mercoledì 26 ottobre 2016

HARDCORE di Ilya Naishuller



“Henry si sveglia mutilato senza ricordare la propria identità, ma capisce ben presto di essere un cyborg, ricostruito dalla moglie scienziata dopo essere stato massacrato dal crudele Akan, uno psicopatico dotato di poteri di telecinesi. Per Henry avrà inizio una fuga a rotta di collo dagli agenti…”

Il film è un’evoluzione dei videoclip The Stampede e Bad Motherfucker, diretto dallo stesso regista, Ilya Naishuller, che è anche frontman della band del videoclip, i Biting Elbows.
Come avrete capito, la trama è semplice, molto semplice e il film non ha nessuna pretesa di essere qualcosa che non è, se non puro intrattenimento. Hardcore Henry è infatti un esperimento, un omaggio agli FPS in prima persona, come lo era stato il finale della trasposizione di Doom nel 2005. Non è un caso, infatti, se nel film di Naishuller sia facile ritrovare un senso di già visto che ci riporta ai vari Deus Ex, Arma, Call of Duty, per non parlare di un’ironia alla Duke Nukem che serve a non prendersi troppo sul serio.

Detto questo, ad un film realizzato con soli 2 milioni raccolti in crowdfunding non possiamo chiedere di più di quello che è. Pochi attori, tanti stuntmen e uno Sharlto Cupley al meglio, che ci diletta con l’interpretazione di tanti ruoli diversi, uno più caratteristico dell’altro. La visuale in prima persona, realizzata con la GoPro, catapulta lo spettatore nella vicenda, e le acrobazie e gli inseguimenti tengono l’attenzione sempre viva. Inoltre, la buona alternanza di scene d’azione con altre meno frenetiche evita la nausea da FPS (nota al tempo come Effetto Doom).

Hardcore è piacevole, spassionato, divertente e in alcune acrobazie anche da “vertigine”. L’ideale per una serata con gli amici, per intenderci. Certo, non stiamo parlando di un film che rivoluzionerà il cinema o alla Nolan, ma stiamo parlando di uno stile nuovo e molto interessante. Chissà che non possa affermarsi con con l’ausilio del 3D e della realtà aumentata.

Buona visione da Marc Welder

mercoledì 19 ottobre 2016

SOCIETÀ DEL PROGRAMMA SPAZIALE di Mario Giorgi - Editore CS_libri (23 giugno 2016)

La copertina del libro disponibile solo in formato ebook

Un pizzico di trama:

La “Traccia” è un progetto di ricerca ambizioso e sostenuto da un consorzio mondiale, volto a definire un protocollo definitivo che permetta all’uomo di adattarsi allo spazio e ai lunghi viaggi interstellari. Vi partecipano tre giovani ricercatori, ognuno di loro ha una diversa specializzazione scientifica ma identica difficoltà a interagire con gli altri due colleghi. Per non compromettere la validità scientifica del processo di definizione, i tre coinvolgono un quarto ricercatore. Il suo compito sarà quello di svolgere una funzione di mediatore fra i tre. Egli rimarrà estraneo al processo di definizione della “Traccia”, ma dovrà mediare i conflitti (più o meno espliciti) all’interno del trio e portarli a una risoluzione costruttiva per il progetto stesso. L’arrivo del quarto elemento in seno al gruppo originario, tuttavia, inizia ad alterare i precedenti equilibri e a mutare irrimediabilmente le dinamiche interne al gruppo di ricerca. In un lento crescendo di situazioni impreviste, la “Traccia” inizia a diventare qualcosa di vivo...

