-raccolta (The Greatship è disponibile anche in formato digitale o mediante Print on Demand).
Questa misteriosa creatura senziente, la cui vita può essere misurata in millenni, vaga per la Grande Nave ed è testimone di tantissimi fatti, sebbene non intervenga mai in prima persona; questo romanzo è essenziale per avere subito un'idea di cosa la nave può essere e di cosa potrebbe contenere e/o nascondere, per capire come funziona, come viene amministrata....seguire Camminante nei suoi spostamenti a bordo della Grande Nave è davvero eccitante! Una lettura che non consente di staccare gli occhi dal reader...da leggere tutto d'un fiato! Ed una volta terminata la lettura non ci si può non appassionare alla Grande Nave...sono sicuro che correrete a cercare gli altri racconti e romanzi del ciclo.

  

E dunque diamo un'occhiata a quello che possiamo trovare in italiano.
Sempre per la collana Biblioteca di un Sole Lontano sono usciti i romanzi brevi "Falsa Identità" (Camouflage, 2005) e "La Caldera della Buon Sorte" (The Caldera of Good Fortune, 2007) ed il racconto "La Notte del Tempo" (Night of Time, 2003; assolutamente delizioso!); sulla prima parte di Tutti i Mondi Possibili (traduzione italiana dello Year's best SF n. 31 curato da Gardner Dozois) uscito per Millemondi-Urania troviamo "Mentale Prezioso" (Precious Mental, 2013); ed infine su Strani Universi, antologia della Nord , troviamo lo splendido "Marrow" (Marrow, 1997), romanzo breve finalista per il premio Hugo 1998; lo Hugo quell'anno fu vinto da Allen Steele col suo "Dove gli angli temono di avventurarsi"... è mia modesta opinione che il premio sarebbe dovuto andare a questo gioiellino di Robert Reed.

Spero proprio che Delos ( o chiunque altro) riesca a portare in Italia altre storie di questo bellissimo ciclo....questi racconti stuzzicano proprio l'appetito!


Solo (Alone, 2010) di Robert Reed; Copertina di Tiziano Cremonini, traduzione di Alberto Meletto, Delos Digital - Biblioteca di un Sole Lontano n.30 (a cura di Sandro Pergameno), 82 pagine, disponibile solo in formato digitale.



Arne Saknussemm





sabato 6 agosto 2016

STONE RIDER di David Hofmeyr



Adam è guardingo. Sa bene come funziona. Le tribù di Blackwater sono come legioni leali al proprio credo. Durante l'inverno si mantengono caute, operando nell'ombra, permettendo alla Tribù dominante, gli Scorpioni, di comandare per le strade. Fino all'estate, quando è il momento della Blackwater Trail, e tutto cambia all'improvviso. Emergono sempre nuove Tribù, come blatte dalle fessure.
(trad. di Stefano A. Cresti)

Seconda di copertina:
Adam Stone è cresciuto nella polverosa e arida città di Blackwater, circondata dal deserto, un luogo fuori dal mondo dove nessuno può dirsi veramente libero. Non desidera altro che fuggire da quella prigione e trovare un’esistenza di libertà e di pace. Ma c’è qualcosa che Adam rincorre ancor più della libertà: l’amore dell’affascinante Sadie Blood. In un mondo così spietato, che non concede ancore di salvezza, l’unico modo per iniziare una nuova vita è gareggiare nella Blackwater Trail, una corsa mortale e senza regole alla quale solo i più forti possono sopravvivere. Adam, eccellente pilota, decide di competere insieme a Sadie e all’ambiguo e indecifrabile Kane per assicurarsi l’ambito premio: un biglietto di sola andata per la rigogliosa Sky-Base, un luogo in cui regna la pace, pervaso da un lusso inimmaginabile per chi proviene da Blackwater. Per l’amore di Sadie e per i suoi sogni, Adam sarà disposto a rischiare ogni cosa, compresa la sua stessa vita...

Continua l'invasione delle librerie da parte del genere young adult distopico. All'inseguimento di un legittimo successo di vendite, la Fanucci presenta in questo 2016 l'ennesima avventura rivolta a un pubblico giovane. Se romanzi come Steelheart e Firefight di Brandon Sanderson possono suscitare l'interesse in un lettore maturo, con STONE RIDER, opera prima (e finora unica) del sudafricano David Hofmeyr, siamo di fronte a un libro che, nella migliore delle ipotesi, può intrattenere un appassionato del genere Hunger Games alle prime esperienze e preferibilmente di sesso maschile.
La trama del romanzo può considerarsi ispirata, alla lontana e in maniera soft, a quella del celebre film del 1979 Mad Max, come dimostra la gran quantità di veicoli a due ruote che scorrazzano in uno scenario post apocalittico dal sapore western, formato da dune, canyon e distese rocciose. Il protagonista e la sua compagnia di eroi, tutti un po' stereotipati e impegnati in una corsa mortale, attirano le simpatie del lettore in erba e sebbene alcune perplessità nascano nel corso della lettura, la storia ha un ritmo veloce e scorre senza troppi scossoni verso un finale che rimane aperto a possibili seguiti. I momenti adrenalinici sono legati alle acrobazie motociclistiche (forse l'aspetto più godibile dell'intero romanzo) e alle sfide a colpi di frombola, tanto micidiali quanto improbabili. Per concludere l'autore ha aggiunto un'appendice sostanzialmente superflua, che non collabora a migliorare un worldbuilding né approfondito né originale.
Consigliato a chi non può fare a meno della distopia condita con giovani gladiatori.

David HOFMEYR, STONE RIDER (Stone Rider, 2015), trad. di Stefano A. Cresti, Fanucci, Collezione Narrativa, pp. 262, 2016, prezzo 14,90 € (ebook 4,99)

Stefano Sacchini