Capita a volte di leggere qualcosa di diverso, qualcosa che non ti aspetti nel ristretto panorama della fantascienza italiana.
In mezzo all’oceano delle nuove proposte e nuove uscite, fra CE grandi, medie o piccole, è molto difficile orientarsi o perfino rimanere al passo. Non si fa a tempo a iniziare una nuova lettura che subito il mercato te ne propone almeno altre tre, ecco perché parlo solo adesso di questo romanzo uscito ormai diversi mesi fa e scritto da un autore tutt’altro che esordiente.
Mario Giorgi, infatti, è ben noto al pubblico radiofonico della RAI per aver scritto ben due radiodrammi. Sì, avete capito bene, si tratta (per chi non lo sapesse) di testi teatrali scritti per essere trasmessi in radio. 23:59 e Pentimento sono stati trasmessi da Radio RAI nei lontani anni ‘Novanta e ripubblicati in seguito dalle edizioni Rai ERI nel 1999. Cosa ancor più interessante, Giorgi ha esordito in campo letterario vincendo il premio “I. Calvino” nel 1993 con un mini romanzo dal titolo Codice (pubblicato l’anno successivo da Bollati Boringhieri). Non ci troviamo di certo davanti a uno scrittore alla prime armi, anzi...
Il romanzo mostra ampiamente la sicurezza e la padronanza dei mezzi espressivi dello scrittore consumato, abituato a tratteggiare personaggi e storia attraverso le interazioni e senza lasciarsi prendere dalla foga di raccontare a tutti i costi. Pagina per pagina, il lettore viene catturato lentamente ma inesorabilmente. Vi avverto, lettori, è un romanzo che può avere un effetto duplice e antitetico sul lettore.

a) Vi annoierete prima di arrivare a metà del libro e comincerete a desiderarne la fine.

Esiste questo rischio ed è anche molto concreto. Il presente narrativo, l’assenza dei dialoghi, il punto di vista narrativo completamente centrato sul protagonista, sono elementi che possono risultare pesanti al lettore medio. Specialmente all’inizio, il lettore può trovarsi spaesato e spiazzato da eventi che ancora non riesce ad afferrare. I fenomeni scientifici più curiosi sono di natura psicologica più che matematica (se ammettiamo che la logica delle interazioni individuali sfugge alle regole matematiche), non si vedono astronavi, non ci sono intrighi galattici e nemmeno misteri alieni di qualche genere. Tutto ruota attorno al tentativo di arrivare a codificare un protocollo funzionale per i viaggi spaziali, una traccia che possa rendere l’uomo adattabile ai lunghi viaggi spaziali. E dunque il romanzo narra i riflessi di questa ricerca negli individui coinvolti, lo fa attraverso un gioco sottile di intrecci fra ruoli e personaggi diversi. Una fitta rete di emozioni, a volte straripante, a volte sommessa e sotto traccia. Forse un gioco troppo sottile e un equilibrio troppo delicato per un lettore medio?

 

b) Rimarrete invischiati nella lettura e non riuscirete più a smettere di leggerlo.

La fitta trama di interazioni fra i personaggi costruisce una sorta di ragnatela attorno al lettore, tende a catturarne l’attenzione e a coinvolgere. Vi potreste ritrovare intrappolati nel presente narrativo e privo di dialoghi diretti utilizzato dall’autore appositamente per questo scopo. Avrete come la sensazione che gli avvenimenti si svolgono attorno a voi e non sotto i vostri occhi, che i personaggi vivano attorno a voi le vicende narrate. Una sorta di teatro virtuale, in cui gli attori si muovono fra il pubblico e non su un palco. In cui gli spettatori (perché ormai non sarete più lettori, ma spettatori di un dramma che si va componendo) sono chiamati a toccare con mano lo svolgersi degli eventi e le esperienze dei personaggi, la loro evoluzione o involuzione verso lo scioglimento finale. Questo, forse, il grande pregio di questo romanzo: la tecnica narrativa incide nella trama stessa esaltandone l’efficacia.

Personalmente ritengo che il mestiere del vero scrittore sia “rischiare”. Gran parte del fascino discreto eppure accattivante di questo romanzo sta nel rischio che l’autore accetta di prendere, nella scelta stilistica che lo fa correre sul filo sottile che separa la noia del lettore dal suo gradimento finale. Una scelta stilistica, a mio avviso, necessaria per esaltare l’efficacia del testo. Un rischio calcolato, insomma, ma coraggioso e degno di considerazione da parte di voi lettori.


martedì 18 ottobre 2016

NATA DAL VULCANO di Tanith Lee


 
Risvegliarsi, senza sapere dove ti trovi, chi o che cosa sei, se sei una cosa dotata di braccia e di gambe, o una bestia; oppure soltanto un cervello nel corpo di un pesce… Strano risveglio. Strana sensazione. Ma ecco che poi sbrogliandomi, nelle tenebre in cui ero, cominciai a scoprire me stessa, a scoprire che ero una donna. E tutto intorno a me un cupo nereggiare, una nera assenza di qualsiasi suono. Tastando con le mani incontravo solo roccia, vecchia roccia incrostata d'un sentore arcaico, aggressivo.
Strisciando fuori dall'anfratto in cui giacevo scoprii una sorta di passaggio, in cui finalmente riuscii a tirarmi in piedi. Forse ero cieca, ma non mi era venuto in mente di chiedermelo. Faceva freddo. Non si respirava, per mancanza di aria. Avanzando a tentoni, urtai col piede un ostacolo: uno scalino. Seguito da molti altri. Uno scalino intagliato nella roccia; e si capiva che in passato ben pochi lo avevano calpestato.
Mi balzò in mente il ricordo di altri scalini, fatti di una materia biancastra e sdrucciolevole; ma consumati al centro dal passaggio d'innumerevoli piedi, in discesa e in salita.
Guidandomi con le mani sulla parete, cautamente, senza contare i gradini che erano tanti, continuavo a salire, a salire. Giunta a una specie di spiazzo, affrettai il passo, ma risultò una mossa sbagliata, sciocca. Davanti a me non c'era che il vuoto. Per un istante oscillai, come una danzatrice sul ciglio di un baratro; ma poi, tirandomi violentemente indietro, riuscii a salvarmi, mentre pietre su pietre precipitavano in basso, nelle tenebre, rimbalzando dopo un'infinità di tempo sulle pareti di quell'abisso, prima di toccare il fondo…
(trad. di Viviana Viviani)

Nel 1974 la casa editrice americana DAW Books acquistò tre romanzi inediti di Tanith Lee (1947-2015), una giovane scrittrice londinese che, prima di allora, si era dedicata prevalentemente a libri per l'infanzia. Il successo della prima pubblicazione, NATA DAL VULCANO (The Birthgrave, 1975), avrebbe consentito alla Lee di diventare una scrittrice professionista e di dedicarsi ad opere di più ampio respiro.
La trilogia che comincia proprio con NATA DAL VULCANO si svolge interamente su un altro pianeta, in un futuro remoto. La cultura dominante ricorda per molti aspetti quella della tarda antichità classica – la massima realizzazione tecnologica è un primitivo cannone - con leghe di città-stato e tribù nomadi in perenne conflitto tra loro. L'eroina, all'inizio senza nome, è la sola superstite di un'antica e potente razza umanoide che, dopo aver dominato crudelmente il mondo, è stata spazzata via da un'epidemia. Soltanto gli esseri umani, anticamente schiavi, sono sopravvissuti.
Dopo un lunghissimo sonno, la protagonista si risveglia nel cuore di un vulcano. Confusa e spaurita, si avventura in un mondo per lei nuovo e sconosciuto, che si rivelerà maschilista e violento. Nonostante sia accolta come una dea, finisce per essere manipolata da uomini potenti e senza scrupoli. Tra costoro l'ambizioso Vazkor, da cui avrà un figlio. La protagonista riuscirà a diventare veramente libera e padrona del proprio destino soltanto al termine del primo libro, che a sorpresa include elementi fantascientifici: viaggiatori provenienti dalla Terra prelevano l'eroina e la portano sulla propria astronave, dove molti misteri vengono svelati e molte domande hanno finalmente una risposta razionale.
I successivi capitoli del ciclo narrativo (Vazkor, Son of Vazkor, 1978, e Quest for the White Witch, 1978, pensati dall'autrice come un'unica opera, Shadowfire, poi suddivisa in due parti data la mole) seguono le peripezie del figlio di Karrakaz (questo il vero nome della protagonista), quel Vazkor figlio di Vazkor che, dopo un'infanzia oscura e misera, si mette alla ricerca delle proprie origini. Una volta scoperte, decide di compiere il più orribile dei delitti, il matricidio. Durante questa dolorosa odissea, intrisa di fatalismo e tragedia, il protagonista, erede come la madre di una civiltà dagli straordinari poteri, scoprirà la propria natura unica, diversa, di "superuomo". Ugo Malaguti nell'introduzione alle due edizioni italiane (Libra e Nord) che raccolgono le peripezie del figlio di Karrakaz, scrive: "libro lunghissimo, ma senza nulla di superfluo, Vazkor vede accadere di tutto. Vi si intrecciano e si svolgono storie indipendenti che potrebbero costituire ciascuna il tessuto di un romanzo singolo".
Ricordiamo che tra i tanti meriti di Malaguti vi è stato anche quello di far conoscere all'Italia questa straordinaria e poliedrica scrittrice che nella sua carriera, purtroppo interrotta prematuramente nel 2015, ha prodotto più di novanta romanzi, oltre trecento racconti, nonché alcuni poemi e diverse sceneggiature televisive.
La pubblicazione di NATA DAL VULCANO nel giugno del 1975 non fu una scelta isolata della DAW Books. Da lì a poco anche la Ballantine Books avrebbe cominciato a interessarsi al genere fantasy, con la pubblicazione nel 1977 del romanzo di Terry Brooks "La spada di Shannara" (The Sword of Shannara). In quegli anni si ebbe un vero e proprio boom della letteratura fantastica, come dimostra anche il successo che ebbe la prima edizione del Silmarillion, curata da Christopher Tolkien e Guy Gavriel Kay e pubblicata nel 1977 dalla Allen & Unwin. Questo lavoro della Lee non poteva vedere la luce in un periodo migliore.
Le critiche alla saga di NATA DAL VULCANO non furono univoche. La scrittrice Marion Zimmer Bradley (1930-1999) scrisse un'introduzione alla trilogia, apprezzandone la ricca scenografia e la credibilità dei personaggi. Altri invece ne criticarono lo stile "undisciplined and erratic". La scrittura di Tanith Lee, che con il tempo si sarebbe fatta sempre più elaborata e sofisticata, in questo affresco è ricca, potente, ideale per evocare le colorate culture in cui si muovono i protagonisti. Non si può non lodare l'eccellente introspezione psicologica dei caratteri dei protagonisti e la grazia stilistica, anche quando, come spesso accade, prevalgono le tinte fosche o addirittura sanguinolente, con massacri e carneficine che raggiungono proporzioni epiche.
Questa saga dimostra come l'autrice, sin dall'inizio della sua intensa carriera, sia stata in possesso della rara dote di narrare e affascinare allo stesso tempo e di saper toccare tutte le tematiche, anche quelle più difficili. Nel finale di Quest for the White Witch viene affrontato il non facile tema dell'amore incestuoso tra madre e figlio, senza però cadute di tono o volgarità. La principale fonte d'ispirazione in questo caso è la tragedia "Edipo Re" di Sofocle con una differenza rilevante: nel finale Karrakaz non si uccide come Giocasta, rifiutando di sottomettersi al suo fato. Nell'universo immaginato dalla Lee la società matriarcale non si arrende alle regole del patriarcato.
La gran parte dei lettori rimane affascinata dalla prosa magica, colorata e complessa della scrittrice inglese, catturata dalle trame e dai colpi di scena. Da subito si viene travolti da un vortice di vicende, sentimenti, personaggi ed eventi che non lasciano tempo per riflettere. Non meno importanti sono i simboli, a partire dall'antro dove la protagonista di NATA DAL VULCANO si risveglia. Caverne e grotte, nelle tradizioni di tante civiltà, sono consacrate alla nascita e alla reincarnazione, in associazione con divinità femminili. Karrakaz, fedele a questo modello, emergerà dal sottosuolo per assurgere al ruolo di dea. Non meno significativi sono i veli e le maschere: ogni volta che la protagonista cambia il modo di celare al mondo esterno e a se stessa il proprio viso, la sua personalità assume contorni più definiti.
Un'avvertenza, specie per quelli che si accostano all'opera di Tanith Lee per la prima volta: "nelle sue opere quasi nulla è vero di ciò che sembra, e quasi tutto ciò che appare improbabile è la pura verità" (Ugo Malaguti).
Inutile dire che la serie, in italiano o (meglio ancora, se si è in grado) in inglese, è altamente consigliata a tutti gli appassionati di letteratura fantasy.

Per chi fosse interessato ad approfondire le numerose tematiche presenti nei romanzi di Tanith Lee c'è lo splendido saggio firmato da Mavis Haut The Hidden Library of Tanith Lee, 2001.

Per un elenco esaustivo delle edizioni italiane dell'opera di Tanith Lee (serie NATA DAL VULCANO compresa) si può consultare il catalogo Vegetti alla pagina:

Stefano Sacchini


mercoledì 12 ottobre 2016

CORSA NELLO SPAZIO di John Sandford & Ctein


Ciascun passaggio attraverso i varchi potenzialmente rischiosi tra gli anelli avveniva più rapidamente dopo il precedente. I primi attraversamenti erano separati l'uno l'altro da un giorno e mezzo. Appena prima che la Nixon si inserisse nell'orbita inclinata circolare che seguiva la Divisione di Maxwell, gli attraversamenti avevano luogo a distanza di tre ore e mezza. Erano vicini.
(trad. di Gabriele Giorgi)

Seconda di copertina:
Anno 2066. Un tirocinante della Caltech Astrofisica nota un’anomalia nei dati forniti da un potente telescopio spaziale: qualcosa si sta approssimando all’orbita di Saturno. La sua velocità è in diminuzione, la traiettoria di avvicinamento sotto controllo... a quanto pare non si tratta di un semplice oggetto orbitante nello spazio. Il governo degli Stati Uniti giunge all’inevitabile conclusione: quell’oggetto è un’astronave aliena, e chiunque l’abbia costruita deve avvalersi di una tecnologia molto avanzata. Riuscire a mettervi le mani significa entrare in possesso di informazioni che potrebbero mutare gli equilibri mondiali. Viene inviata una spedizione, il viaggio che porta oltre i confini della conoscenza, al di là dei limiti stabiliti al progresso, è intrapreso. Ma anche la Cina è impegnata a portare avanti il programma spaziale e progetta di installare una colonia permanente su Marte. Quando la notizia della spedizione americana trapela, le due superpotenze si ritrovano a competere per ottenere per prime la tecnologia aliena, ingaggiando una vera e propria corsa per Saturno.

Se cercate un romanzo di fantascienza dove la caratteristica saliente sia la verosimiglianza scientifica, CORSA NELLO SPAZIO (Saturn Run, 2015) è la scelta ideale.
La prima metà del libro è fondamentalmente un trattato di missilistica, assai curato, in forma romanzata e per fortuna scorrevole. Nella seconda parte la storia vera e propria prende il sopravvento, con una dose moderata di colpi di scena, e ben poco di "terrificante" o "vorticoso". L'attenzione è posta non tanto sul primo contatto con un'intelligenza aliena quanto sulla competizione tra statunitensi e cinesi, che assumono nel 2066 i panni che un secolo prima erano dei russi e sono responsabili delle azioni più sconsiderate di tutta la trama, ovviamente.
L'appassionato alla ricerca di sense of wonder potrebbe rimanere deluso dalla scarsa razione propinatagli dalla coppia di autori americani. I quali hanno sentito poi la necessità di inserire una corposa postfazione, dal titolo "La scienza dietro la storia". Una vera e propria prelibatezza per gli affamati di hard Science Fiction alla Arthur C. Clarke. E sebbene CORSA NELLO SPAZIO non sia all'altezza di "Incontro con Rama" (Rendez-Vous with Rama, 1973), può considerarsi una lettura piacevole che, senza troppi scossoni, riesce a giungere a destinazione.
Da notare che gli scrittori, non più giovanissimi, sono praticamente debuttanti nel campo della narrativa di fantascienza: John Sandford (pseudonimo di John Roswell Camp, classe 1944), oltre ad aver vinto un premio Pulitzer come giornalista, in precedenza si era dedicato al thriller e all'avventura young-adult; Ctein (il vero nome è sconosciuto) negli anni '70 aveva pubblicato vari articoli di carattere fantascientifico, ma è conosciuto prevalentemente per la sua attività di fotografo. Esperienza da cui ha attinto abbondantemente nella stesura di questo romanzo a quattro mani.

John SANDFORD & CTEIN, CORSA NELLO SPAZIO (Saturn Run, 2015), trad. di Gabriele Giorgi, Fanucci, pp. 537, 2016, prezzo 16,90 € (ebook 4,99 €).

Stefano Sacchini